Pubblicato in: Leggo..., varie

Fughe che non si arrendono alla felicità

“Non è mai troppo tardi per essere sé stessi”, ha scritto Mattia Corrente nella dedica della copia de “La fuga di Anna”  autografata alla presentazione svoltasi nella sua e nostra Patti pochi giorni dopo l’uscita del libro pubblicato da Sellerio.

Ed ha ragione.

Non è mai troppo tardi, nella lettura del libro, per rincorrere le vicende dei protagonisti che lo animano, in tempi e modi diversi; né per interrogarsi, fin dalle prime righe (con un incipit da grande romanzo, detto per inciso) e poi per tutta la durata del testo.

Non è mai troppo tardi per leggere una storia (ma quanto mi piacciono i romanzi che tornano, finalmente, a raccontare storie abbandonando sterili psicologismi autospecchianti) i cui protagonisti non sono risolti in stereotipati ed accomodanti clichè, ma agitano e mescolano paure, speranze, delusioni, memorie collettive ed indicibili ferite, nelle quali ogni lettore ritrova pezzi della propria o dell’altrui irrisolutezza.

Non è mai troppo tardi per rincorrere le fughe, diverse e in varie direzioni, dei protagonisti, mettendo a tema parole decisive e per niente scontate, come libertà e destino, rimpianto e felicità, indagate con una prospettiva originale e sempre dentro un tessuto narrativo impeccabile che regge gli scossoni dei continui salti temporali e del cambio di narratore.

E infine non è mai troppo tardi per guardare con tenerezza e accorata comprensione al dramma della maternità, del ritenere il proprio figlio “un ingranaggio che si conosce a memoria”, con la pretesa che “nessuno più di una mamma può sapere cosa è giusto per suo figlio”, e all’altrettanto capitale dramma della paternità, visto come legame di sangue che diventa vincolo di una promessa – di bene, di assoluta fedeltà, di eterna vicinanza – che le irrimediabili fragilità dell’uomo rendono impossibile da sostenere e mantenere.

Tutto questo in un reticolo di luoghi e spazi resi così familiari nelle descrizioni accurate e attente di Mattia da sembrare quasi che da un momento all’altro possa capitarti di incontrarlo qualcuno dei protagonisti, tra i vicoli di Librizzi o il lungomare di Patti Marina o di Oliveri. Di poterlo abbracciare, consolare, ospitare a casa per pranzo, accompagnare nel continuo percorso di fuga o di ricerca, o forse di entrambe insieme.

Perché come ci ricorda Severino proprio all’inizio del suo percorso “Esistono persone fatte per essere felici e altre semplicemente che non si arrendono alla felicità”.

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