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Fuori o dentro

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Giorni pieni e caotici, quelli attuali.

Sono immerso nello studio per un concorso che è nato come una scommessa ma che mi sta permettendo di venire in contatto con la ricchezza e la profondità spesso impensata di tante nostre leggi. Non so quanto i legislatori, avvicendandosi, si siano resi conto che pur appartenendo a governi e impostazioni ideali diverse abbiano tessuto una trama che, scontata ai più, in tempi come questi può risultare una preziosa ed insostituibile barriera al nulla che avanza.

Nel frattempo attorno a me la vita scorre.

Mio figlio, il secondo, affronta gli esami di maturità ed io lo vedo così idealista e insieme così concreto, nell’affrontare lo studio di epoche passate con uno sguardo sempre attento a ciò che sta avvenendo, in questo nostro mondo che a tratti sembra essere impazzito d’insofferenza alla sua stessa umanità.

“Il nemico – mi dice commentando ciò che ha scritto nel tema d’esami sul rapporto tra masse e propaganda – è indispensabile ad ogni complottismo. Il nemico – continua – è chi è diverso, chi deve essere respinto e allontanato perché assedia lo ‘spazio vitale’ della nostra civiltà, nell’Europa degli anni 30-40 come nel mondo globalizzato di adesso.”

Nei tg, ad ogni ora del giorno, ad ogni link sulla rete, sfilano le più becere ed assurde forme di populismo, di arroganza e disprezzo verso chi è debole e, quindi, facilmente sottomesso.

Figli vengono strappati ai propri genitori e chiusi nelle gabbie come cuccioli di bestie feroci, di quegli immondi clandestini dipinti da una parte all’altra del grande e vecchio Oceano come scaltri untori, pronti a disseminare la peste della promiscuità nelle nostre società impaurite e prive ormai di ogni briciolo di senso.

Davvero è questo il mondo che vogliamo? Al di là dei voti espressi con la pancia, o con la voglia di cambiare e di affidarsi a chi promette un futuro più giusto, meno duro, più sereno; al di là della più o meno ingenua contrapposizione di fake news e video proclami dai profili facebook dei vari politici, come dovremmo leggere i distopici segnali di allarme verso il cellulare che deve stare fuori dalle classi dei nostri figli, gli africani fuori dalle nostre coste, i rom fuori dalle nostre città, gli scocciatori fuori dalle nostre esistenze?

Continuo a studiare di leggi che puntano all’inclusione, di strategie che allargano al massimo l’idea di condivisione, e intanto il mondo, dietro a questo balcone aperto su un giugno incerto , sembra voler puntare solo ad escludere.

Tutto ciò che non ti conviene o che ti infastidisce va solo allontanato, questo è il rimedio. E saremmo degli ingenui a considerare Trump ed il suo svolazzante parrucchino l’effetto di un errore di valutazione dell’elettorato americano, o il nostro vicepremier appena insediato, che ogni giorno ci propone schedature etniche e cadaveri lasciati ad imputridirsi nel mare, un presuntuoso approdato sulla poltrona sbagliata.

Dobbiamo resistere, appellandoci alla ricchezza di leggi, cultura, saggezza che il nostro passato continua ad offrirci.

Puntare ancora una volta sul desiderio di bene, di bello, di vero, che desidera tenere, nella vita, tutto dentro, e nutre e riempie il cuore di ognuno: sia esso nostro figlio, che affronta la maturità rendendo onore e merito al pretenzioso nome che ha da sempre questo esame;   o quel grande amico che, dalla maledetta immobilità della Sla, guarda il mondo con una tenerezza e una passione che è contagiosa, più della paura del nemico e del diverso;  o l’ultimo clandestino approdato da poche ore con un improbabile barcone sulle nostre coste europee, che guarda indietro il mare ‘periglioso’, come il naufrago all’inizio della meravigliosa avventura dantesca della Commedia, che non si rende conto di come sia riuscito ad essersi salvato, ma intravede avanti a sé un luogo in cui è possibile ripartire e sperare.