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Una lunga maratona

Una lunga maratona. Mesi e mesi di idee e progetti, Settimane di preparativi, locandine, organizzazione, allenamento di insegnanti ed alunni. Perchè il 14 marzo a livello globale si festeggia il Pi greco day, e la mia scuola da anni organizza in tale occasione un evento di tutto rispetto. Poi il mondo che all’improvviso capitombola a testa in giù, ogni abitudine e ipotesi sospese, la prospettiva di dover annullare tutto.

Ma le grandi passioni non le ferma nessuno, neanche un virus subdolo e letale. Così si inventano nuove forme, ed in quattro e quattr’otto si mette su una giornata “virtuale”, utilizzando i tanto odiati e bistrattati social network. Sì, quegli infernali ambienti dove, a detta di molti, albergano solo rischi inenarrabili e cyberbullismo a go-go, dove regna l’ignoranza e l’approssimazione. Facebook e You Tube, il regno del cybermaligno insomma, che diventano la piazza dove poter festeggiare insieme il pi greco day.

Si parte al mattino, alle 9, per finire, esausti e sorridenti alle quattro del pomeriggio. Come dire: sette ore di condivisione online, sul canovaccio, approntato in pochi giorni, di un ipotetico palinsesto televisivo rivisitato alla luce del “matematics is everywhere”, lo slogan della giornata mondiale della matematica.

Le pubblicazioni si susseguono a ritmo regolare, da You Tube rimbalzano sulla pagina Facebook, e poi su una pagina web della scuola per chi proprio odiasse zuckemberg e compagnia bella. Docenti e genitori che a gara condividono i vari post sulle proprie bacheche, persino il preside che prova a surfare tra le mille facce sorridenti che occhieggiano nei video, tra “striscia la lezione“ e “matechef”, da “Mathattack” a “le falde del terzo”, passando per “pifactor”. Un ipotetico canale del terzo piday 2020, in mano a docenti ed alunni, per un giorno impegnati insieme a far vedere quanto possa essere bello studiare.

Possibile? ma che andate dicendo?

studiare può essere ‘utile’ per il futuro, ‘necessario’ per la propria cultura, ‘importante’ per la crescita personale, ma bello… bello mi sembra un’esagerazione…

Cosa è in grado di spingere un manipolo di insegnanti, nel bel mezzo di una pandemia, con il mondo che non parla d’altro che di contagi, mascherine e divieti, con la scuola chiusa da dieci giorni e la prospettiva di non ritornare tanto presto nelle aule, a spendersi in questo modo, per una cosa del genere? e più di un centinaio di studenti a seguirli, a distanza, mettendosi in gioco mentre la scuola è chiusa?

Si chiama resilienza. È quella capacità di resistere, contro ogni plausibile aspettativa, alle avverse condizioni che vorrebbero farti abbandonare.

E poi, di più, Si chiama passione. È il vero motore di ogni umano movimento e decisione, figlio di “quell’amor che move il cielo e l’altre stelle” che Dante caparbiamente mette al centro di ogni cosa, unica vera differenza tra l’uomo, nella sua fragile condizione di essere aggredibile e soggiogabile contro ogni aspettativa, ed il resto dell’universo, le stelle, le galassie, le montagne innevate, le onde tumultuose dei mari, e persino le mille intelligenze artificiali che gareggiano a raggiungere e superare l’intelletto umano.

Perché il cuore dell’uomo pulsa per un inestinguibile desiderio di bene, di vero, di bello; e li cerca, bramosamente, dentro ogni cosa, nelle circostanze più ambigue e dure, nella più nera delle situazioni.

Come ne “la strada”, il romanzo di Corman Mc Carthy così attuale e profetico di questi tempi, dove un padre accompagna un bambino attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere in direzione dell’oceano, e ad un certo punto dice:

“Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c’è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un’origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te.”

 Noi educatori, insegnanti, genitori abbiamo un compito, magnifico e prezioso, arduo e indifferibile: giocarci tutto, nel rapporto con i bambini ed i ragazzi che accompagniamo tra le rovine di questo mondo che sembra davvero volersi ridurre in cenere, con la certezza di una strada da percorrere, con l’imperativo di tenere accesa la fiamma della passione per le cose, per la realtà, per il mistero immenso ed incommensurabile celato in essa. Senza risposte preconfezionate, o ricette, o istruzioni per l’uso valide sempre e comunque. perché la sfida è di quelle toste, e nessun teorema filosofico, morale, culturale, economico o sociale può ritenersi perfettamente giusto, a prescindere.

E poi perché, come mi ha ricordato un’amica, sempre sulle pagine di facebook poche ore fa, “magari scopriamo che anche noi abbiamo bisogno dei loro volti e delle loro voci”, per riscoprirci più umani, più fragili, più bisognosi e quindi più veri.

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Di Coronavirus, di saluti e di palette colorate

Tempi duri, quelli del coronavirus. Tempi di sbigottimento, di frastornati ritiri dalle comuni attività, di paure da letteratura distopica di inizio millennio, di misure precauzionali che tentano con coraggiosa determinazione di arginare questo nuovo, insidioso nemico chiamato ‘contagio’.

Come a mare, con i miei figli, quando le onde si ingrossavano per il vento e fare il bagno era pericoloso, e allora prendevamo un paio di palette colorate e creavamo castelli di sabbia, poco sopra la battigia, con ampi fossati e muri di sabbia bagnata e pietre a proteggerli. Quando il lavoro sembrava essere a buon punto un’onda, una di quelle più grosse, spazzava via in un secondo tutte le nostre fatiche e ci lasciava lì, palette alla mano, ammutoliti e disfatti.

Ogni giorno leggo, su questa nuova epidemia, di tutto. Interventi di esperti, commenti di filosofi e pedagogisti, ministri che provano a fare sul serio e dettano, un po’ anche loro con la paletta colorata in mano, decaloghi e norme di buon senso.

Sembra proprio che siano tornati i tempi neri della peste, o forse che siano arrivati quelli terribili dell’apocalisse.

Il contagio, nell’epoca della globalizzazione totale, è diventato il peggior nemico che l’umanità possa trovarsi di fronte, ancor più subdolo e potente delle guerre, della povertà, dell’odio.

Grandi autori, come Camus e Manzoni per citarne solo due, ci hanno insegnato che in ogni tempo, anche in quelli senza la rete onlife e l’iperconnessione del mondo, la peste e l’apocalisse sono state le grandi, terrificanti metafore del male e di ciò che maggiormente può impaurire e immobilizzare l’uomo nel panico dello sconforto.

Oggi come in ogni tempo, con questo nemico ogni categoria, ogni popolo, ogni cultura fa i conti, per come può e sa. E nel generale e globale clima di paura, tutti i luoghi comuni, gli stereotipi e i pregiudizi vengono a galla con limpida e disarmante evidenza.

Gli italiani trattano da untori i cinesi, per poi vedersi restituito dal resto del mondo lo stesso trattamento. Chi vive nelle regioni del Sud Italia quasi gode che il contagio sia partito dalle ricche e spocchiose regioni padane, quasi a prendersi una rivincita dalla secolare subalternità economica e sociale.

I media, quasi a voler tranquillizzare la parte produttiva della società, ripetono che la percentuale di mortalità è bassa, e soprattutto che i soggetti più colpiti sono gli anziani e chi ha già una patologia in corso.

Il COVID-19 è pure stronzo.  Si accanisce con i deboli, con chi è già debilitato da un percorso oncologico o da malattie che hanno indebolito le proprie difese immunitarie. Chi tra di noi ha più di 65 anni, o è immunodepresso, quasi si sente in colpa, nei confronti della comunità, di costituire la parte fragile di questo organismo, di contagiarsi e contagiare solo andando al funerale di un caro amico improvvisamente scomparso.

È tempo di congelare le emozioni, le forme semplici ed essenziali di affetto e stima, come un abbraccio nel ritrovarsi o anche una stretta di mano nel salutarsi. Di lasciare a casa i bambini, la parte più preziosa e viva della nostra umanità, come segnale forte di allarme e di spinta comune alla prevenzione.

Ma l’uomo non è fatto per la paura. Sarebbe rimasto altrimenti nelle caverne, a proteggersi dagli animali selvatici e dalle intemperie, invece di uscire per costruire archi e frecce, carri e leve poderose per innalzare edifici, materiali resistenti non presenti in natura, motori e veicoli velocissimi, medicine formidabili contro le malattie, pensieri, poesie, musica e arte per custodire e preservare la preziosa unicità della propria anima.

Così i medici che in Iran, sprovvisti delle necessarie misure sanitarie per combattere il virus, ballano nei corridoi degli ospedali, con i camici e le mascherine addosso, per esorcizzare la paura e la morte, ci fanno sorridere e riflettere, spazzando via ogni pregiudizio culturale e facendo emergere una sola, grande unica umanità che lotta.

Un po’, con le dovute proporzioni, come gli insegnanti della mia scuola, e di tantissime altre, che il giorno dopo la sospensione delle lezioni si sono presentati spontaneamente nelle aule, vuote e spoglie dal frastuono quotidiano, e hanno accesso pc, inventato o adottato forme diverse, rivalutato i gruppi whatsapp delle mamme, che a volte possono diventare un primo, approssimativo ma efficace strumento di didattica a distanza.

Li guardavo, mentre a piccoli gruppi, mantenendo le distanze tra loro, accendevano le LIM nelle classi e si connettevano con i loro alunni che, a casa, nelle loro camerette, si vedevano spuntare, tra l’imbarazzo e la gioia, il viso festoso della prof nello schermo del proprio tablet.

Alla faccia degli stereotipi sulla categoria degli insegnanti, pronti a trasformare ogni occasione di sospensione della scuola in un periodo aggiuntivo di ferie, e di quelli sui ragazzi, dipinti spesso come indolenti e refrattari ad un rapporto con il mondo degli adulti.

Poi qualcuno potrà utilizzare questa occasione per rivalutare il digitale come risorsa utile al proprio compito di insegnante e non solo come enorme mostro cyberbullizzante, o anche raddrizzare il tiro e riflettere che ‘Didattica a distanza’ è cosa diversa da assegnare sfilze di compiti ed esercizi sulla chat di whatsapp della classe, e così facendo magari avrà anche l’occasione di riflettere sulla inutilità, anche nello svolgimento regolare in classe del proprio lavoro, della assegnazione pletorica di esercizi e compiti per casa senza una consapevolezza del proprio insostituibile ruolo didattico, di indicare una strada su cui poi si cammina insieme, in un’aula come su una piattaforma a distanza.

Perché i momenti di difficoltà e di apparente disfatta sono proprio quelli che, con la dovuta audacia e determinazione, possono trasformarsi in grandi opportunità.

In ogni classe in cui ho insegnato affrontando con i miei alunni il XXVI canto dell’Inferno dicevo loro che le parole messe in bocca ad Ulisse da Dante avremmo dovuto scriverle a caratteri cubitali sulle pareti di ogni classe, trasformandole nel vero motto di ogni ambiente educativo.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti

ma per seguir virtute e canoscenza.

Perché tutti abbiamo paura, inutile nasconderlo. Ma il nostro cuore non è fatto per soccombere ad essa, e cerca nello sguardo di chi gli sta di fronte, una forma di riscossa, chiamiamola speranza se vogliamo essere schietti, a cui legarsi per inventare nuovi percorsi.

Salutiamoci con la punta dei gomiti, o con i piedi, o chinando il capo imitando le antiche e solenni forme orientali, ma non perdiamo il gusto ed il piacere di ‘salutarci’, cioè di offrici ed augurarci ‘salute’, ‘salvezza’ dal contagio e dalle subdole paure che aggrediscono ma non vincono il nostro cuore.

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L’appuntamento

 

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Domattina ho un appuntamento.

Finalmente il giorno è arrivato, andrò a conoscere per la prima volta la mia nuova scuola, quella in cui, dal primo settembre, sarò Dirigente Scolastico.

Sì, lo ammetto, sono emozionato. come la sera prima di un appuntamento amoroso.

Le piacerò, mi piacerà, saprò trovare le parole giuste, avrò la pazienza e l’ardire, in quantità equilibrata, per poterla conquistare? Per il primo incontro cosa mi metto? mi devo vestire casual, elegante, sportivo?

Sembrerà ridicolo tutto questo, ma è esattamente la sensazione che provo.

Certo, l’ho già vista in foto. Ho sbirciato su Facebook, sulla rete, in cerca di informazioni e di immagini. Ed il giorno in cui dovevo esprimere le preferenze ho persino preso la macchina e, da solo, in una assolata mattinata di metà agosto, sono arrivato fin davanti al suo cancello, per vedere com’era, vista da fuori. Ma domani, domani sarà un’altra cosa.

Da domani io apparterrò a lei e lei apparterrà a me.

E’ bello il verbo appartenere. Ha un sapore pieno e impegnativo, letteralmente “ti mette a parte” di qualcosa o qualcuno verso cui indica una chiara pertinenza che non è però un possesso.

Se io appartengo a una famiglia, per esempio, significa che ne faccio parte, ad essa mi riferisco quando voglio dire, agli altri ed a me stesso, chi sono. Così è per una donna, o per i figli.

Per questo i vecchietti, nei piccoli paesi siciliani, per identificare un ragazzo che vedono giocare in piazzetta o girare per i vicoli con gli amici, prima o poi lo fermeranno per chiedergli: “ma tu, a ccu apparteni?”

Ecco, da domani io apparterrò anche alla mia nuova scuola, ai suoi alunni, alle loro famiglie, ai suoi insegnanti, al personale che lì lavora.

Sarebbe stupido ed ingenuo ridurre però tutto all’emozione per ciò che è nuovo solo perchè, semplicemente, non si conosce.

C’è una canzone, a proposito, che da due giorni mi frulla in testa.

Si intitola “Costruire”, è di Nicolò Fabi, e sul principio dice proprio così:

«Ah si vivesse solo di inizi
Di eccitazioni da prima volta
Quando tutto ti sorprende e
Nulla ti appartiene ancora»

Eccola là, che sbuca, l’appartenenza di cui parlo. Ogni volta che negli anni passati entravo per la prima volta in una classe, dove non conoscevo gli alunni ma sapevo che sarebbero stati con me per i successivi tre anni di scuola media, rimarcavo sempre con forza questa profonda verità. Fino a ieri – dicevo loro – io non vi conoscevo, e voi non conoscevate me. ma da adesso non potrà più essere lo stesso, adesso in qualche modo noi ci apparteniamo.

E per spiegarlo meglio, di fronte a quelle facce imbrattate di sole estivo e di stupore, a volte leggevo la splendida pagina del “Piccolo Principe”, quando la volpe descrive questo percorso attraverso il verbo ‘addomesticare’.

Ma Fabi nella canzone va ancora avanti, e indica una strada molto chiara:

«Ma tra la partenza e il traguardo

In mezzo c’è tutto il resto

E tutto il resto è giorno dopo giorno

E giorno dopo giorno è

Silenziosamente costruire

E costruire è sapere

E potere rinunciare alla perfezione»

 

Ecco qual è la vera scommessa dell’appartenenza, che non consiste appena e solo nel cominciare, ma è soprattutto legata al costruire.

Pavese, nel lontano novembre del 1923 lo sapeva bene, tanto che nel suo diario rimarcava che “è bello vivere perché vivere è cominciare sempre, ad ogni istante”. Appunto, costruire.

In questi giorni ho ricevuto centinaia di messaggi, auguri e congratulazioni, attestati di stima e di affetto, da parte di amici, di colleghi di oggi e di ieri, di alunni incontrati negli anni, di tanti Dirigenti Scolastici che mi hanno accolto con sincera e benevola disponibilità. Tutta questa valanga di affetto e stima, ho provato a rispondere loro, mi rende enormemente grato ed emozionato, ma mi riempie anche di un grande senso di dismisura e inadeguatezza.

Per questo, aspettando trepidante l’appuntamento di domani mattina, mentre scelgo la camicia giusta, mi auguro questo: di riuscire a costruire, silenziosamente, qualcosa di buono, di vero, di giusto per e con coloro che mi verranno affidati.

Tanti auguri a me, ed a questa nuova grande avventura che inizia!