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Per il nuovo anno che inizia

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Ancora poche ore e il nuovo anno farà capolino in mezzo a noi, tra brindisi e sorrisi, sterminate liste di auguri su Whatsapp, facendo a gara per varcare il traguardo del primo secondo del nuovo anno con video auguri, coriandoli che esplodono da scatole festose, la sagoma dell’anno ormai passato che scompare per dare spazio allo sfavillìo di quello nuovo di zecca.

Siamo tutti un po’ ingenuamente ridicoli, a capodanno. Festeggiamo, brindiamo, osanniamo questo nuovo anno che arriva, gettando alle spalle ciò che è stato e che, nel bene e nel male, ha fatto parte di noi.

Ma guardiamoci un po’.

Siamo abbattuti, deboli, malconci. Qualcuno di noi lotta, più o meno silenziosamente, con la malattia, con la sofferenza ed il timore della morte; qualcun altro sente forte il nodo della insoddisfazione, della disfatta, dell’amarezza, delle tante incompiutezze con cui la nostra vita inevitabilmente preme talvolta fino a soffocare.

I conti, nelle tasche, nelle menti e nei cuori, spesso non tornano, ci sentiamo delusi e ingannati, e il massimo che ci viene offerto, da un mondo vago e irrequieto come il nostro, è la convinzione che basti solo accontentarsi, e tirare avanti.

C’è una breve annotazione, nel diario di Cesare Pavese, oggi più che mai fondamentale, che ci costringe a fare i conti con una evidenza irrinunciabile.

“Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?”

Perché vale la pena festeggiare il nuovo anno che arriva? Chi e cosa ci è stato promesso per cui valga la pena attendere questa mezzanotte del 31 dicembre, con il calice in mano, i bimbi che aspettano il momento per lanciare in aria scie di luce tra fischi assordanti, qualcuno che si bacia, qualcuno che fa volare un po’ più in là il pensiero, qualcuno che non sa bene neanche cosa dovrà chiedere all’anno che inizia?

Eppure il nostro cuore è fatto così, non si stanca mai di riattivare quel motore potente ed inesauribile che si chiama “Desiderio”.

Diversi anni fa ho imparato, dalla eccezionale ed unica lezione di don Giussani, che la parola “desiderio” è un vocabolo meraviglioso che viene dal latino de-sidera ed ha a che fare, nella sua etimologia, con le stelle.

Come ci ricorda la stupenda poesia di Vladimir Majakovskij che spesso amo leggere ai miei alunni

“Ascoltate!

Se accendono le stelle,

vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?

Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano?

Vuol dire che qualcuno chiama perle questi piccoli sputi?

E tutto trafelato,

fra le burrasche di polvere meridiana,

si precipita verso Dio,

teme d’essere in ritardo,

piange,

gli bacia la mano nodosa,

supplica

che ci sia assolutamente una stella,

giura

che non può sopportare questa tortura senza stelle!

E poi

cammina inquieto,

fingendosi calmo.

Dice ad un altro:

“Ora va meglio, è vero?

Non hai più paura?

Si?!”.

Ascoltate!

Se accendono le stelle,

vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?

Vuol dire che è indispensabile

che ogni sera

al di sopra dei tetti

risplenda almeno una stella?”

 

Anche e soprattutto questa notte, in questo ultimo giorno dell’anno che ci apre le porte verso l’anno che verrà, è indispensabile, per tutti e per ognuno, che “al di sopra dei tetti risplenda almeno una stella”.

E’ una questione urgente, a livello sociale.

Come ha ammesso anche un rapporto del Censis di qualche anno fa che ho trovato citato nell’introduzione all’ultima straordinaria edizione dell’Inferno dantesco commentata da Franco Nembrini,

“tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita”.

O come ha ribadito anche l’astrofisico Giovanni Bignami, in una bella intervista a Mario Calabresi intitolata “Cosa tiene accese le stelle”.

Lo scienziato, sul finire, così affermava:

“Abbiamo bisogno di grandi progetti, di grandi visioni e di stimolare la fantasia della gente. Dobbiamo ricominciare a guardare in direzione delle stelle.”

Ne abbiamo bisogno davvero, tutti insieme e singolarmente.

Perché i desideri più veri e profondi del nostro cuore possano trovare un punto a cui guardare dobbiamo allora, tra poche ore e poi lungo tutti i giorni dell’anno che sta per iniziare, alzare la testa, sollevare lo sguardo, cercando di vivere all’altezza di questi desideri.

Buon anno a tutti, e…

Brindisi!

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C’è più gioia nel dare che nel ricevere

Quello che segue è il mio intervento in occasione della IX edizione di “Ricordando Rossella”, manifestazione svoltasi il 14 dicembre 2018, che vuole promuovere la sensibilizzazione al tema della donazione degli organi attraverso un concorso aperto agli alunni delle scuole nel ricordo di Rossella Rampulla. Un piccolo gesto per educare alla cultura del dono.

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Quando con i miei alunni ho iniziato a preparare il lavoro per questa manifestazione ho subito pensato di concentrarmi su questa frase.

“C’è più gioia nel dare che nel ricevere”

È attribuita a Gesù, ma non si trova nei Vangeli; Sono gli Atti degli Apostoli a dirci che Lui ha pronunciato queste parole.

Proviamo a fermarci un attimo ed a riflettere su di esse. Com’è possibile dire, ai nostri giorni, una frase del genere? com’è possibile sostenere una simile idea?

A volte, anche parlando di temi così importanti e delicati come quello della donazione degli organi, rischiamo di cadere in un pericoloso tranello. La commiserazione, il pietismo, il pensiero verso una persona come Rossella morta in maniera così prematura, o il pensiero di persone che soffrono per malattie, rischiano di farci fermare ad un approccio emozionale ma privo di giudizio, a farci dire e ripetere cose in maniera automatica.

Siamo davvero sicuri che tutti noi, qui dentro, potremmo affermare che dare è meglio che ricevere? che cioè quando, tra poche settimane, arriverà Natale, noi preferiremo fare regali piuttosto che riceverli? chi di noi ha il coraggio di affermare una cosa del genere?

Andiamo per gradi.

Cosa intendiamo con la parola “dono” al giorno d’oggi?

Viviamo in una società segnata da un accentuato individualismo, in cui se non mi metto in mostra, se non appaio, non esisto.

Oggi non c’è più posto per il dono ma solo per il mercato, lo scambio utilitaristico, e quella che regna è la legge del tornaconto. In un’epoca di abbondanza e di opulenza non si parla quasi più infatti di DONO, ma di OFFERTE, PROMOZIONI, BENEFIT.

Fateci caso, nel nostro vocabolario di ogni giorno la parola DONO, così semplice, così piccola ed essenziale, sembra quasi scomparsa.

“Do ut des”, questa proverbiale frase latina, sembra essere diventata la sola vera chiave di lettura del dare. Io sono disposto a dare, ma esigo, mi aspetto, pretendo in contraccambio qualcosa.

Il “dare” insomma è sempre legato, in maniera più o meno cosciente, ad un tornaconto.

Se fai il bravo ti regalo un giocattolo – dice la mamma al bambino; oppure, alla vostra età “se prendi almeno nove all’esame ti regalo (cioè ti dono) la playstation, il motorino”, o chissà cosa altro.

Inconsapevolmente siamo noi adulti ad abituarvi a ragionare così.

A volte il tornaconto può essere anche solo “morale”. “Io sono tuo amico, quindi tu devi favorirmi. io ti dedico del tempo, perché così tu possa essermi riconoscente.”

Potremmo quindi affermare che la frase da cui siamo partiti è bella, emozionale e ad effetto, ma niente più.

Oppure?

Proviamo a ritornare al senso più vero ed autentico della parola “dono”.

Per farlo ci aiuta una parola ancora più fraintesa del nostro vocabolario. La parola carità.

Noi spesso la confondiamo con compassione, commiserazione, con gli spiccioli dati a chi ci tende la mano al bordo della strada per mettere a posto la coscienza.

Invece è una parola antica ed importante, che deriva dal greco e letteralmente significa gratis. la carità è un amore senza ragioni, tornaconti, calcoli, proporzionalità, attese. Gratis, appunto.

“Un amore che abolisce ogni ritorno”, un “dono di sé commosso” l’ha definita in un suo testo don Luigi Giussani.

Per questo rimaniamo colpiti dall’esperienza di Rossella. Per questo passano gli anni ma quando in classe parlo di lei, per invitare i miei alunni a partecipare a questo concorso ci sono occhi attenti, che brillano di commozione vera, autentica.

Perché il gesto di Rossella è un vero dono di sé, che non prevede tornaconti. È GRATIS.

Ma occorre un altro passo.

Potremmo infatti correre il rischio di rimanere affascinati e commossi dal gesto estremo di gratuità della donazione di organi, ma ritornare poi a casa, oggi, convinti che esso rimanga legato solo ad esperienze estreme, particolari.

Cosa c’è all’origine di un gesto così forte, come quello di donare una parte di sé, come estremo gesto di gratuità? cosa c’è all’origine di questo sì detto alla vita, alla possibilità che qualcun altro “goda” del frutto estremo del sacrificio di una vita?

Un sì così grande è possibile solo se nella vita sei abituato a dire tanti piccoli sì.

Un dono così grande è possibile solo se nella vita sei stato abituato a tanti piccoli doni.

Non è un gesto eroico quello di Rossella, o quello dei suoi familiari, che hanno acconsentito al trapianto degli organi.

È un gesto che discende naturalmente da quello che uno è, dai piccoli gesti che è abituato a fare nel tempo.

Rossella amava la vita, la sua famiglia, il suo lavoro, i suoi alunni. Accoglieva ciò che gli era “dato” con il sorriso, sempre. La donazione degli organi non nasce da “poverini, soffrono tanto, quasi quasi mi tolgo un organo e glielo dono”. La donazione degli organi, la donazione di sé, nasce da tante piccole, quotidiane, minuscole occasioni in cui tu dici “sì, sono disposto a darti qualcosa di mio, gratis.”

Anche solo un pezzo del mio panino. Gratis.

Sono disposto ad accogliere il mio compagno di banco, che magari ieri mi ha fatto un dispetto, con un sorriso, gratis.

Sono disposto a dedicare un po’ del mio tempo per aiutare qualcuno in difficoltà, gratis.

Sono disposto ad ascoltare un mio amico o una mia amica che vuole confidarsi o vuole sfogarsi con me, gratis.

Sono disposto a fare i compiti con te, perché magari così tu riesci a capire meglio quella regola di matematica. Gratis.

Lo so, a molti sembrerà ingenuo, o banale, o inincidente tutto ciò. Ma non è così.

Rossella il primo giorno in cui io sono arrivato nella scuola di San Piero Patti, l’anno in cui poi lei sarebbe morta, mi ha accolto con un sorriso immenso, che non dimenticherò mai. Gratis.

E quel sorriso è stata la cosa che di lei ho portato con me in questi anni, nell’amicizia che nel tempo è nata e cresciuta con suo marito Massimo. Perché i doni di questo tipo, quelli gratis intendo, costruiscono intorno a noi stima, affetto, serenità, conforto.

Peguy, un grande poeta francese, in un suo stupendo testo poetico mette in bocca a Dio queste parole:

“come la libertà degli uomini è stata creata a immagine e somiglianza della mia libertà, dice Dio / Così mi piace trovare in loro una certa gratuità. Danno per nulla. Altrimenti è forse un dare? Amano per nulla. Altrimenti è forse un amare?”

Pensateci, anche quando diciamo “Ti voglio bene”, intendiamo “voglio il tuo bene”. Ti amo, cioè il mio amore è rivolto, transitivamente, verso te. Anche la grammatica, vedete, ci insegna in fondo questa semplice ed essenziale verità.

Allora anche noi possiamo, ogni giorno, imitare Rossella, coltivare il suo esempio, quel seme che con la sua morte, cioè con il momento che apparentemente segna la fine di una esistenza, ha generato nel tempo nuova vita.

Basterà iniziare con il panino, con un abbraccio a nostra madre o nostro padre, con un sorriso al nostro professore, o un aiuto nei compiti ad un nostro compagno in difficoltà. Con un “grazie” detto con il cuore, con la disponibilità ad ascoltare gli altri anche quando pensi non abbiano ragione.

Vedete, anche la parola gratis in fondo è semplice, piccola, ma mai banale.

Permettetemi di finire regalando a tutti una bellissima poesia di una dimenticata ma grande poetessa italiana. Lei si chiamava Ada Negri, visse in Italia tra la fine dell’800 e la metà del 900, e tra le altre cose ha scritto questa delicata, struggente poesia

Il dono

Il dono eccelso che di giorno in giorno

e d’anno in anno da te attesi, o vita

(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza

anche il pianto), non venne: ancor non venne.

Ad ogni alba che spunta io dico: «È oggi»:

ad ogni giorno che tramonta io dico:

«Sarà domani.» Scorre intanto il fiume

del mio sangue vermiglio alla sua foce:

e forse il dono che puoi darmi, il solo

che valga, o vita, è questo sangue: questo

fluir segreto nelle vene, e battere

dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti

unicamente perché sei la vita.