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Doni

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Un altro anno di scuola che finisce, tra esami, saluti, qualche lacrima, molti sorrisi.

Educare è, ancora oggi, un’avventura fantastica e complicata, una traversata oceanica, una transiberiana della mente, del cuore e della libertà, in compagnia di uomini “piccoli solo di statura”, come mi ha insegnato una cara amica una volta, con i cantieri della loro personalità ancora in allestimento, mille impedimenti burocratici, aule inadatte, tra le mille distrazioni tue ed un altro milione di distrazioni loro, in combutta e sempre dietro l’angolo, conniventi nell’indolenza e nel troppo facile e frequente accontentarsi.

Un anno di esperienze, alcune collaudate in passato, altre nuove e impensate, perché dobbiamo sempre ricordarci che, come disse il caro Montale, “l’imprevisto è la sola speranza”, e non solo ciò che è programmato è utile e buono, in fin dei conti.

Un anno di letture, prese da libri recuperati dallo scaffale più alto della mia libreria, di parole incasellate e guardate con la lente attenta e curiosa della grammatica, di eroi e déi capricciosi e beffardi, delle loro lotte e delle loro speranze, dagli interminabili viaggi e dalle spietate battaglie, di temi da consegnare il lunedì, che non sai bene cosa scrivere ma sai che il prof si incavola parecchio se non lo fai, e quindi chiedi aiuto, suggerimenti, idee per completarne almeno una di pagina, di giochi e liti e rimproveri quando il livello del chiasso in classe proprio non si regge più.

Alcuni dei loro volti li rivedrò a settembre, altri nel frattempo in qualche spiaggia a ridere e tuffarsi, o buffamente nascosti in qualche angolo di buio, sui lungomare placidi e brillanti delle sere d’estate, quando l’amore è un’impresa da tredicenni e il cuore sembra messo lì nel petto per scoppiare risalendo su, fino ai loro occhi brillanti ed affamati di vita.

Alcuni mi correranno incontro festosi, perché non c’è posto migliore in cui trovare il prof di lettere di un pomeriggio d’estate senza aule e compiti, con un gelato in mano, altri più timidi cercheranno di capire se li guardo, se li riconosco nell’abbronzatura dorata e in quelle colorate magliette estive.

Altri ancora invece, a settembre, avranno altre scuole da frequentare, con nuove materie, nuovi compagni, un nuovo percorso da iniziare.

Mentre questo giugno duemilaediciassette fugge via li raduno nella mente e li saluto, uno per uno, consegnandoli a una vacanza che comincia.

Di alcuni restano pochi ricordi, attimi rubati alla noia, alla distrazione, al qualunquismo che li vuole vedere tutti egocentrici e viziati, di altri rimane molto di più, messaggi scritti nella trepidazione di esami che spaventano, o nella gioia di una gita vissuta insieme, o nel dolore di compagni che ti tradiscono e ti fanno sentire solo.

Poi, come perle rare, rimangono di quest’anno un paio di lettere, semplici e sincere, preziose e disarmanti.

Quando ricevi una lettera da un tredicenne i tuoi parametri di comunicazione saltano inesorabilmente, perché noi adulti ci facciamo tanti problemi quando dobbiamo dire chi siamo, cosa vogliamo, cosa ci spaventa, cosa ci inquieta. E invece loro sono più trasparenti ma non per questo meno complicati e incerti.

Ho avuto la fortuna e la grazia di riceverne, di queste lettere, negli anni passati, di conservarne l’intensità e la spontanea forza nel tempo, ma ogni volta che mi capita è una nuova, impensabile e grande gioia.

Perché mi sento inadatto a stare di fronte alle loro domande, assolute ed essenziali, eppure a loro in fondo non importa che questo: stargli semplicemente di fronte, prenderli in considerazione, accorgersi che esistono.

Così, con le lacrime agli occhi, ripiego il foglio in cui uno di loro mi ha scritto, e mi sento imbarazzato dal senso di inadeguatezza e al tempo stesso felice perché sì, davvero, questi sono i momenti in cui riconosco che faccio pur sempre il più bel mestiere del mondo.

Cosa sarà di lui? Cosa sarà di loro? Del loro acerbo affacciarsi alla vita, così genuino e già così corroso dal nostro disincanto?

Le due lettere che nell’ultima settimana ho ricevuto hanno molto in comune, e certo vorrà pur dire qualcosa.

E non posso bloccarmi nel sentirmi inadeguato rispetto alle loro aspettative, alle loro affermazioni, al loro disarmante chiedermi mentre io mi sento così imperfetto e mancante.

Tante volte in classe, risalendo alla radice della parola ‘comunicazione’ gli ho ricordato che in latino quel munus a cui appunto questa parola fa riferimento, significava sia “dono” che “compito”.

Anche queste due brevi lettere sono, come ogni nostra comunicazione, dono e compito. Il dono lo gusto adesso, nel dolce e amaro sapore del saluto dopo anni o pochi giorni di gita passati insieme; il compito invece, quello mi aspetta nei giorni, mesi, anni che verranno, secondo forme e dimensioni che adesso neanche riesco ad immaginare, ma il cui profilo combacia perfettamente con il desiderio di bene, di vero, di bello, di pienezza e di gioia che il loro cuore ed il mio non smettono di custodire e mantenere acceso.

Dono e compito. Nelle lacrime e nel sorriso felice di questa sera di fine giugno.