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Domenica da ring

Quando a 25 anni, durante il servizio civile alla Misericordia di Castelfiorentino, mi sono ritrovato a guidare un carro funebre con dentro il feretro, i parenti dietro a passo d’uomo, i fiori, il prete e tutto il resto, mi sono reso conto che nella vita non si può dire “questo non lo farò mai”. Mai dire mai, insomma, come nei film. Da allora mi sono riconfermato mille volte in questa grande verità. Vendendo madonnine e souvenir, imparando a fare gelati e semifreddi, pulendo cessi intasati, rincorrendo alunni lungo corridoi, traslocando da un luogo che credevo mio per sempre.

Ed oggi è solo l’ennesima conferma.

La palestra è quella di una scuola elementare ai piedi dell’Etna, al centro c’è montato un ring, di quelli che io ho solo visto nei film. Un centinaio di persone, vestite per lo più di nero, magliette attillate e pantaloncini corti con il cavallo lungo, fasce, guantoni, muscoli in bella mostra. Qui si combatte, mica si pettinano le bambole. Bambini e ragazzi, di ogni età e di entrambi i sessi, aspettano di iniziare ad affrontarsi, divisi per categorie, in varie discipline dai nomi orientali impronunciabili da uno come me, che ha all’attivo come cultura nel settore un paio di Rocky visti in TV e che non ha mai visto un film di Bruce Lee fino alla fine.

Ma Lele ha deciso di combattere. Ha spiegato a casa che la sua è kick boxing (si scriverà così….?!?) versione light, che conta solo eseguire le mosse in maniera corretta, che non esiste il ko, che alla fine ci si sfiora soltanto. L’ha detto convinto, tornando da un allenamento con un livido sotto l’occhio, il naso gonfio ed un impacco di ghiaccio sulla coscia. Noi non abbiamo commentato, sarebbe stato inutile. Ed eccoci qui, al suo primo vero combattimento.

Ora, io ho pure simpatia per questo allegro e semplice popolo di finti duri. Che hanno i muscoli che escono da pantaloncini variopinti e le facce da bravi ragazzi. Che si concentrano prima della gara, si salutano piegandosi come i giapponesi, hanno le magliette con dragoni stilizzati e scritte illeggibili che poi riproducono soltanto, con font finto orientali, il nome di paesi come Avola, Ragusa, Acireale, Partinico.

Comunque si inizia. I piccoli sul ring. Imbottiti, come no, dalla testa ai piedi, ma si menano sul serio…

Continuò a pensare che io qui, non so proprio cosa ci sto a fare, ma penso al carro funebre di Castelfiorentino e vado avanti.

Tutti applaudono, segno che il match è finito. Bene. Io non l’avevo mica capito. Avrà vinto qualcuno dei due, immagino. Oppure no? Hanno fatto pari e patta, amici come prima?

Ora sul ring arrivano due ragazzini, avranno poco meno di dieci anni. Anche loro con il caschetto, ma uno dei due afferra l’altro e lo catapulta a terra. Una mamma urla qualcosa, ma chissà se a quello steso o quello poco più robusto che lo ha atterrato.

Ci capisco sempre meno, ma quando tutti applaudono lo faccio anch’io.

In realtà i combattimenti dei ragazzi più grandi iniziano su alcuni tappeti di gomma, mi dicono si chiamino tatami, e subito l’eterna sfida tra bionde e more infiamma il pubblico.

Mi viene in mente che Sophie Marceau in un “tempo delle mele” faceva un combattimento simile, e devo ammettere che sembra un balletto. Almeno fino al primo pugno lungo in faccia alla moretta.

Si apprezza solo ciò che si conosce, quindi mi faccio spiegare due tre regole fondamentali, giusto per capire chi fa cosa.

Non è un mondo che mi appartiene, è vero. Ma c’è dentro tanta cura e disciplina, e questo mi affascina.

C’è un maestro dietro ogni combattente, che incita e accompagna, suggerisce e guarda in silenzio. E anche questo mi piace proprio tanto.

Ma adesso vado, È il turno di Lele. Ho un figlio che combatte, stamattina, io!
N.B. a fine gara: Ha lottato. Ne ha prese tante. Io con lo stomaco accartocciato. Ed ha perso. Quello che più mi lascia allibito è il suo essere, alla fine, contento…;)

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“Amici vasci”

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“Cerni oj, cerni dumani,

l’haiu na fazzulittata d’amici,

amici vasci però,

di chiddi curti

e chini di dìntra

cmu l’aranci sucusi

di chiddi c’hannu zappatu

e seguitanu a zappari

a siminari ni la terra

e dintra lu cori di l’omini.”

(Cerni oggi, cerni domani / l’ho una fazzolettata di amici / amici bassi però / di quelli piccoli / e pieni dentro / come le arance succose / di quelli che hanno zappato / e seguitano a zappare / a seminare nella terra / e dentro il cuore degli uomini)

(“Li me amici”, in I. Buttitta, La peddi nova, Sellerio, 2013)

 

La voce è quella di un grande poeta della mia terra, Ignazio Buttitta. Si tratta di un piccolo frammento di una delle sue tante poesie, molto belle, tutte in dialetto siciliano, colme di vita e di una particolare grazia ruvida e genuina che me le rendono sempre care.

Mi è tornata in mente e sono andato a ricercarla, perché ultimamente questa parola, amicizia, ha fatto capolino più volte nei discorsi fatti, a voce o per messaggio, con diverse persone. E forse perché la poesia è davvero una grande cassa amplificante del cuore umano, e ci trovi dentro le gioie, i dolori, le verità più dolci e quelle più taglienti.

Ci siamo sempre più abituati forse ad essere “compagni” piuttosto che amici. Sembrerebbe simile, quasi intercambiabile, il significato di queste due parole. E invece, a ben guardare, non lo è.

Ci troviamo accanto, lungo il corso della vita, tanti con cui, come suggerisce il significato letterale della parola ‘compagno’, condividere “lo stesso pane”. Da piccoli abbiamo compagni di banco, per la merenda in ricreazione o i libri da portare nello zaino. E poi compagni di studio, con cui ripetere sopportando insieme il peso delle ore passate su testi e manuali. Crescendo arrivano compagni di partito, di gruppo, di associazione, colleghi di lavoro, compagni di squadra con cui indossare la stessa casacca, nelle scuole calcio da piccoli come nelle partitelle del mercoledì sera da adulti. Compagni di corsa, di cammino, di attesa, di scoperta. Compagni di corsetta, di lunghe pedalate in bici, di incredibili bevute, di mangiate epocali nei locali più impensati.

Tutto molto bello e vero, senza dubbio. Ma a riscoprirla, la parola amicizia, aggiunge qualcosa di essenziale in più a tutto questo. Porta con sé, nella sua radice, la medesima origine di “amore”, altro vocabolo inflazionato e abusato nei nostri tempi così ricchi di parole e poveri di senso.

Amico è colui che ama, non solo che condivide un pensiero, un’idea, una divisa, un credo. Amico è colui che, per dirla meravigliosamente con Buttitta “semina” nel nostro cuore, senza volere niente in cambio.

Ecco cosa aggiunge forse la parola amico a ‘compagno’. Aggiunge quella meravigliosa e rara capacità, incredibilmente sopravvissuta a questi tempi avidi, della gratuità, del gratis, del “per niente”. Ti voglio bene, ti amo, voglio il tuo bene, ma senza pretendere niente in cambio, senza dover attendere un feedback, una ricompensa, un ritorno. Ti dedico il mio tempo, le mie energie, la mia attenzione, ti ascolto e provo a comprenderti, ti consiglio e ti accompagno, ma senza un vero tornaconto, concreto o ideale che sia.

Sembrano discorsi assurdi, lontani spesso dai baratti quotidiani di favori, accordi, riconoscenza, appuntamenti e impegni reciproci di cui è fatto il nostro consueto farci compagnia.

Ma proprio a questo Buttitta voleva, secondo me, dare risalto, ed io non posso che, sommessamente, ringraziarlo.

Tanti dei compagni di strada e di cammino, negli anni, sono diventati parte della mia personale ‘fazzulittata’, attraverso vicende diverse e per motivi spesso incomprensibili e legati a quel mistero che, inesorabilmente, non smette mai di fare capolino nella nostra vita, scompigliandola ed a tratti rimescolando tutto, mentre speriamo con tutto il cuore che sia benevolo nell’accompagnarci.

Con alcuni si continua a condividere impegni, orari da rispettare, lezioni in classe o bambini da recuperare in un palazzetto o all’ennesima festa di compleanno; con altri invece magari non c’è una scadenza comune, ci si vede poco, in rare occasioni e senza alcuna continuità; poche centinaia di metri o migliaia di chilometri a dividerci, rimane la certezza che il legame continua nel silenzio a costruire, rincuora quando è possibile vedersi, ci puoi contare quando la vita ti mostra il suo volto più complicato ed incerto.

Ognuno di noi, in fondo, non ha bisogno essenzialmente che di questo, di “amici vasci”, amici bassi, modesti, ma ‘succosi dentro’, del succo saporito ed impareggiabile della gratuità, che abbiano  come unico merito quello di zappare e seminare dentro il nostro cuore.