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Di innovazione, incazzature e nuove parole da imparare bene

 Vengo da tre giorni particolarmente intensi. A Roma, nella palestra dell’innovazione della fondazione Mondo Digitale, ho sperimentato come l’innovazione possa coinvolgere la scuola, attraverso laboratori e nuovi strumenti tecnologici ma soprattutto attraverso la prospettiva, visionaria, appassionata e avvincente del fondatore della fondazione, Alfonso Molina.Realtà aumentata, fablab, maker, video 3D, serious videogames: nessun aspetto dell’innovazione tecnologica attuale può rimanere escluso dal confronto con la questione educativa, a cui Molina dedica la maggior parte delle energie della fondazione, ponendo sempre la persona al centro di tutto.

Ho capito come costruire un videogioco, approcciato tecniche di team building con spaghetti, Scotch e marshmallow, giocato con le lego in gruppo. Insomma, mi sono divertito parecchio.

Al rientro, di lunedì mattina, mi aspettava una udienza dal giudice di pace di Palermo. Una multa per eccesso di velocità che per una serie di meccanismi burocratici è lievitata trasformandosi in una cartella esattoriale di 500 euro. Da aggiungersi agli oltre 400 già pagati per la multa in se. Mica bruscolini.

Ero stranamente speranzoso, percorrendo via Libertà, convinto che la spinta positiva della tre giorni romana potesse smontare lo scetticismo usuale nei confronti del pachidermico e insaziabile apparato della pubblica amministrazione.

Ho quasi immaginato, nell’ingenuo ottimismo dell’ignorante nel mondo dei tribunali, che un giudice imparziale e pacato mi avrebbe ascoltato valutando le mie ragioni e confrontandole con quelle della polizia municipale palermitana.

Niente di tutto questo. Altro che Kafka. Altro che teatro dell’assurdo. Ho assistito ammutolito ad una serie di rimproveri su procedure inesatte e inammissibilità del ricorso. Nessuna possibilità di spiegare ragioni, o anxhe solo ricostruire i fatti. Una stanza affollata da decine di avvocati impeccabili nelle tenute fintamente casual mi ha catapultato nelle vesti di inerme, minuscolo ingranaggio di un meccanismo incomprensibile e, diciamolo, parecchio odioso.

Uscendo incredulo e avvilito, nel volto lo sguardo acido del giudice (vi prego cambiategli nome, ma “di pace” proprio no!), ho capito all’improvviso perché Molina a Roma ha ripetuto ossessivamente un termine, spiegando cosa serve essenzialmente per innovare.

Si chiama “resilienza”. Strano nome. Eufonico ma quasi sconosciuto a tanti. Ed è l’unica risposta possibile a questa mattinata persa nel secondo piano dell’ufficio del giudice (di pace no, vi prego, sceglietevi un altro nome) palermitano. 

È la capacità, o meglio la possibilità, di affrontare ed assorbire un urto senza rompersi. 

Perché educare i propri figli e centinaia di propri studenti al rispetto dell’altro e della sua dignità, al rispetto dello Stato e delle sue leggi che dovrebbero garantire imparzialità, altrimenti sarebbe solo una amara beffa, a cui rispondere con disincanto e rinuncia.

Resilienza, amici. 

Me lo ridico tre volte, dieci, cento. Ho il tempo per farlo: il treno che da Palermo mi riporta a Patti, d’altronde, ci impiegherà solo 3 ore e mezza. Possiamo prendercela comoda.

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Questo incredibile tuffo d’amore

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Ieri, mentre i soccorritori iniziavano a scavare tra la neve e le macerie dell’hotel Rigopiano io ho trascorso gran parte della giornata tra treni e stazioni, dividendomi tra il cellulare con gli aggiornamenti dal luogo delle ricerche dei superstiti e la lettura de “Il fiume”, il nuovo romanzo di Marco Lodoli che da troppe settimane giaceva in attesa sul mio comodino.

Strana coincidenza, che un mio amico poeta inserirebbe senz’altro nel suo particolare elenco delle cose che separano il caso dal destino.

La trama del romanzo è semplice: Uno sconosciuto salva un bambino caduto nel Tevere mentre il padre rimane pietrificato a guardare il figlio sprofondare tra le acque melmose del fiume; lo stesso padre, spronato dal bambino ormai in salvo, trascorrerà il resto della giornata e della notte seguente a cercare lo sconosciuto autore di questo gesto di generosità gratuita e immediata.

Così mentre nel libro seguivo chi era disposto a rischiare la vita per mettere in salvo il piccolo Damiano, il mio telefonino mi mostrava le foto di un finanziere, Lorenzo Gagliardi, il primo dei soccorritori che con gli sci hanno raggiunto l’hotel ed hanno scavato tutta la notte in attesa degli altri soccorsi.

Davanti agli occhi mi scorrevano tutte le valanghe che negli ultimi mesi hanno continuato a travolgere le vite e le coscienze, le stragi della furia terrorista e quelle meno eclatanti dei profughi inghiottiti dalle onde, la terra che trema e spazza via paesi e intere comunità e i treni o gli aerei che si schiantano in un fragore mortale. Come non riconoscere che la pietrificata paura di Alessandro, il padre di Damiano, che sull’argine del fiume osserva il figlio inabissarsi senza riuscire a muovere un dito, è la stessa ammutolita paura che lega tutti?

“Perché certe storie vanno bene ed altre rovinano, perché qualcuno si salva e qualcun altro si sfascia? Chi lo decide, chi stabilisce l’esito della vita?” si domanda Alessandro, nella lunga notte che lo porta ad attraversare Roma e, in fondo, la sua coscienza di uomo e di padre.

Ammutoliti e increduli anche noi non riusciamo, a volte, che a balbettare la nostra incapacità a trovare le ragioni, la forza, la coscienza, e guardando al cielo ripetiamo, ancora con il mio omonimo protagonista del romanzo “Dio mio, perché non aiuti tutti quanti? E io, come posso salvarli, se non sono riuscito nemmeno a gettarmi nel Tevere per mio figlio, io come posso salvarmi?”

Troppe volte, dopo le grandi tragedie collettive come dopo le piccole disfatte personali o familiari, la reazione di fronte all’inesorabile presenza del male, del dolore e della morte, dell’ingiustizia e del fallimento, è quella della ricerca di un colpevole.

I social network si riempiono di indignate reazioni, di corali appelli alla giustizia, alla ricerca di una verità che ci liberi dal peso di queste domande, che finalmente ci mostri un colpevole da additare, un pezzo di ingranaggio che non ha funzionato, un ingegnere incompetente o un amministratore corrotto, una faglia che si è aperta, un parente serpente o almeno qualcuno che, senza volerlo, abbia commesso un errore che possa spiegare il disastro.

“Nessuno deve inseguire l’ignoto” – dice ancora Alessandro – che mille volte vorrebbe frenare, scendere dalla macchina, interrompere questa folle ricerca di quell’uomo in cui sente essere in gioco il senso di tutto.

C’è chi dice che la letteratura sia finzione, puro intrattenimento per distrarsi dalla vita vera che preme e punge, una via di fuga dalla realtà pesante e imbarazzante delle nostre precarie esistenze.

E invece un libro può spiegare la vita, o almeno provare a farlo, tentare di camminare sul filo pericoloso e instabile delle eterne domande di senso, sostenere la ragionevolezza e la bellezza dell’energia che ha potuto spingere Lorenzo Gagliardi a promettere al padre che aveva la sua famiglia intrappolata nelle macerie di Rigopiano: mi tuffo, te li riporto vivi.

Perché, scrive Lodoli in questo libro che davvero non riuscirò a dimenticare, “Ogni tanto c’è qualcuno che dalla luna si butta nel fiume e salva un bambino, senza pensare a nulla. Qualcuno che non prova vergogna, che non sa neanche cosa sia la vergogna di esistere, che fa quello che deve fare perché la vita è tutta qui, tra la riva e il fiume, tra la pena e l’amore”.