Pubblicato in: varie

Bilanci

Ieri sera a casa di mia madre, a fine cena, è saltata fuori una scatola con album vari di fotografie, che ripercorrevano la storia della nostra famiglia da venticinque anni a questa parte.

La gara è stata subito a chi trovava la foto più buffa o l’espressione più scema, collegando gli scatti alle varie occasioni perchè mio padre, con la sua consueta precisione, aveva appuntato luogo e data dietro quasi tutte le foto.

Così, senza programmarlo, mentre sui social fioccavano i bilanci relativi a questo infausto 2020, che ha gettato sulle vite di noi tutti una cappa di sfiducia verso il futuro, i governi e la ripresa, che è stato il peggior anno di sempre e via dicendo, io ho ripercorso anche solo con lo sguardo un immaginario bilancio di tanti momenti passati, incrociando il sorriso di persone a me care che o non ci sono più – mio padre, i miei nonni, mio suocero – o sono cresciute perdendo immancabilmente tante sfumature e tanti particolari rimasti testimoniati da quegli scatti.

La vita è forse fatta così – pensavo guardando le foto – i registri a partita doppia delle nostre esistenze hanno immancabilmente una lunga e dolorosa sequenza di perdite, di rinunce, di abbandoni.

Ma al tempo stesso, mi dicevo, quanta vita, quanta energia, quanta eredità di pensieri, modi di dire o di fare, abitudini, insegnamenti, occasioni di crescita, opportunità legate a quegli scatti e a quello che ormai non è più.

E la serata si è conclusa così, con il sapore amaro ma al tempo stesso piacevole di queste riflessioni.

Stamattina al risveglio ho trovato un post del mio amico Stefano Molica, persona che stimo tantissimo per l’affetto che ci lega e per il prezioso lavoro educativo della sua “macchina dei sogni”.

Quando incrocio qualcosa scritto da lui mi fermo sempre a leggere con attenzione, sicuro di trovare un punto di vista originale e costruttivo. E così ho fatto anche oggi.

Ma il bilancio odierno di Stefano mi ha spiazzato un po’. Riassume un pensiero più volte espresso da lui, anche durante quell’avventura improvvisata e vitale delle nostre dirette facebook de “gli abbracci spezzati”, nella triste primavera del lockdown 2020.

“Le cose buone succedono se agiamo e facciamo qualcosa per farle accadere” dice Stefano, e come non essere d’accordo con lui?

Ma la conclusione a cui arriva, portando alle estreme conseguenze questo suo discorso, è anche il titolo del post: “la speranza è pericolosa”.

Ha scritto proprio così. Ma di quale speranza stiamo parlando? Cosa intendiamo per speranza?

L’ottimismo beota e irrazionale del noto “andrà tutto bene” può definirsi speranza? il rimanere sulla soglia dell’esperienza – lavorativa e umana – aspettando che le soluzioni calino dall’alto, quasi per magia, può definirsi speranza?

Io credo di no.

Come credo che giudicare questo 2020 ormai trascorso esclusivamente con i parametri negativi dell’infausta sorte – statisticamente inevitabile per cadenza secolare – sia un modo sbrigativo e banale di chiudere un periodo così duro e complesso.

Certo è stato un anno gravoso, arduo e doloroso per le tante sofferenze ancora per niente risolte; ma come dimenticare che da queste negatività oggettive abbiamo anche saputo trarre opportunità, occasioni, stimoli per un’inaspettata audacia?

L’uomo non è strutturalmente fatto per subire. Ha una mente e un cuore che sono strutturalmente fatti per rischiare, per agire, per sfidare le avversità naturali ed ambientali, e superarle.

Non si spiegherebbe altrimenti come siamo riusciti ad uscire dalle caverne e costruire civiltà sempre più complesse, come abbiamo creato le scienze, la letteratura, l’arte, la musica e la poesia. L’uomo agisce, e nell’azione crea. Per questo condivido il ragionamento di Stefano.

Ma l’uomo, e per questo non condivido il suo titolo, è capace di tutto questo per una insopprimibile volontà di speranza, connaturata strutturalmente alla sua umanità, fragile eppure spavalda, effimera e limitata – come gli scatti ritrovati ieri sera da mia madre – eppure desiderosa e capace di resistere.

Perché la speranza non è una stupida illusione consolatoria, ma è l’energia propulsiva che porta un padre, in virtù dell’esperienza della nascita del proprio figlio, a lottare per un futuro migliore da offrirgli. È la voglia di non abbandonare all’apparentemente inevitabile deriva il paese in cui viviamo, in virtù della volontà di mettersi in gioco con ogni energia possibile. È la capacità di misurare le nostre azioni per trasformare in opportunità le limitazioni presenti legate alle misure anti covid.

Altrimenti la nostra azione rischierebbe di diventare l’isterico e folle sbracciarsi nel vuoto, nel di-sperato percorso verso il nulla che, inevitabilmente, ci attende.

“La speranza è certezza nel futuro in forza di una realtà presente”, mi ha insegnato don Giussani.

E non è una consolatoria giaculatoria a buon mercato spacciata come salvacondotto per chi si aggrappa alla fede per non soccombere alla vita. Perché la realtà presente è sfida, lotta, confronto ma è anche incontro e dialogo a volte imprevisto.

Eccolo il mio personale bilancio, dell’anno che è passato come della vita che scorre veloce e sembra trascinare via tutto: la speranza è forse pericolosa ma certamente necessaria.

La forza e l’importanza della realtà presente, la stessa a cui si appella con fiducia Stefano nel suo ragionamento e soprattutto nel suo agire quotidiano, non possono non portarci ad una ragionevole speranza. Che io oggi affido – nella consapevole inadeguatezza dei miei limiti – a quel Dio che questo desiderio e questa speranza li ha incastrati originariamente e per sempre nel nostro cuore e che oso ringraziare anche per quest’anno, così difficile ma anche così pieno di incontri, volti, occasioni di bene.

Buon anno a tutti.

Pubblicato in: varie

La vita non vuol essere spiegata

Ci sono libri che quando li inizi a leggere ti agganciano come una calamita, richiamandoti a riprenderli in mano finché non hai raggiunto le ultime pagine, mentre già ti dispiace abbandonarne i protagonisti, che senti ormai intimi.

Questo è quello che mi succede con i libri di Silvia Avallone, dai tempi di Acciaio in poi, fino a quest’ultimo, “Un’amicizia”, che ho finito di leggere proprio ieri.

Il libro è intenso, scorrevole nella densità delle vite che attraversa o sfiora, sempre inquadrate nella loro imperfetta volontà di risolversi.

L’autrice non vuole però spiegarci la vita, come tanti autori di casa nostra ormai fanno, trasformando inevitabilmente i loro romanzi in piccoli saggi infarciti di morale, fastidiosi manuali di sopravvivenza alla quotidiana esistenza.

E le sue storie, tutte immancabilmente incastrate nell’apparentemente insignificante provincia italiana, tra la Biella reduce da un passato benessere industriale e la costa toscana affacciata alla meravigliosa ed enigmatica presenza dell’Elba, ci restituiscono sempre queste figure femminili drammaticamente irrisolte e vere, che si dibattono in percorsi di crescita, anagrafica ed interiore, mai stereotipata, e nell’ancor più drammatico rapporto tra genitori e figli, tra le rinunce e le speranze di entrambi.

Elisa e Bea, come le due quattordicenni protagoniste di Acciaio, o come l’indimenticabile Marina Bellezza, si mostrano a noi nella loro spudorata voglia di vivere, di capire, di essere felici dentro le contraddizioni e i colpi sordi della vita, che non funziona mai per percorsi impostati, e mischia desideri, frustrazioni, sogni, ricatti, tradimenti, senza mai perdere il filo, anzi sempre perdendolo, per recuperarlo qualche passo – o qualche anno – più in là.

E forse è proprio questa la spiegazione dell’intimità che si crea, inevitabilmente, con i personaggi di Silvia Avallone, che non sono mai la maschera di qualcos’altro né lo stratagemma per rifilarci una comoda morale prêt-à-porter, ma emergono proprio veri, come il tuo amico di un tempo o il tuo compagno di classe che non vedi da anni e chissà cosa ne ha fatto del suo talento e dei suoi sogni, o della star del momento che alla fine, come tutti noi, non desidera altro dal web che “essere colto in fragrante mentre sta vivendo”.

E infine la poesia, vero fiume carsico del libro che riemerge, grazie anche alla preziosa ricostruzione delle citazioni a fine romanzo, nei passaggi cruciali della vita dei protagonisti, quasi a domandarsi e domandarci, come nell’ultima battuta del romanzo, se la vita davvero abbia bisogno di essere raccontata per esistere.