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Quando tornerò con il pensiero

papà

Quando tornerò con il pensiero all’agosto del 2017, ai suoi giorni strani e così diversi uno dall’altro, ripenserò al primo volo, su un golfo immenso di bellezza che è già, di per sé, una grande promessa di bene; ripenserò alle poesie di Francesco, a quella letta sorvolando la sua casa, a quelle presentate in una calda serata piena di occhi lucidi e attenti; ripenserò, di questo mio grande amico, alle mille volte che nel silenzio mi ha ripetuto che mi vuole bene, al mio rispondergli commosso e grato con un bacio sulla guancia, alla sua lotta contro il dolore e l’arresa.

E poi ripenserò ad un corridoio d’ospedale, ad una porta a vetri che si apre su un volto serio e preoccupato, alle poche parole con cui si può manifestare un terribile ammasso di cellule maligne, nel petto di mio padre, ad assediargli il respiro e le energie.

Quel breve attimo ha trasformato il resto del tempo, ha rimescolato le carte, come un’esplosione atomica silenziosa ed invisibile, ed ha costretto mio papà a fare i conti, in poco più di un mese, con il dolore e la sofferenza, ma ancor più con l’avvicinarsi implacabile e deciso della morte.

Faccio fatica a scriverla, questa parola, a poche ore dal suo funerale, e ancor prima dalla sua agonia. Perché fa ribrezzo, vorremmo tenerla lontana dai nostri giorni e dai nostri affetti. Dimenticarcene, se fosse possibile. Fare finta che essa sia un’eventualità lontana e scongiurabile.

Eppure a riguardare l’agosto passato questa parola, la sua ostinata presenza, era comparsa, decisa, dentro tante circostanze. Prima fra tutte la tragica morte di una ragazzina quattordicenne, precipitata da uno scoglio molto simile a quello dal quale, negli stessi giorni, i miei figli si tuffavano allegri. In quei giorni avevo letto, commosso, la poesia scritta dal nonno della ragazza, ripensando che no, la poesia non “salva” la vita, ma ci aiuta a tenere alte le domande più vere ed urgenti, anche di fronte a circostanze così tragiche.

In quell’occasione avevo ripreso in mano un libro, comprato poche settimane prima e letto d’un fiato in pochi giorni, del “mio” caro Davide Rondoni. Il libro si intitola “l’allodola e il fuoco”, e attraverso le cinquanta poesie che “accendono la vita” mette a fuoco le questioni più intense ed essenziali.

Nelle ultime settimane mi sono trasferito a casa di mio padre, per poterlo accudire certo, ma anche per poter godere il più possibile della sua presenza. Ogni giorno pensavo ad una parte di questo libro che, purtroppo, avevo lasciato a casa, ma che ricordavo perfettamente.

Il giorno della sua morte mi sono fatto portare il libro e l’ho tenuto accanto a me, rileggendone poche pagine più volte. Quelle pagine dicevano, tra l’altro, così:

“Ma lo scontro vero non è tra vita e morte. Si tratterebbe di uno scontro finto. Dov’è la vita, infatti, c’è sempre la morte. Sono, per così dire, due sorelle inseparabili e sullo stesso campo. Sono legate più che opposte. Non si dà l’una senza l’altra. Vale per me, per le stelle, per i nostri figli, per i cerbiatti, per i fiori di acuya, per ogni organismo reale.

La morte non è la cosa più forte, ce n’è un’altra, almeno, che ha pari forza. E contende il campo. È l’amore.”

E poi continuava ancora:

“Sulla mia esistenza il sigillo finale, l’eredità, il segno sarà quello dell’amore o quello della morte? Cosa lasciamo di noi, tutti i giorni e non solo dopo la nostra esistenza, più morte o più amore? Questo è il vivo dramma, perpetuo. In sospeso fino all’ultimo respiro perché i due contendenti sono entrambi forti.”

Citava, il grande Rondoni, due testi poetici in questa parte del suo libro: alcuni versi del “Cantico dei cantici”, ed uno in particolare in cui si afferma che “l’amore è forte come la morte”, e una poesia, da lui definita “meravigliosa ed accecante” di Dylan Thomas, dal titolo “E morte non avrà dominio”.

Ecco, quando tornerò con il pensiero all’agosto del 2017 spero di poter sempre ricordare che “morte non avrà dominio”. Non solo per un accorato e legittimo desiderio di sperare, per il mio papà, un luogo interminabile di gioia e pace che lo abbia accolto dopo la sofferenza, ma per la testimonianza reale e concreta che la sua vita e il modo in cui ha affrontato il termine di essa, mi hanno offerto.

Le centinaia di testimonianze di affetto, le tante persone che si sono avvicinate a me, in questi ultimi giorni, per consegnarmi un ricordo, un’occasione in cui mio padre ha manifestato la sua bontà d’animo e la sua generosa gratuità, mi hanno commosso facendomi ricordare le parole di Rondoni.

Da figlio porto con me ricordi che in queste ore si affollano, forse per il desiderio di non essere smarriti più dalla memoria, e rimanere segno perenne di una gratitudine immensa. La tenerezza infinita con cui ha ripetuto mille volte, nelle ultime settimane, il suo amore a quella donna che cinquant’anni fa aveva incontrato quasi per caso e poi amato per una vita intera. La dedizione con cui ci ha cresciuti, la disponibilità con cui ha aperto la sua casa a figli non suoi, ai tanti amici, ai bisogni più vari. La capacità di perdonare l’offesa, di non rimanere ancorato al rancore come ultima parola dell’esistenza. La serena accettazione di un destino che non fosse fatalistica arresa ma pacata fiducia in un Dio che lo ha sempre accompagnato e a cui lui si è sempre affidato. L’amicizia e il sorriso come forma più semplice e vera per entrare in rapporto con l’altro, qualunque fosse il suo nome, la sua provenienza, il suo status sociale, ritrovando in esso il volto vero di quel Dio a cui si affidava.

Cosa lasciamo di noi, più morte o più amore?

Ha ragione Rondoni, non c’è storia. Questo è il vivo dramma, perpetuo.