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Una mattina mi son svegliato

Capita, se ci pensiamo bene piuttosto spesso. Una mattina ci svegliamo e anche noi, improvvisamente, troviamo l’invasor.

Non mi riferisco, a scanso di equivoci, ad apocalittiche visioni di alieni zampettanti nelle nostre città, e nemmeno alla questione dei migranti o a distopie fantapolitiche da decennio che inizia.

Dalle comode posizioni che abitiamo, dentro le convinzioni e le convenzioni, i riti personali e tribali, il procedere inesorabile ed apparentemente eterno del tempo, delle stagioni e delle generazioni, ci abituiamo ad incasellare e, diciamolo pure, a definire spesso il carattere, i gesti e i modi delle persone che ci vivono accanto. Così può capitare, com’è successo a me, che un padre una mattina si svegli, appunto, e trovi nel proprio figlio un vero e proprio invasore.

A volte questa scoperta ha risvolti drammatici e violenti, nelle tragiche situazioni in cui la ribellione o l’assenza di comunicazione – o spesso entrambe – portino uno dei due soggetti, il padre o il figlio, a rompere il legame, quel vincolo di sangue e patrimonio genetico che sta alla base delle più importanti costruzioni sociali, artistiche, letterarie e culturali della nostra civiltà umana.

Ma a volte questa scoperta, questa manifesta invasione appunto, è apprezzata e accolta come salutare e benefica.

Vengo al dunque.

Il terzo dei miei figli, quello di mezzo, l’ago della bilancia, è sempre stato il più taciturno e introverso. Fin da piccolo ha affrontato l’inizio della giornata, di prima mattina, in autonoma e silenziosa operosità, godendo negli anni passati, del silenzio di una casa ancora addormentata e per diverso tempo dello splendore quieto dell’alba tindaritana.

Nel resto delle giornate poi ci è sempre cresciuto accanto con passi felpati, riuscendo anche nelle immancabili marachelle ad agire in silenzio, quasi inavvertitamente.

Non so bene se classificare tutto questo come pregio o difetto, e forse sarebbe anche inutile e inopportuno farlo, ma sta di fatto che il mio “Peppolino”, dagli occhi buoni e smarriti e dalle braccia sempre avvolgenti, ha nel riservo e nel suo essere schivo un marchio di originalità e distinzione.

In una casa affollata e chiassosa, porto di mare e approdo senza sosta di amici, figli acquisiti, alunni e parenti, questo sembra un paradosso, ma per lui non è mai stato così. Non ha mai negato un sorriso accogliente a nessuno, mai. Per poi, silenziosamente, dileguarsi.

Fin qui appunto, sta il legittimo sguardo di un genitore che pensa di conoscere il proprio figlio, oltre che di amarlo e, per quanto possibile, accudirlo nella sua crescita.

E proprio qui, invece, lui è diventato l’invasore. Perché nel mezzo del suo percorso puberale, nei suoi sedici anni da normale liceale di provincia, ho visto emergere una visione, un carattere, un’indole assolutamente originale, come un innesto – questa è l’immagine che ho usato in alcuni versi nascosti che gli ho dedicato – che fa nascere dal tronco che ben conosci qualcosa di assolutamente nuovo.

I figli non ci appartengono, essi sono, secondo l’efficace immagine di Gibran, le frecce scoccate dal nostro arco. Tutto vero. E perfettamente conosciuto e provato con gli altri suoi fratelli. Ma adesso è un’altra cosa.

La sua camera si è all’improvviso, o con tacita lentezza forse, riempita delle tinte sgargianti e intense dei suoi disegni, impastati di cera, tempera e vita, con immagini che sembrano tirate fuori da un prestigiatore che abbia unito Kandinsky con Picasso.

E urlano, queste immagini, un accorato corpo a corpo con la realtà, con la musica, con gli affetti, con sé stesso e con l’immagine che gli altri – me compreso – hanno di lui.

L’invasione è continuata, è trasbordata direi, nello scoprire che lui ed i suoi amici di sempre, quei carusi – così si chiamano tra loro – che da molti vengono additati come sciatti e immaturi perditempo, hanno ideato e realizzato una serie di rap, alcuni dei quali incisi tra la mansarda diventata il suo regno e le camere dei vari amici.

Ho sentito per la prima volta una delle sue canzoni a casa di un mio inseparabile amico, Ciccio Saporito, a cui Giuseppe aveva mandato in maniera sommessa la registrazione. E un’altra è da pochi giorni pubblicata su YouTube, con lo pseudonimo di basim.

Un pugno allo stomaco, davvero. Poesia e carattere dentro un ritmo – un beat, ho imparato che si dice così – che non riconosco, in genere non apprezzo.

Un’invasione, appunto. Per le orecchie, gli occhi, il cuore. Ma gradita, benefica, commovente. Perché la fame che compare più volte nel testo di queste canzoni, è sempre quella. Quella dei miei sedici anni, in giro tra Radio Patti International e le esperienze che mi venivano proposte, attorno ad un fuoco scout o a casa dei miei compagni di classe dispersi tra i Nebrodi e la costa tirrenica. Fame di vita, di amore, di gioia, di sensazioni forti e vere. Fame di senso e di autenticità, fame di schemi infranti e sguardi sinceri. È la stessa fame, sì, ma diversa, aliena, sconosciuta alle mie latitudini.

E questa vitale scossa invade la rilassatezza degli schemi, delle convinzioni, dei ritmi consueti. Ti costringe a guardare gli occhi di tuo figlio anche come quelli di un estraneo, senza la paura che questa estraneità sia lontananza e distacco.

Riprendo un testo che è fermo da decenni sugli scaffali della mia libreria e che all’improvviso mi è tornato alla mente. Si tratta del primo libro che ho letto di George Steiner, e si intitola Vere Presenze. Ricordo perfettamente che tra le altre cose affronta il tema dell’alterità, e infatti trovo, proprio nelle prime pagine, questa frase:

quando incontriamo l’altro nella sua condizione di libertà – è una scommessa sulla trascendenza .

Ecco il modo migliore di affrontare questi anni Venti che iniziano. Lasciarsi invadere dalla libertà del proprio figlio, dalla sua vitale fame, da quel suo “acerbo cuore caverna / che amo nella sproporzione e nel vanto”.

P.S.: Inutile dire che già immagino la faccia imbarazzata di mio figlio, quando leggerà queste righe. Come quando lo costringo a mettersi davanti all’obiettivo della mia macchina fotografica, e lui non vede l’ora di togliersi da lì. Vorrà dire che anche lui dovrà perdonare questa mia invasione. E di aver utilizzato un suo disegno.