Pubblicato in: Leggo..., Scrivo..., varie

A conti fatti

IMG-5573

Ci sono due piccoli libretti a segnare per me la fine di questo complicato, decisivo e intenso 2017 e l’inizio del nuovo anno che da poche ore ci ha accolto.

Se è vero, come ha scritto una volta Ezio Raimondi, che “un libro regalato da un amico è esso stesso un amico”, il piccolo libretto contenente tre monologhi di Adelaide Spallino, una scrittrice agrigentina finora a me sconosciuta, spiega bene come sia possibile che certe amicizie possano segnare i passaggi decisivi della nostra esistenza, anche quando sembra cambiare tutto.

La breve nota dell’autrice che precede i tre monologhi, intensi e toccanti, cuce le tre storie con un invisibile e tenace filo, ricordandoci che “la vita non sempre corrisponde ai nostri desideri, a come l’avevamo concepita, e quando lo fa ci dovremmo chiedere dove sia il trucco”.

Negli inevitabili bilanci che la fine di un anno comporta, se siamo sinceri, non possiamo non fermarci a questa considerazione. Ci disorienta, quando non arriva fino a sgomentarci, l’idea che ciò che abbiamo progettato, o a cui abbiamo dedicato energie e speranze, naufraghi nel fallimento o manifesti in maniera inequivocabile tutta la sua fragile precarietà.

Stare di fronte ai limiti, della propria vita come della realtà che ci circonda, può riservarci amare delusioni. I soldi che non bastano, i legami che non reggono, la vita che, semplicemente, cambia intorno a noi fino quasi a non riconoscerla più, sono segnali di una disfatta che potrebbe avere la sua drammatica conferma nell’ineluttabile moltiplicarsi di malattie e sofferenze, nei volti di persone care indurite dalla sofferenza e dal dolore, nello spegnersi della vita di chi avevi sempre visto accanto a te, come presenza certa.

Questo duemiladiciassette, parliamoci chiaro, poteva benissimo essere tutto questo. Le tante ore trascorse accanto alla poltrona o al letto di Francesco, che ogni giorno fa i conti, sempre apparentemente in rosso, con la stronza, la SLA, questa arrogante distruttrice di muscoli, movimenti, desideri e progetti, sono state ore di prezioso tirocinio.

Può una vaga speranza in un futuro incerto e benevolo reggere il confronto con una tale bestia? Di fronte al divorarsi delle energie e delle più semplici capacità personali, dallo stringere in un abbraccio chi si ama al soffiarsi il naso, dal grattarsi la testa distrattamente al mettersi in piedi, ogni mattina, di fronte agli impegni che ti aspettano, sembrerebbe proprio che il destino si sia preso beffa di noi.

E quanto ancor di più potrebbe valere di fronte all’improvviso venir meno di mio padre, soffiato via da un male che ha divorato ogni suo respiro, nel giro di poche settimane.

No, gli inventari non tornano, i bilanci sembrano proprio fallire.

“Può capitare allora – continua la Spallino nella sua breve nota – che debba intervenire un evento esterno, un incontro non di rado inaspettato anch’esso, che ci svegli dal torpore e ci aiuti a ripensarla, la vita, per darle un nuovo corso con coraggio ed ostinazione”.

L’anno appena trascorso non si misura solo nelle privazioni, in ciò che ci è stato tolto e nella fragilità che ha svelato.

Gli incontri, inaspettati o meno, le persone, le occasioni sono state tante, ed hanno veramente saputo risvegliare dal torpore.

Penso alla scoperta dell’incredibile ricchezza del cuore e delle parole di Francesco, che è diventato per me una preziosa fonte di speranza e certezza; alle ultime settimane accanto al respiro sempre più flebile ma certo di mio padre, che mi ha costretto a fare i conti su cosa significhi veramente avere fede, nella vita; ai volti acerbi e desiderosi di bene dei miei figli come dei miei alunni, al loro chiedere, ogni mattina e in mille modi diversi, attenzione e rispetto; alle centinaia di colleghi incontrati nei tanti corsi in cui provi a metterti in gioco perché la formazione non sia una presa in giro collettiva, come molti pensano.

Il coraggio e l’ostinazione di cui parla la Spallino possono avere il silenzioso aspetto di tutto questo. Ed hanno così riempito per me l’anno trascorso, mentre mi vedevano correre avanti e indietro, spesso distratto o affannato, lasciando indietro qualche pezzo o dimenticandomi qualche telefonata da fare, ma con la consapevolezza di un bene presente e vivo, reso credibile negli occhi di chi ti ama.

Cosa ci possiamo aspettare quindi dal nuovo anno che inizia?

Certo un po’ più di soldi, per avere meno debiti e per vivere con dignità, che è sempre una cosa importante; La salute per affrontare la fatica e l’impegno di ogni giorno; e non guasterebbe se il buon Dio, guardando alle tante sofferenze e volendo accontentare le preghiere quotidiane della mia famiglia, facesse guarire i miei amici che in questo momento lottano con malattie diverse, perché l’eventualità dei miracoli non bisogna mai escluderla con meschino disincanto.

Ma ciò che maggiormente dobbiamo sperare ed aspettarci me lo ha suggerito il secondo dei piccoli libri letti in questi ultimi giorni. Si tratta de “il libro di tutte le cose”, premio Andersen 2010 dell’olandese Guus Kuijer, che racconta in maniera semplice e delicata, ma non per questo priva di passaggi duri, le vicende del piccolo Thomas, alle prese con una fervida immaginazione e un padre severo e violento. Quando a Thomas viene chiesto cosa voglia diventare da grande, lui con disarmante semplicità più volte risponde: “Felice. Voglio diventare felice”.

Cosa augurare più di questo allo sguardo di Francesco, alla lotta di tanti amici contro malattie e sofferenze, al difficile e prezioso nostro compito di custodire e accompagnare chi abbiamo accanto, a noi stessi ed a coloro che amiamo?

Anche io, per il 2018, ho deciso.

Felice. Voglio diventare felice.