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Maturità

È un giugno strano, quello che stiamo attraversando. Ventoso e incerto, climaticamente sospeso com’è sospeso il nostro percepirci fragili e sempre meno invincibili di fronte ad un virus che continua a giocare a nascondino.

Io mi ritrovo qui, Presidente della Commissione d’esame delle sezioni Sala e vendita dell’Istituto Alberghiero di Brolo, con mascherina chirurgica alla bocca e mani da igienizzare ad ogni ingresso o uscita dall’aula.

Di fronte a me e ai sei docenti interni sfilano, rigorosamente a turno, con la pausa per la sanificazione di banchi e sedie, più di una ventina tra ragazzi e ragazze.

Ognuno di loro ha una storia, personale e familiare, che io nemmeno conosco, ma che filtra, mentre raccontano del loro percorso scolastico, tra gli sguardi che cercano di capire se dietro la mascherina si nasconda approvazione o disinteresse, benevolenza o noia.

Mi parlano dei Malavolgia, collegando quel mondo di pescatori e di amara povertà al cibo umile e semplice ed alla nascita della dieta mediterranea. Poi descrivono un cocktail, rintracciando i modi e le forme con cui ingredienti apparentemente lontani si uniscono nel mixer in armonia. Descrivono L’acidità e la sapidità di un vitigno cresciuto alle pendici dell’Etna, le attenzioni da rivolgere al futuro vino in vigna e in cantina o le modalità con cui l’uomo ha preso dei grappoli d’uva e li ha trasformati, con sapienza vicina all’estro creativo di un dio, nella meraviglia dello champagne.  

Diventeranno maitre, barman o bartender, alcuni dovranno lasciare queste coste siciliane e cercare lavoro altrove, alcuni forse si lasceranno sopraffare dall’incertezza o dalle difficoltà e abbandoneranno questo percorso lavorativo così impegnativo e particolare. Ma appare certo che la scuola, con la maggior parte di loro, ha fatto centro.

Discutiamo tanto di competenze, di apertura all’innovazione, di superamento del paradigma trasmissivo di una scuola che, utilizzando un felice paragone di Camus, ingozza i suoi alunni come oche, ed eccola qui, una scuola che prova a superarlo davvero.

Senza entrare in spinose diatribe sulla presunta superiorità dei licei nel nostro sistema scolastico, è fuor di dubbio che una scuola come questa è molto facilitata nel puntare al collegamento possibile tra le aule scolastiche e la vita, ma mi è altrettanto evidente che non è questo il nocciolo della questione.

C’è una frase del grande latinista Concetto Marchesi, citata spesso da don Giussani, che si presta invece a descrivere cosa fa la differenza:

L’arte ha bisogno di uomini commossi, non di uomini riverenti.

E questo è vero per ogni arte, dalla letteratura alla cucina, dalla matematica all’enologia.

Chapeau quindi a questi docenti appassionati della loro disciplina, umanistica o scientifica o tecnico pratica che sia, che porgono i limoni di Montale all’attenzione di un alunno che, nel laboratorio di sala, saprà così trasformarli in limoncello, mettendoci dentro tutta la ricchezza e la grandezza delle capacità dell’uomo, che da elementi di natura crea capolavori di cultura. E che fanno tutto questo in un ambiente che discrimina troppo spesso le scuole professionali, considerandole adatte solo a chi non abbia voglia di studiare, trasferendo questa fuorviante convinzione spesso anche ai ragazzi che queste scuole le scelgono.

Ecco appunto. I ragazzi.

Come sono i maturandi di un professionale alberghiero al tempo del covid? Sono esattamente come me, trent’anni fa, nel giugno 1990, alunno della V A del Liceo Scientifico “E. Amari” di Patti.

Tutti allora, così almeno sembrava al diciottenne che ero, nelle “notti magiche” di quel giugno del novanta, alzavano insieme a me lo sguardo al cielo notturno. Leopardi, per far dialogare un piccolo pastore con la possente ed enigmatica presenza della luna; la Geografia astronomica, che mi raccontava della vita delle stelle, fatte della nostra stessa sostanza e dirette, come noi, verso un destino incerto e tutto da scoprire. E poi i miei compagni di classe, ognuno con un sogno più o meno definito, alcuni addirittura con le valigie già pronte per attraversare oceani. Persino Totò Schillaci, che nella corsa urlante dopo i goal delle notti magiche di un mondiale che credevamo nostro per diritto, alzava gli occhi agli spalti, al cielo, alla fortuna che lo baciava all’improvviso e lo portava lì, sulla vetta mondiale del calcio. Ed io, con una penna acerba in mano, che volevo scrivere ma non sapevo cosa, e rileggevo le poesie in “guida al Novecento” trovandoci all’improvviso pezzi di me.

Come R., occhi svegli e lingua sciolta, capelli raccolti in una folta coda nera, mani che si rincorrono a vicenda per trattenere l’ansia. Arriva trafelata al colloquio d’esame. Ha avuto un lutto poche settimane fa, mi dice poco dopo aver iniziato a parlare di Pascoli, e mentre si preparava all’esame ha scoperto che nelle poesie che la prof le aveva fatto leggere, e in altre che pian piano ha scovato tra le pagine lucide dell’antologia, c’era un modo di descrivere il suo dolore, quel groviglio indicibile che un evento così ti lascia dentro, che lei non avrebbe saputo come dire. Quelle poesie parlavano di lei più di quanto lei stessa potesse immaginare.

Perché la maturità è una grande emozione, ma è anche un momento in cui fai i conti, forse per la prima volta, con chi sei, con ciò che vuoi e con ciò che ti sta più a cuore.

Così sorrido, trattenendo la commozione perché non si è mai detto che il presidente si asciughi le lacrime agli esami, che diamine, e regalo a R. una poesia di Ungaretti, poeta che lei ha scoperto essere particolarmente bravo a dire della nostra estrema fragilità, scritta quando morì il suo piccolo figlio, di nove anni. Perché in fondo la poesia non ha che questo arduo compito, di far emergere le cose, mostrandocele in tutta la loro drammatica e potente realtà.

Provo a metterci un po’ del mio, con questi maturandi, malgrado il ruolo istituzionale a cui non mi sono ancora ben adattato, a dirla tutta. E mentre chiedo loro, sul finire del colloquio, che prospettive abbiano per il futuro, li invito come posso a fare tesoro delle cose viste e lette in questi anni, anche di quelle date per scontate o saltate per pigrizia, e soprattutto della passione, dell’impegno e dello sguardo attento dei loro insegnanti, perché sarà una vera dote per la loro vita futura.

Adesso sono davanti al cancello dell’Alberghiero di Brolo, gli esami sono appena finiti, i tabelloni compilati e gli esiti tra poche ore porteranno gioia o insoddisfazione nelle case di quei ragazzi. Mi fermo, un po’ sudato. L’aria si è improvvisamente riscaldata ed il vento sembra essersi calmato.  

Mentre mi asciugo la fronte sollevo un attimo lo sguardo e penso che in fondo ancora adesso, a distanza di trent’anni, quegli occhi rivolti al cielo e, insieme, attenti a chi ci ritroviamo intorno, rimangono la posizione più ragionevole e vera per andare incontro alla maturità, da studente o da insegnante o, perché no, da presidente di commissione.

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