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Quando tornerò con il pensiero

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Quando tornerò con il pensiero all’agosto del 2017, ai suoi giorni strani e così diversi uno dall’altro, ripenserò al primo volo, su un golfo immenso di bellezza che è già, di per sé, una grande promessa di bene; ripenserò alle poesie di Francesco, a quella letta sorvolando la sua casa, a quelle presentate in una calda serata piena di occhi lucidi e attenti; ripenserò, di questo mio grande amico, alle mille volte che nel silenzio mi ha ripetuto che mi vuole bene, al mio rispondergli commosso e grato con un bacio sulla guancia, alla sua lotta contro il dolore e l’arresa.

E poi ripenserò ad un corridoio d’ospedale, ad una porta a vetri che si apre su un volto serio e preoccupato, alle poche parole con cui si può manifestare un terribile ammasso di cellule maligne, nel petto di mio padre, ad assediargli il respiro e le energie.

Quel breve attimo ha trasformato il resto del tempo, ha rimescolato le carte, come un’esplosione atomica silenziosa ed invisibile, ed ha costretto mio papà a fare i conti, in poco più di un mese, con il dolore e la sofferenza, ma ancor più con l’avvicinarsi implacabile e deciso della morte.

Faccio fatica a scriverla, questa parola, a poche ore dal suo funerale, e ancor prima dalla sua agonia. Perché fa ribrezzo, vorremmo tenerla lontana dai nostri giorni e dai nostri affetti. Dimenticarcene, se fosse possibile. Fare finta che essa sia un’eventualità lontana e scongiurabile.

Eppure a riguardare l’agosto passato questa parola, la sua ostinata presenza, era comparsa, decisa, dentro tante circostanze. Prima fra tutte la tragica morte di una ragazzina quattordicenne, precipitata da uno scoglio molto simile a quello dal quale, negli stessi giorni, i miei figli si tuffavano allegri. In quei giorni avevo letto, commosso, la poesia scritta dal nonno della ragazza, ripensando che no, la poesia non “salva” la vita, ma ci aiuta a tenere alte le domande più vere ed urgenti, anche di fronte a circostanze così tragiche.

In quell’occasione avevo ripreso in mano un libro, comprato poche settimane prima e letto d’un fiato in pochi giorni, del “mio” caro Davide Rondoni. Il libro si intitola “l’allodola e il fuoco”, e attraverso le cinquanta poesie che “accendono la vita” mette a fuoco le questioni più intense ed essenziali.

Nelle ultime settimane mi sono trasferito a casa di mio padre, per poterlo accudire certo, ma anche per poter godere il più possibile della sua presenza. Ogni giorno pensavo ad una parte di questo libro che, purtroppo, avevo lasciato a casa, ma che ricordavo perfettamente.

Il giorno della sua morte mi sono fatto portare il libro e l’ho tenuto accanto a me, rileggendone poche pagine più volte. Quelle pagine dicevano, tra l’altro, così:

“Ma lo scontro vero non è tra vita e morte. Si tratterebbe di uno scontro finto. Dov’è la vita, infatti, c’è sempre la morte. Sono, per così dire, due sorelle inseparabili e sullo stesso campo. Sono legate più che opposte. Non si dà l’una senza l’altra. Vale per me, per le stelle, per i nostri figli, per i cerbiatti, per i fiori di acuya, per ogni organismo reale.

La morte non è la cosa più forte, ce n’è un’altra, almeno, che ha pari forza. E contende il campo. È l’amore.”

E poi continuava ancora:

“Sulla mia esistenza il sigillo finale, l’eredità, il segno sarà quello dell’amore o quello della morte? Cosa lasciamo di noi, tutti i giorni e non solo dopo la nostra esistenza, più morte o più amore? Questo è il vivo dramma, perpetuo. In sospeso fino all’ultimo respiro perché i due contendenti sono entrambi forti.”

Citava, il grande Rondoni, due testi poetici in questa parte del suo libro: alcuni versi del “Cantico dei cantici”, ed uno in particolare in cui si afferma che “l’amore è forte come la morte”, e una poesia, da lui definita “meravigliosa ed accecante” di Dylan Thomas, dal titolo “E morte non avrà dominio”.

Ecco, quando tornerò con il pensiero all’agosto del 2017 spero di poter sempre ricordare che “morte non avrà dominio”. Non solo per un accorato e legittimo desiderio di sperare, per il mio papà, un luogo interminabile di gioia e pace che lo abbia accolto dopo la sofferenza, ma per la testimonianza reale e concreta che la sua vita e il modo in cui ha affrontato il termine di essa, mi hanno offerto.

Le centinaia di testimonianze di affetto, le tante persone che si sono avvicinate a me, in questi ultimi giorni, per consegnarmi un ricordo, un’occasione in cui mio padre ha manifestato la sua bontà d’animo e la sua generosa gratuità, mi hanno commosso facendomi ricordare le parole di Rondoni.

Da figlio porto con me ricordi che in queste ore si affollano, forse per il desiderio di non essere smarriti più dalla memoria, e rimanere segno perenne di una gratitudine immensa. La tenerezza infinita con cui ha ripetuto mille volte, nelle ultime settimane, il suo amore a quella donna che cinquant’anni fa aveva incontrato quasi per caso e poi amato per una vita intera. La dedizione con cui ci ha cresciuti, la disponibilità con cui ha aperto la sua casa a figli non suoi, ai tanti amici, ai bisogni più vari. La capacità di perdonare l’offesa, di non rimanere ancorato al rancore come ultima parola dell’esistenza. La serena accettazione di un destino che non fosse fatalistica arresa ma pacata fiducia in un Dio che lo ha sempre accompagnato e a cui lui si è sempre affidato. L’amicizia e il sorriso come forma più semplice e vera per entrare in rapporto con l’altro, qualunque fosse il suo nome, la sua provenienza, il suo status sociale, ritrovando in esso il volto vero di quel Dio a cui si affidava.

Cosa lasciamo di noi, più morte o più amore?

Ha ragione Rondoni, non c’è storia. Questo è il vivo dramma, perpetuo.

 

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Doni

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Un altro anno di scuola che finisce, tra esami, saluti, qualche lacrima, molti sorrisi.

Educare è, ancora oggi, un’avventura fantastica e complicata, una traversata oceanica, una transiberiana della mente, del cuore e della libertà, in compagnia di uomini “piccoli solo di statura”, come mi ha insegnato una cara amica una volta, con i cantieri della loro personalità ancora in allestimento, mille impedimenti burocratici, aule inadatte, tra le mille distrazioni tue ed un altro milione di distrazioni loro, in combutta e sempre dietro l’angolo, conniventi nell’indolenza e nel troppo facile e frequente accontentarsi.

Un anno di esperienze, alcune collaudate in passato, altre nuove e impensate, perché dobbiamo sempre ricordarci che, come disse il caro Montale, “l’imprevisto è la sola speranza”, e non solo ciò che è programmato è utile e buono, in fin dei conti.

Un anno di letture, prese da libri recuperati dallo scaffale più alto della mia libreria, di parole incasellate e guardate con la lente attenta e curiosa della grammatica, di eroi e déi capricciosi e beffardi, delle loro lotte e delle loro speranze, dagli interminabili viaggi e dalle spietate battaglie, di temi da consegnare il lunedì, che non sai bene cosa scrivere ma sai che il prof si incavola parecchio se non lo fai, e quindi chiedi aiuto, suggerimenti, idee per completarne almeno una di pagina, di giochi e liti e rimproveri quando il livello del chiasso in classe proprio non si regge più.

Alcuni dei loro volti li rivedrò a settembre, altri nel frattempo in qualche spiaggia a ridere e tuffarsi, o buffamente nascosti in qualche angolo di buio, sui lungomare placidi e brillanti delle sere d’estate, quando l’amore è un’impresa da tredicenni e il cuore sembra messo lì nel petto per scoppiare risalendo su, fino ai loro occhi brillanti ed affamati di vita.

Alcuni mi correranno incontro festosi, perché non c’è posto migliore in cui trovare il prof di lettere di un pomeriggio d’estate senza aule e compiti, con un gelato in mano, altri più timidi cercheranno di capire se li guardo, se li riconosco nell’abbronzatura dorata e in quelle colorate magliette estive.

Altri ancora invece, a settembre, avranno altre scuole da frequentare, con nuove materie, nuovi compagni, un nuovo percorso da iniziare.

Mentre questo giugno duemilaediciassette fugge via li raduno nella mente e li saluto, uno per uno, consegnandoli a una vacanza che comincia.

Di alcuni restano pochi ricordi, attimi rubati alla noia, alla distrazione, al qualunquismo che li vuole vedere tutti egocentrici e viziati, di altri rimane molto di più, messaggi scritti nella trepidazione di esami che spaventano, o nella gioia di una gita vissuta insieme, o nel dolore di compagni che ti tradiscono e ti fanno sentire solo.

Poi, come perle rare, rimangono di quest’anno un paio di lettere, semplici e sincere, preziose e disarmanti.

Quando ricevi una lettera da un tredicenne i tuoi parametri di comunicazione saltano inesorabilmente, perché noi adulti ci facciamo tanti problemi quando dobbiamo dire chi siamo, cosa vogliamo, cosa ci spaventa, cosa ci inquieta. E invece loro sono più trasparenti ma non per questo meno complicati e incerti.

Ho avuto la fortuna e la grazia di riceverne, di queste lettere, negli anni passati, di conservarne l’intensità e la spontanea forza nel tempo, ma ogni volta che mi capita è una nuova, impensabile e grande gioia.

Perché mi sento inadatto a stare di fronte alle loro domande, assolute ed essenziali, eppure a loro in fondo non importa che questo: stargli semplicemente di fronte, prenderli in considerazione, accorgersi che esistono.

Così, con le lacrime agli occhi, ripiego il foglio in cui uno di loro mi ha scritto, e mi sento imbarazzato dal senso di inadeguatezza e al tempo stesso felice perché sì, davvero, questi sono i momenti in cui riconosco che faccio pur sempre il più bel mestiere del mondo.

Cosa sarà di lui? Cosa sarà di loro? Del loro acerbo affacciarsi alla vita, così genuino e già così corroso dal nostro disincanto?

Le due lettere che nell’ultima settimana ho ricevuto hanno molto in comune, e certo vorrà pur dire qualcosa.

E non posso bloccarmi nel sentirmi inadeguato rispetto alle loro aspettative, alle loro affermazioni, al loro disarmante chiedermi mentre io mi sento così imperfetto e mancante.

Tante volte in classe, risalendo alla radice della parola ‘comunicazione’ gli ho ricordato che in latino quel munus a cui appunto questa parola fa riferimento, significava sia “dono” che “compito”.

Anche queste due brevi lettere sono, come ogni nostra comunicazione, dono e compito. Il dono lo gusto adesso, nel dolce e amaro sapore del saluto dopo anni o pochi giorni di gita passati insieme; il compito invece, quello mi aspetta nei giorni, mesi, anni che verranno, secondo forme e dimensioni che adesso neanche riesco ad immaginare, ma il cui profilo combacia perfettamente con il desiderio di bene, di vero, di bello, di pienezza e di gioia che il loro cuore ed il mio non smettono di custodire e mantenere acceso.

Dono e compito. Nelle lacrime e nel sorriso felice di questa sera di fine giugno.

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Quello che resta

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Il pullman ha scaricato i suoi 55 passeggeri al buio, in un parcheggio affollato di genitori, fratelli e sorelline impazienti; siamo scesi tutti, insegnanti e studenti, un po’ storditi, con gli occhi cerchiati dalla stanchezza e nel volto sfatto una strana euforia. Poi si torna a casa, si disfano le valigie, si consegnano souvenir, piccoli inutili ricordi, cianfrusaglie variopinte; con l’ultimo filo di voce si racconta qualche dettaglio, la grotta con il grande foro in alto e le stalattiti a ricamare le pareti, le montagne russe fatte con il cuore in gola e lo stomaco raggomitolato, i leoni che sonnecchiavano distratti e le scimmie tristi a camminare accanto al nostro trenino, noi che ci sentivamo idioti a guardarle, loro che non ci consideravano affatto. Il cibo, la stanza dell’hotel che hai diviso con i tuoi compagni, l’armadio in cui hai lasciato una felpa e due calzini spaiati, le orecchiette con un sugo buono, la serata a ballare, i camerieri simpatici. Tutto il resto, monumenti, nomi di paesi bianchi o gialli, centri storici con mille anni di vita sulle spalle, chiese romaniche e barocche, si confondono in un’unica bolla di pensiero, un miscuglio variopinto e indefinito che forse nei prossimi giorni troverà modo di comporsi in dettagli e ricordi, ma che adesso, mentre tua madre ti chiede di raccontarle per bene cosa hai fatto, cos’hai visto in quella Puglia che riesci solo a definire “bella”, punto e basta, non riesci proprio a focalizzare.

Per un attimo pensi, con terrore, all’eventualità che la prof di lettere possa farti stendere una relazione su ciò che tua madre, adesso, continua a chiederti insistentemente a voce, ma neanche questa catastrofica possibilità riesce a smontare quello strano miscuglio di stanchezza e nostalgia che ti accompagna da quando hai lasciato i tuoi compagni disperdersi, per la prima volta dopo 6 giorni vissuti insieme, sui sedili posteriori di macchine di ogni forma.

Cosa rimane alla fine di una gita scolastica?

Da insegnante me lo chiedo sempre, ogni volta che rientro a casa e passo in rassegna i ragazzi che, come te, ho accompagnato in giro, in una delle tante parti di questa nostra bella ed infinita Italia.

Tanti nei mesi scorsi hanno ipotizzato di eliminare i viaggi d’istruzione, presentando il conto salato dei danni, dell’incuria, dei continui episodi di vandalismo, delle tragedie che hanno portato alla morte di studenti caduti giù dai balconi degli hotel, dell’incapacità dimostrata dai giovani di oggi di vivere un’esperienza come questa come una vera possibilità istruttiva e formativa.

A vedere le cronache come non dargli torto?

Ma poi incrocio il tuo sguardo, quello dei tuoi compagni, che non sono neanche alunni miei, il loro saluto nel rincontrarmi a scuola oggi, pochi giorni dopo il nostro rientro. Ripenso al tuo abbraccio forte e lungo prima di salutarmi, in quel parcheggio, all’abbraccio simile di altri tuoi compagni, al sorriso disarmante e limpido di una tua coetanea a cui fino ad ora non avevo mai visto alzare la testa da sotto il suo cappuccio, al modo semplice e intenso di dirmi grazie da parte di tanti altri, grazie per cosa, abbiamo solo camminato e chiacchierato insieme.

Dovremmo cambiargli nome, ecco. Dovremmo smetterla di chiamarlo viaggio d’istruzione, forse, ed inventare nuove forme, nuove modalità, nuove parole per descrivere quello che vale la pena trattenere, quello che è prezioso ed insostituibile in un’esperienza come questa.

Prima di tutto il togliere gli steccati, quelli fatti dai tempi contingentati, dalle ore scandite dalla campanella, dai mille pensieri che distraggono voi studenti e dagli altri mille che affannano noi insegnanti mentre traghettiamo da una classe all’altra.

Poi la contingenza del bello. Lo sottovalutiamo, a volte, l’effetto dirompente e carsico che il contatto prolungato con il bello genera. In un’esperienza come questa, tra i muretti a secco della Valle d’Itria, l’austero limpido simbolismo del romanico pugliese, il bianco stordimento di Ostuni e dei vicoli di Polignano a mare, che si aprono, all’improvviso, nell’azzurro intenso e sgargiante dell’Adriatico, l’elementare simpatia dei trulli, nati per conservare gli attrezzi da lavoro e diventati simbolo di un’intera regione, il giallo e pallido barocco leccese, quella pietra friabile ricamata da secoli di storia, l’incredibile equilibrio del paesaggio dei sassi di Matera, cunicoli di storia e di cultura. Tutto questo, più che le mille spiegazioni delle guide turistiche, genera un cambiamento. Dobbiamo crederci, alla potenza del bello negli occhi, nelle menti e nei cuori nostri e dei nostri studenti.

E infine, ma non meno importante, la convivenza. Per poco meno di una settimana il sonno, la fame, i gusti, le fisime,i profumi e i nauseabondi tanfi del sudore, tutto è stato condiviso, tutto è stato messo in comune. C’è chi per la prima volta nella sua vita ha dormito fuori di casa, chi ha bisogno di una luce accesa per addormentarsi, chi non sopporta il sapore dell’aglio, chi ama ballare, chi ama leggere, chi odia la musica rap e chi non sopporta la musica italiana, chi fa la doccia solo al mattino e chi, la doccia, ha provato a non farla mai, per 5 lunghi giorni.

Serve a tutti, grandi e piccoli, questa dose di convivenza gomito a gomito.

Ecco, forse il problema è solo nel cambiargli il nome.

potremmo chiamarlo “viaggio d’istruzione e di condivisione”, in fondo è proprio questo quello che resta.

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Di innovazione, incazzature e nuove parole da imparare bene

 Vengo da tre giorni particolarmente intensi. A Roma, nella palestra dell’innovazione della fondazione Mondo Digitale, ho sperimentato come l’innovazione possa coinvolgere la scuola, attraverso laboratori e nuovi strumenti tecnologici ma soprattutto attraverso la prospettiva, visionaria, appassionata e avvincente del fondatore della fondazione, Alfonso Molina.Realtà aumentata, fablab, maker, video 3D, serious videogames: nessun aspetto dell’innovazione tecnologica attuale può rimanere escluso dal confronto con la questione educativa, a cui Molina dedica la maggior parte delle energie della fondazione, ponendo sempre la persona al centro di tutto.

Ho capito come costruire un videogioco, approcciato tecniche di team building con spaghetti, Scotch e marshmallow, giocato con le lego in gruppo. Insomma, mi sono divertito parecchio.

Al rientro, di lunedì mattina, mi aspettava una udienza dal giudice di pace di Palermo. Una multa per eccesso di velocità che per una serie di meccanismi burocratici è lievitata trasformandosi in una cartella esattoriale di 500 euro. Da aggiungersi agli oltre 400 già pagati per la multa in se. Mica bruscolini.

Ero stranamente speranzoso, percorrendo via Libertà, convinto che la spinta positiva della tre giorni romana potesse smontare lo scetticismo usuale nei confronti del pachidermico e insaziabile apparato della pubblica amministrazione.

Ho quasi immaginato, nell’ingenuo ottimismo dell’ignorante nel mondo dei tribunali, che un giudice imparziale e pacato mi avrebbe ascoltato valutando le mie ragioni e confrontandole con quelle della polizia municipale palermitana.

Niente di tutto questo. Altro che Kafka. Altro che teatro dell’assurdo. Ho assistito ammutolito ad una serie di rimproveri su procedure inesatte e inammissibilità del ricorso. Nessuna possibilità di spiegare ragioni, o anxhe solo ricostruire i fatti. Una stanza affollata da decine di avvocati impeccabili nelle tenute fintamente casual mi ha catapultato nelle vesti di inerme, minuscolo ingranaggio di un meccanismo incomprensibile e, diciamolo, parecchio odioso.

Uscendo incredulo e avvilito, nel volto lo sguardo acido del giudice (vi prego cambiategli nome, ma “di pace” proprio no!), ho capito all’improvviso perché Molina a Roma ha ripetuto ossessivamente un termine, spiegando cosa serve essenzialmente per innovare.

Si chiama “resilienza”. Strano nome. Eufonico ma quasi sconosciuto a tanti. Ed è l’unica risposta possibile a questa mattinata persa nel secondo piano dell’ufficio del giudice (di pace no, vi prego, sceglietevi un altro nome) palermitano. 

È la capacità, o meglio la possibilità, di affrontare ed assorbire un urto senza rompersi. 

Perché educare i propri figli e centinaia di propri studenti al rispetto dell’altro e della sua dignità, al rispetto dello Stato e delle sue leggi che dovrebbero garantire imparzialità, altrimenti sarebbe solo una amara beffa, a cui rispondere con disincanto e rinuncia.

Resilienza, amici. 

Me lo ridico tre volte, dieci, cento. Ho il tempo per farlo: il treno che da Palermo mi riporta a Patti, d’altronde, ci impiegherà solo 3 ore e mezza. Possiamo prendercela comoda.

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Questo incredibile tuffo d’amore

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Ieri, mentre i soccorritori iniziavano a scavare tra la neve e le macerie dell’hotel Rigopiano io ho trascorso gran parte della giornata tra treni e stazioni, dividendomi tra il cellulare con gli aggiornamenti dal luogo delle ricerche dei superstiti e la lettura de “Il fiume”, il nuovo romanzo di Marco Lodoli che da troppe settimane giaceva in attesa sul mio comodino.

Strana coincidenza, che un mio amico poeta inserirebbe senz’altro nel suo particolare elenco delle cose che separano il caso dal destino.

La trama del romanzo è semplice: Uno sconosciuto salva un bambino caduto nel Tevere mentre il padre rimane pietrificato a guardare il figlio sprofondare tra le acque melmose del fiume; lo stesso padre, spronato dal bambino ormai in salvo, trascorrerà il resto della giornata e della notte seguente a cercare lo sconosciuto autore di questo gesto di generosità gratuita e immediata.

Così mentre nel libro seguivo chi era disposto a rischiare la vita per mettere in salvo il piccolo Damiano, il mio telefonino mi mostrava le foto di un finanziere, Lorenzo Gagliardi, il primo dei soccorritori che con gli sci hanno raggiunto l’hotel ed hanno scavato tutta la notte in attesa degli altri soccorsi.

Davanti agli occhi mi scorrevano tutte le valanghe che negli ultimi mesi hanno continuato a travolgere le vite e le coscienze, le stragi della furia terrorista e quelle meno eclatanti dei profughi inghiottiti dalle onde, la terra che trema e spazza via paesi e intere comunità e i treni o gli aerei che si schiantano in un fragore mortale. Come non riconoscere che la pietrificata paura di Alessandro, il padre di Damiano, che sull’argine del fiume osserva il figlio inabissarsi senza riuscire a muovere un dito, è la stessa ammutolita paura che lega tutti?

“Perché certe storie vanno bene ed altre rovinano, perché qualcuno si salva e qualcun altro si sfascia? Chi lo decide, chi stabilisce l’esito della vita?” si domanda Alessandro, nella lunga notte che lo porta ad attraversare Roma e, in fondo, la sua coscienza di uomo e di padre.

Ammutoliti e increduli anche noi non riusciamo, a volte, che a balbettare la nostra incapacità a trovare le ragioni, la forza, la coscienza, e guardando al cielo ripetiamo, ancora con il mio omonimo protagonista del romanzo “Dio mio, perché non aiuti tutti quanti? E io, come posso salvarli, se non sono riuscito nemmeno a gettarmi nel Tevere per mio figlio, io come posso salvarmi?”

Troppe volte, dopo le grandi tragedie collettive come dopo le piccole disfatte personali o familiari, la reazione di fronte all’inesorabile presenza del male, del dolore e della morte, dell’ingiustizia e del fallimento, è quella della ricerca di un colpevole.

I social network si riempiono di indignate reazioni, di corali appelli alla giustizia, alla ricerca di una verità che ci liberi dal peso di queste domande, che finalmente ci mostri un colpevole da additare, un pezzo di ingranaggio che non ha funzionato, un ingegnere incompetente o un amministratore corrotto, una faglia che si è aperta, un parente serpente o almeno qualcuno che, senza volerlo, abbia commesso un errore che possa spiegare il disastro.

“Nessuno deve inseguire l’ignoto” – dice ancora Alessandro – che mille volte vorrebbe frenare, scendere dalla macchina, interrompere questa folle ricerca di quell’uomo in cui sente essere in gioco il senso di tutto.

C’è chi dice che la letteratura sia finzione, puro intrattenimento per distrarsi dalla vita vera che preme e punge, una via di fuga dalla realtà pesante e imbarazzante delle nostre precarie esistenze.

E invece un libro può spiegare la vita, o almeno provare a farlo, tentare di camminare sul filo pericoloso e instabile delle eterne domande di senso, sostenere la ragionevolezza e la bellezza dell’energia che ha potuto spingere Lorenzo Gagliardi a promettere al padre che aveva la sua famiglia intrappolata nelle macerie di Rigopiano: mi tuffo, te li riporto vivi.

Perché, scrive Lodoli in questo libro che davvero non riuscirò a dimenticare, “Ogni tanto c’è qualcuno che dalla luna si butta nel fiume e salva un bambino, senza pensare a nulla. Qualcuno che non prova vergogna, che non sa neanche cosa sia la vergogna di esistere, che fa quello che deve fare perché la vita è tutta qui, tra la riva e il fiume, tra la pena e l’amore”.

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“E quindi uscimmo a riveder le stelle”

Terza media, quindici ragazzi sospesi tra la rassicurante aula di una piccola scuola di paese e le scelte di una scuola superiore che verrà, un anno scolastico che inizia, amori che passano o restano, amicizie che fanno ridere ma anche piangere, curiosità e incertezza, noia e impazienza.

Da qualche mese insieme si parla di stelle. Abbiamo visitato un planetario viaggiando tra galassie ed epoche, costellazioni e stagioni; abbiamo letto Majakovskij che si domandava chi avesse, e perché, acceso le stelle, abbiamo letto interviste ad astrofisici geniali e sognatori; visto un film, October Sky, teso sul filo dell’impossibile e ragionevole costanza del coltivare i propri sogni. Abbiamo letto, discusso, ragionato, tra qualche inevitabile sbadiglio, molti occhi lucidi, silenzi e viaggi con la mente ed il cuore.

Poi, sul finire, mentre dalla porta sfilano promoters di scuole superiori di ogni tipo e genere, nel marketing immancabile delle iscrizioni, abbiamo incontrato anche Giacomo Leopardi, le sue meravigliose e strampalate domande di senso e curiosità infinita, che chiede alla luna cosa ci stia a fare, in cielo, e cosa faccia l’aria, cosa il cielo infinito, e cosa voglia infine dire la solitudine immensa e inevitabile che ogni cuore umano accompagna lungo la via.

Occhi attenti, cuori e menti sospese a queste domande assolute e capitali.

Poi si continua, la scuola ha i suoi ritmi e le sue scadenze, e tra queste il compito in classe.

Quindici temi, quindici penne che scrivono di progetti per il futuro e scelte, che provano a ripercorrere il modo con il quale ognuno ha vissuto questo primo periodo dell’anno. Li correggo di sera, sempre un po’ in ritardo sui tempi previsti, cercando tra le righe e qualche errore ortografico il volto ed il pensiero di ognuno di loro.

Così può capitare, mentre meno te lo aspetti, di incrociare una frase come questa: “siamo piccoli, siamo punti di inchiostro su una tela sconfinata, ma i nostri sogni sono grandi quanto una galassia, se si desidera veramente avverarli”.

Poso la penna rossa, rileggo, incredulo e stupito. Ripenso a chi ha scritto queste parole, al suo percorso, alle difficoltà e alle risorse che in questi anni ho visto in lui. Ai tanti compiti in classe insignificanti, al suo annoiarsi a volte di fronte ad un brano troppo lungo, o ad una spiegazione forse di troppo. Al suo sorriso aperto e sereno che sa chiudersi a volte in un riserbo triste.

Ripercorro le cose viste e sentite insieme a lui e ai suoi compagni, e sí, mi dico, commosso, davvero il mio è il più bel lavoro del mondo.

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Domenica da ring

Quando a 25 anni, durante il servizio civile alla Misericordia di Castelfiorentino, mi sono ritrovato a guidare un carro funebre con dentro il feretro, i parenti dietro a passo d’uomo, i fiori, il prete e tutto il resto, mi sono reso conto che nella vita non si può dire “questo non lo farò mai”. Mai dire mai, insomma, come nei film. Da allora mi sono riconfermato mille volte in questa grande verità. Vendendo madonnine e souvenir, imparando a fare gelati e semifreddi, pulendo cessi intasati, rincorrendo alunni lungo corridoi, traslocando da un luogo che credevo mio per sempre.

Ed oggi è solo l’ennesima conferma.

La palestra è quella di una scuola elementare ai piedi dell’Etna, al centro c’è montato un ring, di quelli che io ho solo visto nei film. Un centinaio di persone, vestite per lo più di nero, magliette attillate e pantaloncini corti con il cavallo lungo, fasce, guantoni, muscoli in bella mostra. Qui si combatte, mica si pettinano le bambole. Bambini e ragazzi, di ogni età e di entrambi i sessi, aspettano di iniziare ad affrontarsi, divisi per categorie, in varie discipline dai nomi orientali impronunciabili da uno come me, che ha all’attivo come cultura nel settore un paio di Rocky visti in TV e che non ha mai visto un film di Bruce Lee fino alla fine.

Ma Lele ha deciso di combattere. Ha spiegato a casa che la sua è kick boxing (si scriverà così….?!?) versione light, che conta solo eseguire le mosse in maniera corretta, che non esiste il ko, che alla fine ci si sfiora soltanto. L’ha detto convinto, tornando da un allenamento con un livido sotto l’occhio, il naso gonfio ed un impacco di ghiaccio sulla coscia. Noi non abbiamo commentato, sarebbe stato inutile. Ed eccoci qui, al suo primo vero combattimento.

Ora, io ho pure simpatia per questo allegro e semplice popolo di finti duri. Che hanno i muscoli che escono da pantaloncini variopinti e le facce da bravi ragazzi. Che si concentrano prima della gara, si salutano piegandosi come i giapponesi, hanno le magliette con dragoni stilizzati e scritte illeggibili che poi riproducono soltanto, con font finto orientali, il nome di paesi come Avola, Ragusa, Acireale, Partinico.

Comunque si inizia. I piccoli sul ring. Imbottiti, come no, dalla testa ai piedi, ma si menano sul serio…

Continuò a pensare che io qui, non so proprio cosa ci sto a fare, ma penso al carro funebre di Castelfiorentino e vado avanti.

Tutti applaudono, segno che il match è finito. Bene. Io non l’avevo mica capito. Avrà vinto qualcuno dei due, immagino. Oppure no? Hanno fatto pari e patta, amici come prima?

Ora sul ring arrivano due ragazzini, avranno poco meno di dieci anni. Anche loro con il caschetto, ma uno dei due afferra l’altro e lo catapulta a terra. Una mamma urla qualcosa, ma chissà se a quello steso o quello poco più robusto che lo ha atterrato.

Ci capisco sempre meno, ma quando tutti applaudono lo faccio anch’io.

In realtà i combattimenti dei ragazzi più grandi iniziano su alcuni tappeti di gomma, mi dicono si chiamino tatami, e subito l’eterna sfida tra bionde e more infiamma il pubblico.

Mi viene in mente che Sophie Marceau in un “tempo delle mele” faceva un combattimento simile, e devo ammettere che sembra un balletto. Almeno fino al primo pugno lungo in faccia alla moretta.

Si apprezza solo ciò che si conosce, quindi mi faccio spiegare due tre regole fondamentali, giusto per capire chi fa cosa.

Non è un mondo che mi appartiene, è vero. Ma c’è dentro tanta cura e disciplina, e questo mi affascina.

C’è un maestro dietro ogni combattente, che incita e accompagna, suggerisce e guarda in silenzio. E anche questo mi piace proprio tanto.

Ma adesso vado, È il turno di Lele. Ho un figlio che combatte, stamattina, io!
N.B. a fine gara: Ha lottato. Ne ha prese tante. Io con lo stomaco accartocciato. Ed ha perso. Quello che più mi lascia allibito è il suo essere, alla fine, contento…;)