Pubblicato in: Scrivo..., varie

Musica in auto

170134(1)-1374314621

Nella mia macchina si ascolta un po’ di tutto.

Gemitaiz, Ghali e Sferaebasta hanno accompagnato gran parte dei viaggi da e per le scuole dei miei figli lo scorso inverno. Lo chiamano trap, sembrerebbe una evoluzione (o involuzione?) del rap, ma tant’è. Soldi a palate che permettono di comprare ville con piscina, e chi l’avrebbe detto che a scuola non combinavano niente e adesso, guarda, sono ricchi sfondati e viaggiano su macchine di lusso e si accompagnano con sventole da paura. È il successo, che è come la Ferrari, “bisogna mantenere il turbo”.

Sono fasi, va detto. Perché se viaggiamo tutti insieme – cosa rara, ma capita – allora è più adatto Alessio Bondì, cantautore e talento eccezionale che abbiamo conosciuto qualche anno fa in quella meravigliosa occasione di musica di qualità che è l’Indiegenofest. Andrea, il più piccolo, preferisce “Di cu sì”, tenerissima filastrocca in musica, un gioco vecchio mille anni – ma di chi è, questa boccuccia? Mi diceva sempre mia nonna prima di riempirmi di baci – con indiani che si mischiano a Spiderman, perché la globalizzazione investe prima di tutto l’immaginario infantile, e la lingua palermitana che diventa, alle nostre orecchie, una preziosa e insostituibile fonte di emozione e di struggente legame tra le cose e i nomi che tentano di dirle. Come nella vera poesia, ecco.

Tra le canzoni del disco io preferisco “rimmillu du voti”, e ogni tanto il gruppo mi accontenta, così ci ritroviamo quasi con le lacrime agli occhi, avvolti in questa giaculatoria rassicuratrice di chi chiede, implora quasi, di dirlo che non è successo niente, alla fine, e di ridirlo, per rassicurare, due volte. Io la ascolto, penso al mio amico Ciccio e al motivo per cui ama tanto questa canzone, e sono pronto a passare ad un’altra traccia.

La musica di Alessio Bondì, i suoi testi così curati in una lingua che per molti come per me ai primi ascolti può sembrare quasi incomprensibile, sono un vero Sfardo all’anima, quello strappo improvviso che dà il titolo al suo disco, autografato, immancabile nella nostra macchina.

Quando sono solo, in viaggio verso qualche corso o di ritorno da una lezione sulle potenzialità del digitale nella didattica, mi concedo un ritorno al passato, ai cantautori italiani della mia adolescenza, quando a Radio Patti International dopo il programma, trascorrevo ore nella sala di registrazione per duplicare su cassetta i dischi che non potevo comprare.

Baglioni, ovviamente, dalle origini almeno fino a “io sono vivo e sono qui”, perché poi avrà fatto anche cose egregie, ma io non sono riuscito più a stargli dietro. E Battisti, tutto, in blocco. Geniale, moderno, adatto ad ogni tempo ed ogni età. De Gregori, tanto ma non tutto, perché ha scritto tra i testi più poetici della musica leggera italiana, e perché nessuno come lui ha saputo dire che certe cose sono “sempre e per sempre”.

Alcuni mi prendono in giro, perché loro ascoltavano al tempo cose molto più evolute, la musica rock e le avanguardie musicali british o d’oltreoceano, ma io studiavo francese, non ho masticato mai inglese, ahimè, e non mi piaceva ascoltare qualcosa di cui non comprendevo le parole. E poi lasciatemi essere nazionalpopolare, io mi ci trovo bene in questo ruolo.

Poi però a volte la mia Citroen si popola anche in maniera ibrida, e quindi vengono fuori altre preferenze incrociate, piuttosto interessanti.

Se Rita e Tommaso, il rivoluzionario, sono insieme in macchina non c’è storia, mettono su i Plink Floyd e cantano a squarciagola, schitarrate comprese, e l’alternativa al massimo possono essere gli Oasis, proprio per venirci incontro, o sintonizzarci su Virgin Radio, rock allo stato puro. Sono gusti, ognuno ha i suoi, tanto di cappello.

Il rock è un mondo, un universo direi, e loro sono i suoi rappresentanti sulla nostra auto, e guai a mettere in discussione la sua superiorità assoluta, eterna direi, su tutti gli altri generi, ne nascono liti furiose in cui noi altri facciamo sempre la parte dei banali seguaci di effimere mode commerciali, di idioti ritornelli da canzoni estive; per loro esiste solo il rock, ad un certo livello, e tutto il resto è fuffa, forse escludendo solo una parte di musica classica.

Ecco, per l’appunto. Quando i miei figli erano piccoli la musica classica imperversava sulla nostra Opel Astra. Rachmaninov, su tutti, ma anche Chopin, Beethoven, Vivaldi, Satie. Adesso passa, a piccole dosi, giusto per mettere silenzio dopo qualche litigio di quelli che sconvolgono l’abitacolo e si concludono con rimproveri equamente distribuiti. Dopo i rimproveri, appunto, il silenzio, ottima scusa per godere un movimento del concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov.

E poi ci sono gli autori che mettono tutti un po’ d’accordo. Niccolò Fabi, soprattutto, ma non più di un album per volta, meglio “Novo Mesto” anche se non è recentissimo. Di Silvestri qualcosa, ma di qualche anno fa. E poi Passenger, i Pearl Jam se capita di recuperare il cd di “Backspacer”, Cristina Donà o Erica Mou le rare volte che si accontenta la mamma, o i dischi consumati di dieci anni fa, quando lo zecchino d’oro e Carlo Pastori erano indisturbati compagni di viaggio dei bimbi ancora piccoli.

Chi ancora mette veramente tutti d’accordo, in maniera assolutamente ecumenica, è Jovanotti. Eterno ragazzo, adatto a tutte le stagioni, sempre al passo con i tempi, piace veramente a tutti, sulla mia macchina. Mettiamo l’ultimo, o meglio il penultimo, e perché no, quello prima ancora. Fammi riascoltare “l’astronauta”, papà rimetti “ti porto via con me”, a qualcuno viene in mente l’estate del 2009, a qualcun altro un viaggio in auto di qualche anno dopo. Jovanotti accompagna i ricordi e le memorie di questa auto e dei suoi principali passeggeri.

E vengo al dunque. Siamo agli sgoccioli di questo agosto che ci ha riservato un tempo instabile, tanta pioggia, tragedie con tante vittime e polemiche a seguire, il governo italiano e dietro lui altri governi europei che hanno deciso che “chiudere” è la nuova parola d’ordine per accontentare l’ansia che si nutre e cresce nella pancia di popoli spaventati e stanchi.

Si chiudono le frontiere, si chiude il dialogo con quella grande e malconcia Europa che pure eravamo stati tra i primi a voler mettere in piedi, si chiudono i ponti per paura che ne possa crollare qualcun altro, le scuole di una intera provincia, quella in cui abito, perché all’improvviso si scopre che le norme antisismiche non vengono rispettate.

A tavola, da me, non si parla d’altro. Salvini, Di Maio, la nave Diciotti, il neosindaco di Messina De Luca e le sue geniali trovate.

Poi tutti in macchina, si va. Destinazione spiaggia, per uno degli ultimi bagni. Jovanotti anche oggi mette tutti d’accordo. L’estate addosso, canta, “prima che il vento si porti via tutto e che settembre ci porti una strana felicità”…

Quale strana felicità ci potrà mai riservare settembre? Lorenzo, che dici? In macchina qualcuno obietta che settembre non porta felicità, porta la scuola, i compiti, la routine invernale, le giornate sempre più corte e il tempo che non basta mai.

Ma io mi fido di Jovanotti, e in fondo credo che anche quest’anno settembre potrà portarci qualche strana forma di felicità, e che dobbiamo continuare a sperarlo, sempre, alla fine di ogni agosto della nostra vita, come antidoto invincibile contro il dilagante distopismo, come alternativa alla sterile indignazione da social.

Bella, la musica ascoltata nella nostra macchina. Jovanotti, cantacene un’altra.

Annunci
Pubblicato in: varie

Fuori o dentro

guida-definitiva-eliminare-escludere-referral-spam-google-analytics.jpg

Giorni pieni e caotici, quelli attuali.

Sono immerso nello studio per un concorso che è nato come una scommessa ma che mi sta permettendo di venire in contatto con la ricchezza e la profondità spesso impensata di tante nostre leggi. Non so quanto i legislatori, avvicendandosi, si siano resi conto che pur appartenendo a governi e impostazioni ideali diverse abbiano tessuto una trama che, scontata ai più, in tempi come questi può risultare una preziosa ed insostituibile barriera al nulla che avanza.

Nel frattempo attorno a me la vita scorre.

Mio figlio, il secondo, affronta gli esami di maturità ed io lo vedo così idealista e insieme così concreto, nell’affrontare lo studio di epoche passate con uno sguardo sempre attento a ciò che sta avvenendo, in questo nostro mondo che a tratti sembra essere impazzito d’insofferenza alla sua stessa umanità.

“Il nemico – mi dice commentando ciò che ha scritto nel tema d’esami sul rapporto tra masse e propaganda – è indispensabile ad ogni complottismo. Il nemico – continua – è chi è diverso, chi deve essere respinto e allontanato perché assedia lo ‘spazio vitale’ della nostra civiltà, nell’Europa degli anni 30-40 come nel mondo globalizzato di adesso.”

Nei tg, ad ogni ora del giorno, ad ogni link sulla rete, sfilano le più becere ed assurde forme di populismo, di arroganza e disprezzo verso chi è debole e, quindi, facilmente sottomesso.

Figli vengono strappati ai propri genitori e chiusi nelle gabbie come cuccioli di bestie feroci, di quegli immondi clandestini dipinti da una parte all’altra del grande e vecchio Oceano come scaltri untori, pronti a disseminare la peste della promiscuità nelle nostre società impaurite e prive ormai di ogni briciolo di senso.

Davvero è questo il mondo che vogliamo? Al di là dei voti espressi con la pancia, o con la voglia di cambiare e di affidarsi a chi promette un futuro più giusto, meno duro, più sereno; al di là della più o meno ingenua contrapposizione di fake news e video proclami dai profili facebook dei vari politici, come dovremmo leggere i distopici segnali di allarme verso il cellulare che deve stare fuori dalle classi dei nostri figli, gli africani fuori dalle nostre coste, i rom fuori dalle nostre città, gli scocciatori fuori dalle nostre esistenze?

Continuo a studiare di leggi che puntano all’inclusione, di strategie che allargano al massimo l’idea di condivisione, e intanto il mondo, dietro a questo balcone aperto su un giugno incerto , sembra voler puntare solo ad escludere.

Tutto ciò che non ti conviene o che ti infastidisce va solo allontanato, questo è il rimedio. E saremmo degli ingenui a considerare Trump ed il suo svolazzante parrucchino l’effetto di un errore di valutazione dell’elettorato americano, o il nostro vicepremier appena insediato, che ogni giorno ci propone schedature etniche e cadaveri lasciati ad imputridirsi nel mare, un presuntuoso approdato sulla poltrona sbagliata.

Dobbiamo resistere, appellandoci alla ricchezza di leggi, cultura, saggezza che il nostro passato continua ad offrirci.

Puntare ancora una volta sul desiderio di bene, di bello, di vero, che desidera tenere, nella vita, tutto dentro, e nutre e riempie il cuore di ognuno: sia esso nostro figlio, che affronta la maturità rendendo onore e merito al pretenzioso nome che ha da sempre questo esame;   o quel grande amico che, dalla maledetta immobilità della Sla, guarda il mondo con una tenerezza e una passione che è contagiosa, più della paura del nemico e del diverso;  o l’ultimo clandestino approdato da poche ore con un improbabile barcone sulle nostre coste europee, che guarda indietro il mare ‘periglioso’, come il naufrago all’inizio della meravigliosa avventura dantesca della Commedia, che non si rende conto di come sia riuscito ad essersi salvato, ma intravede avanti a sé un luogo in cui è possibile ripartire e sperare.

Pubblicato in: Leggo..., Scrivo..., varie

A conti fatti

IMG-5573

Ci sono due piccoli libretti a segnare per me la fine di questo complicato, decisivo e intenso 2017 e l’inizio del nuovo anno che da poche ore ci ha accolto.

Se è vero, come ha scritto una volta Ezio Raimondi, che “un libro regalato da un amico è esso stesso un amico”, il piccolo libretto contenente tre monologhi di Adelaide Spallino, una scrittrice agrigentina finora a me sconosciuta, spiega bene come sia possibile che certe amicizie possano segnare i passaggi decisivi della nostra esistenza, anche quando sembra cambiare tutto.

La breve nota dell’autrice che precede i tre monologhi, intensi e toccanti, cuce le tre storie con un invisibile e tenace filo, ricordandoci che “la vita non sempre corrisponde ai nostri desideri, a come l’avevamo concepita, e quando lo fa ci dovremmo chiedere dove sia il trucco”.

Negli inevitabili bilanci che la fine di un anno comporta, se siamo sinceri, non possiamo non fermarci a questa considerazione. Ci disorienta, quando non arriva fino a sgomentarci, l’idea che ciò che abbiamo progettato, o a cui abbiamo dedicato energie e speranze, naufraghi nel fallimento o manifesti in maniera inequivocabile tutta la sua fragile precarietà.

Stare di fronte ai limiti, della propria vita come della realtà che ci circonda, può riservarci amare delusioni. I soldi che non bastano, i legami che non reggono, la vita che, semplicemente, cambia intorno a noi fino quasi a non riconoscerla più, sono segnali di una disfatta che potrebbe avere la sua drammatica conferma nell’ineluttabile moltiplicarsi di malattie e sofferenze, nei volti di persone care indurite dalla sofferenza e dal dolore, nello spegnersi della vita di chi avevi sempre visto accanto a te, come presenza certa.

Questo duemiladiciassette, parliamoci chiaro, poteva benissimo essere tutto questo. Le tante ore trascorse accanto alla poltrona o al letto di Francesco, che ogni giorno fa i conti, sempre apparentemente in rosso, con la stronza, la SLA, questa arrogante distruttrice di muscoli, movimenti, desideri e progetti, sono state ore di prezioso tirocinio.

Può una vaga speranza in un futuro incerto e benevolo reggere il confronto con una tale bestia? Di fronte al divorarsi delle energie e delle più semplici capacità personali, dallo stringere in un abbraccio chi si ama al soffiarsi il naso, dal grattarsi la testa distrattamente al mettersi in piedi, ogni mattina, di fronte agli impegni che ti aspettano, sembrerebbe proprio che il destino si sia preso beffa di noi.

E quanto ancor di più potrebbe valere di fronte all’improvviso venir meno di mio padre, soffiato via da un male che ha divorato ogni suo respiro, nel giro di poche settimane.

No, gli inventari non tornano, i bilanci sembrano proprio fallire.

“Può capitare allora – continua la Spallino nella sua breve nota – che debba intervenire un evento esterno, un incontro non di rado inaspettato anch’esso, che ci svegli dal torpore e ci aiuti a ripensarla, la vita, per darle un nuovo corso con coraggio ed ostinazione”.

L’anno appena trascorso non si misura solo nelle privazioni, in ciò che ci è stato tolto e nella fragilità che ha svelato.

Gli incontri, inaspettati o meno, le persone, le occasioni sono state tante, ed hanno veramente saputo risvegliare dal torpore.

Penso alla scoperta dell’incredibile ricchezza del cuore e delle parole di Francesco, che è diventato per me una preziosa fonte di speranza e certezza; alle ultime settimane accanto al respiro sempre più flebile ma certo di mio padre, che mi ha costretto a fare i conti su cosa significhi veramente avere fede, nella vita; ai volti acerbi e desiderosi di bene dei miei figli come dei miei alunni, al loro chiedere, ogni mattina e in mille modi diversi, attenzione e rispetto; alle centinaia di colleghi incontrati nei tanti corsi in cui provi a metterti in gioco perché la formazione non sia una presa in giro collettiva, come molti pensano.

Il coraggio e l’ostinazione di cui parla la Spallino possono avere il silenzioso aspetto di tutto questo. Ed hanno così riempito per me l’anno trascorso, mentre mi vedevano correre avanti e indietro, spesso distratto o affannato, lasciando indietro qualche pezzo o dimenticandomi qualche telefonata da fare, ma con la consapevolezza di un bene presente e vivo, reso credibile negli occhi di chi ti ama.

Cosa ci possiamo aspettare quindi dal nuovo anno che inizia?

Certo un po’ più di soldi, per avere meno debiti e per vivere con dignità, che è sempre una cosa importante; La salute per affrontare la fatica e l’impegno di ogni giorno; e non guasterebbe se il buon Dio, guardando alle tante sofferenze e volendo accontentare le preghiere quotidiane della mia famiglia, facesse guarire i miei amici che in questo momento lottano con malattie diverse, perché l’eventualità dei miracoli non bisogna mai escluderla con meschino disincanto.

Ma ciò che maggiormente dobbiamo sperare ed aspettarci me lo ha suggerito il secondo dei piccoli libri letti in questi ultimi giorni. Si tratta de “il libro di tutte le cose”, premio Andersen 2010 dell’olandese Guus Kuijer, che racconta in maniera semplice e delicata, ma non per questo priva di passaggi duri, le vicende del piccolo Thomas, alle prese con una fervida immaginazione e un padre severo e violento. Quando a Thomas viene chiesto cosa voglia diventare da grande, lui con disarmante semplicità più volte risponde: “Felice. Voglio diventare felice”.

Cosa augurare più di questo allo sguardo di Francesco, alla lotta di tanti amici contro malattie e sofferenze, al difficile e prezioso nostro compito di custodire e accompagnare chi abbiamo accanto, a noi stessi ed a coloro che amiamo?

Anche io, per il 2018, ho deciso.

Felice. Voglio diventare felice.

Pubblicato in: Scrivo...

Quando tornerò con il pensiero

papà

Quando tornerò con il pensiero all’agosto del 2017, ai suoi giorni strani e così diversi uno dall’altro, ripenserò al primo volo, su un golfo immenso di bellezza che è già, di per sé, una grande promessa di bene; ripenserò alle poesie di Francesco, a quella letta sorvolando la sua casa, a quelle presentate in una calda serata piena di occhi lucidi e attenti; ripenserò, di questo mio grande amico, alle mille volte che nel silenzio mi ha ripetuto che mi vuole bene, al mio rispondergli commosso e grato con un bacio sulla guancia, alla sua lotta contro il dolore e l’arresa.

E poi ripenserò ad un corridoio d’ospedale, ad una porta a vetri che si apre su un volto serio e preoccupato, alle poche parole con cui si può manifestare un terribile ammasso di cellule maligne, nel petto di mio padre, ad assediargli il respiro e le energie.

Quel breve attimo ha trasformato il resto del tempo, ha rimescolato le carte, come un’esplosione atomica silenziosa ed invisibile, ed ha costretto mio papà a fare i conti, in poco più di un mese, con il dolore e la sofferenza, ma ancor più con l’avvicinarsi implacabile e deciso della morte.

Faccio fatica a scriverla, questa parola, a poche ore dal suo funerale, e ancor prima dalla sua agonia. Perché fa ribrezzo, vorremmo tenerla lontana dai nostri giorni e dai nostri affetti. Dimenticarcene, se fosse possibile. Fare finta che essa sia un’eventualità lontana e scongiurabile.

Eppure a riguardare l’agosto passato questa parola, la sua ostinata presenza, era comparsa, decisa, dentro tante circostanze. Prima fra tutte la tragica morte di una ragazzina quattordicenne, precipitata da uno scoglio molto simile a quello dal quale, negli stessi giorni, i miei figli si tuffavano allegri. In quei giorni avevo letto, commosso, la poesia scritta dal nonno della ragazza, ripensando che no, la poesia non “salva” la vita, ma ci aiuta a tenere alte le domande più vere ed urgenti, anche di fronte a circostanze così tragiche.

In quell’occasione avevo ripreso in mano un libro, comprato poche settimane prima e letto d’un fiato in pochi giorni, del “mio” caro Davide Rondoni. Il libro si intitola “l’allodola e il fuoco”, e attraverso le cinquanta poesie che “accendono la vita” mette a fuoco le questioni più intense ed essenziali.

Nelle ultime settimane mi sono trasferito a casa di mio padre, per poterlo accudire certo, ma anche per poter godere il più possibile della sua presenza. Ogni giorno pensavo ad una parte di questo libro che, purtroppo, avevo lasciato a casa, ma che ricordavo perfettamente.

Il giorno della sua morte mi sono fatto portare il libro e l’ho tenuto accanto a me, rileggendone poche pagine più volte. Quelle pagine dicevano, tra l’altro, così:

“Ma lo scontro vero non è tra vita e morte. Si tratterebbe di uno scontro finto. Dov’è la vita, infatti, c’è sempre la morte. Sono, per così dire, due sorelle inseparabili e sullo stesso campo. Sono legate più che opposte. Non si dà l’una senza l’altra. Vale per me, per le stelle, per i nostri figli, per i cerbiatti, per i fiori di acuya, per ogni organismo reale.

La morte non è la cosa più forte, ce n’è un’altra, almeno, che ha pari forza. E contende il campo. È l’amore.”

E poi continuava ancora:

“Sulla mia esistenza il sigillo finale, l’eredità, il segno sarà quello dell’amore o quello della morte? Cosa lasciamo di noi, tutti i giorni e non solo dopo la nostra esistenza, più morte o più amore? Questo è il vivo dramma, perpetuo. In sospeso fino all’ultimo respiro perché i due contendenti sono entrambi forti.”

Citava, il grande Rondoni, due testi poetici in questa parte del suo libro: alcuni versi del “Cantico dei cantici”, ed uno in particolare in cui si afferma che “l’amore è forte come la morte”, e una poesia, da lui definita “meravigliosa ed accecante” di Dylan Thomas, dal titolo “E morte non avrà dominio”.

Ecco, quando tornerò con il pensiero all’agosto del 2017 spero di poter sempre ricordare che “morte non avrà dominio”. Non solo per un accorato e legittimo desiderio di sperare, per il mio papà, un luogo interminabile di gioia e pace che lo abbia accolto dopo la sofferenza, ma per la testimonianza reale e concreta che la sua vita e il modo in cui ha affrontato il termine di essa, mi hanno offerto.

Le centinaia di testimonianze di affetto, le tante persone che si sono avvicinate a me, in questi ultimi giorni, per consegnarmi un ricordo, un’occasione in cui mio padre ha manifestato la sua bontà d’animo e la sua generosa gratuità, mi hanno commosso facendomi ricordare le parole di Rondoni.

Da figlio porto con me ricordi che in queste ore si affollano, forse per il desiderio di non essere smarriti più dalla memoria, e rimanere segno perenne di una gratitudine immensa. La tenerezza infinita con cui ha ripetuto mille volte, nelle ultime settimane, il suo amore a quella donna che cinquant’anni fa aveva incontrato quasi per caso e poi amato per una vita intera. La dedizione con cui ci ha cresciuti, la disponibilità con cui ha aperto la sua casa a figli non suoi, ai tanti amici, ai bisogni più vari. La capacità di perdonare l’offesa, di non rimanere ancorato al rancore come ultima parola dell’esistenza. La serena accettazione di un destino che non fosse fatalistica arresa ma pacata fiducia in un Dio che lo ha sempre accompagnato e a cui lui si è sempre affidato. L’amicizia e il sorriso come forma più semplice e vera per entrare in rapporto con l’altro, qualunque fosse il suo nome, la sua provenienza, il suo status sociale, ritrovando in esso il volto vero di quel Dio a cui si affidava.

Cosa lasciamo di noi, più morte o più amore?

Ha ragione Rondoni, non c’è storia. Questo è il vivo dramma, perpetuo.

 

Pubblicato in: che passione, in classe..., Scrivo..., varie

Doni

unnamed

Un altro anno di scuola che finisce, tra esami, saluti, qualche lacrima, molti sorrisi.

Educare è, ancora oggi, un’avventura fantastica e complicata, una traversata oceanica, una transiberiana della mente, del cuore e della libertà, in compagnia di uomini “piccoli solo di statura”, come mi ha insegnato una cara amica una volta, con i cantieri della loro personalità ancora in allestimento, mille impedimenti burocratici, aule inadatte, tra le mille distrazioni tue ed un altro milione di distrazioni loro, in combutta e sempre dietro l’angolo, conniventi nell’indolenza e nel troppo facile e frequente accontentarsi.

Un anno di esperienze, alcune collaudate in passato, altre nuove e impensate, perché dobbiamo sempre ricordarci che, come disse il caro Montale, “l’imprevisto è la sola speranza”, e non solo ciò che è programmato è utile e buono, in fin dei conti.

Un anno di letture, prese da libri recuperati dallo scaffale più alto della mia libreria, di parole incasellate e guardate con la lente attenta e curiosa della grammatica, di eroi e déi capricciosi e beffardi, delle loro lotte e delle loro speranze, dagli interminabili viaggi e dalle spietate battaglie, di temi da consegnare il lunedì, che non sai bene cosa scrivere ma sai che il prof si incavola parecchio se non lo fai, e quindi chiedi aiuto, suggerimenti, idee per completarne almeno una di pagina, di giochi e liti e rimproveri quando il livello del chiasso in classe proprio non si regge più.

Alcuni dei loro volti li rivedrò a settembre, altri nel frattempo in qualche spiaggia a ridere e tuffarsi, o buffamente nascosti in qualche angolo di buio, sui lungomare placidi e brillanti delle sere d’estate, quando l’amore è un’impresa da tredicenni e il cuore sembra messo lì nel petto per scoppiare risalendo su, fino ai loro occhi brillanti ed affamati di vita.

Alcuni mi correranno incontro festosi, perché non c’è posto migliore in cui trovare il prof di lettere di un pomeriggio d’estate senza aule e compiti, con un gelato in mano, altri più timidi cercheranno di capire se li guardo, se li riconosco nell’abbronzatura dorata e in quelle colorate magliette estive.

Altri ancora invece, a settembre, avranno altre scuole da frequentare, con nuove materie, nuovi compagni, un nuovo percorso da iniziare.

Mentre questo giugno duemilaediciassette fugge via li raduno nella mente e li saluto, uno per uno, consegnandoli a una vacanza che comincia.

Di alcuni restano pochi ricordi, attimi rubati alla noia, alla distrazione, al qualunquismo che li vuole vedere tutti egocentrici e viziati, di altri rimane molto di più, messaggi scritti nella trepidazione di esami che spaventano, o nella gioia di una gita vissuta insieme, o nel dolore di compagni che ti tradiscono e ti fanno sentire solo.

Poi, come perle rare, rimangono di quest’anno un paio di lettere, semplici e sincere, preziose e disarmanti.

Quando ricevi una lettera da un tredicenne i tuoi parametri di comunicazione saltano inesorabilmente, perché noi adulti ci facciamo tanti problemi quando dobbiamo dire chi siamo, cosa vogliamo, cosa ci spaventa, cosa ci inquieta. E invece loro sono più trasparenti ma non per questo meno complicati e incerti.

Ho avuto la fortuna e la grazia di riceverne, di queste lettere, negli anni passati, di conservarne l’intensità e la spontanea forza nel tempo, ma ogni volta che mi capita è una nuova, impensabile e grande gioia.

Perché mi sento inadatto a stare di fronte alle loro domande, assolute ed essenziali, eppure a loro in fondo non importa che questo: stargli semplicemente di fronte, prenderli in considerazione, accorgersi che esistono.

Così, con le lacrime agli occhi, ripiego il foglio in cui uno di loro mi ha scritto, e mi sento imbarazzato dal senso di inadeguatezza e al tempo stesso felice perché sì, davvero, questi sono i momenti in cui riconosco che faccio pur sempre il più bel mestiere del mondo.

Cosa sarà di lui? Cosa sarà di loro? Del loro acerbo affacciarsi alla vita, così genuino e già così corroso dal nostro disincanto?

Le due lettere che nell’ultima settimana ho ricevuto hanno molto in comune, e certo vorrà pur dire qualcosa.

E non posso bloccarmi nel sentirmi inadeguato rispetto alle loro aspettative, alle loro affermazioni, al loro disarmante chiedermi mentre io mi sento così imperfetto e mancante.

Tante volte in classe, risalendo alla radice della parola ‘comunicazione’ gli ho ricordato che in latino quel munus a cui appunto questa parola fa riferimento, significava sia “dono” che “compito”.

Anche queste due brevi lettere sono, come ogni nostra comunicazione, dono e compito. Il dono lo gusto adesso, nel dolce e amaro sapore del saluto dopo anni o pochi giorni di gita passati insieme; il compito invece, quello mi aspetta nei giorni, mesi, anni che verranno, secondo forme e dimensioni che adesso neanche riesco ad immaginare, ma il cui profilo combacia perfettamente con il desiderio di bene, di vero, di bello, di pienezza e di gioia che il loro cuore ed il mio non smettono di custodire e mantenere acceso.

Dono e compito. Nelle lacrime e nel sorriso felice di questa sera di fine giugno.

Pubblicato in: che passione, in classe..., Scrivo..., varie

Quello che resta

18422377_10211507097907236_4976708724946042352_o

Il pullman ha scaricato i suoi 55 passeggeri al buio, in un parcheggio affollato di genitori, fratelli e sorelline impazienti; siamo scesi tutti, insegnanti e studenti, un po’ storditi, con gli occhi cerchiati dalla stanchezza e nel volto sfatto una strana euforia. Poi si torna a casa, si disfano le valigie, si consegnano souvenir, piccoli inutili ricordi, cianfrusaglie variopinte; con l’ultimo filo di voce si racconta qualche dettaglio, la grotta con il grande foro in alto e le stalattiti a ricamare le pareti, le montagne russe fatte con il cuore in gola e lo stomaco raggomitolato, i leoni che sonnecchiavano distratti e le scimmie tristi a camminare accanto al nostro trenino, noi che ci sentivamo idioti a guardarle, loro che non ci consideravano affatto. Il cibo, la stanza dell’hotel che hai diviso con i tuoi compagni, l’armadio in cui hai lasciato una felpa e due calzini spaiati, le orecchiette con un sugo buono, la serata a ballare, i camerieri simpatici. Tutto il resto, monumenti, nomi di paesi bianchi o gialli, centri storici con mille anni di vita sulle spalle, chiese romaniche e barocche, si confondono in un’unica bolla di pensiero, un miscuglio variopinto e indefinito che forse nei prossimi giorni troverà modo di comporsi in dettagli e ricordi, ma che adesso, mentre tua madre ti chiede di raccontarle per bene cosa hai fatto, cos’hai visto in quella Puglia che riesci solo a definire “bella”, punto e basta, non riesci proprio a focalizzare.

Per un attimo pensi, con terrore, all’eventualità che la prof di lettere possa farti stendere una relazione su ciò che tua madre, adesso, continua a chiederti insistentemente a voce, ma neanche questa catastrofica possibilità riesce a smontare quello strano miscuglio di stanchezza e nostalgia che ti accompagna da quando hai lasciato i tuoi compagni disperdersi, per la prima volta dopo 6 giorni vissuti insieme, sui sedili posteriori di macchine di ogni forma.

Cosa rimane alla fine di una gita scolastica?

Da insegnante me lo chiedo sempre, ogni volta che rientro a casa e passo in rassegna i ragazzi che, come te, ho accompagnato in giro, in una delle tante parti di questa nostra bella ed infinita Italia.

Tanti nei mesi scorsi hanno ipotizzato di eliminare i viaggi d’istruzione, presentando il conto salato dei danni, dell’incuria, dei continui episodi di vandalismo, delle tragedie che hanno portato alla morte di studenti caduti giù dai balconi degli hotel, dell’incapacità dimostrata dai giovani di oggi di vivere un’esperienza come questa come una vera possibilità istruttiva e formativa.

A vedere le cronache come non dargli torto?

Ma poi incrocio il tuo sguardo, quello dei tuoi compagni, che non sono neanche alunni miei, il loro saluto nel rincontrarmi a scuola oggi, pochi giorni dopo il nostro rientro. Ripenso al tuo abbraccio forte e lungo prima di salutarmi, in quel parcheggio, all’abbraccio simile di altri tuoi compagni, al sorriso disarmante e limpido di una tua coetanea a cui fino ad ora non avevo mai visto alzare la testa da sotto il suo cappuccio, al modo semplice e intenso di dirmi grazie da parte di tanti altri, grazie per cosa, abbiamo solo camminato e chiacchierato insieme.

Dovremmo cambiargli nome, ecco. Dovremmo smetterla di chiamarlo viaggio d’istruzione, forse, ed inventare nuove forme, nuove modalità, nuove parole per descrivere quello che vale la pena trattenere, quello che è prezioso ed insostituibile in un’esperienza come questa.

Prima di tutto il togliere gli steccati, quelli fatti dai tempi contingentati, dalle ore scandite dalla campanella, dai mille pensieri che distraggono voi studenti e dagli altri mille che affannano noi insegnanti mentre traghettiamo da una classe all’altra.

Poi la contingenza del bello. Lo sottovalutiamo, a volte, l’effetto dirompente e carsico che il contatto prolungato con il bello genera. In un’esperienza come questa, tra i muretti a secco della Valle d’Itria, l’austero limpido simbolismo del romanico pugliese, il bianco stordimento di Ostuni e dei vicoli di Polignano a mare, che si aprono, all’improvviso, nell’azzurro intenso e sgargiante dell’Adriatico, l’elementare simpatia dei trulli, nati per conservare gli attrezzi da lavoro e diventati simbolo di un’intera regione, il giallo e pallido barocco leccese, quella pietra friabile ricamata da secoli di storia, l’incredibile equilibrio del paesaggio dei sassi di Matera, cunicoli di storia e di cultura. Tutto questo, più che le mille spiegazioni delle guide turistiche, genera un cambiamento. Dobbiamo crederci, alla potenza del bello negli occhi, nelle menti e nei cuori nostri e dei nostri studenti.

E infine, ma non meno importante, la convivenza. Per poco meno di una settimana il sonno, la fame, i gusti, le fisime,i profumi e i nauseabondi tanfi del sudore, tutto è stato condiviso, tutto è stato messo in comune. C’è chi per la prima volta nella sua vita ha dormito fuori di casa, chi ha bisogno di una luce accesa per addormentarsi, chi non sopporta il sapore dell’aglio, chi ama ballare, chi ama leggere, chi odia la musica rap e chi non sopporta la musica italiana, chi fa la doccia solo al mattino e chi, la doccia, ha provato a non farla mai, per 5 lunghi giorni.

Serve a tutti, grandi e piccoli, questa dose di convivenza gomito a gomito.

Ecco, forse il problema è solo nel cambiargli il nome.

potremmo chiamarlo “viaggio d’istruzione e di condivisione”, in fondo è proprio questo quello che resta.

Pubblicato in: varie

Di innovazione, incazzature e nuove parole da imparare bene

 Vengo da tre giorni particolarmente intensi. A Roma, nella palestra dell’innovazione della fondazione Mondo Digitale, ho sperimentato come l’innovazione possa coinvolgere la scuola, attraverso laboratori e nuovi strumenti tecnologici ma soprattutto attraverso la prospettiva, visionaria, appassionata e avvincente del fondatore della fondazione, Alfonso Molina.Realtà aumentata, fablab, maker, video 3D, serious videogames: nessun aspetto dell’innovazione tecnologica attuale può rimanere escluso dal confronto con la questione educativa, a cui Molina dedica la maggior parte delle energie della fondazione, ponendo sempre la persona al centro di tutto.

Ho capito come costruire un videogioco, approcciato tecniche di team building con spaghetti, Scotch e marshmallow, giocato con le lego in gruppo. Insomma, mi sono divertito parecchio.

Al rientro, di lunedì mattina, mi aspettava una udienza dal giudice di pace di Palermo. Una multa per eccesso di velocità che per una serie di meccanismi burocratici è lievitata trasformandosi in una cartella esattoriale di 500 euro. Da aggiungersi agli oltre 400 già pagati per la multa in se. Mica bruscolini.

Ero stranamente speranzoso, percorrendo via Libertà, convinto che la spinta positiva della tre giorni romana potesse smontare lo scetticismo usuale nei confronti del pachidermico e insaziabile apparato della pubblica amministrazione.

Ho quasi immaginato, nell’ingenuo ottimismo dell’ignorante nel mondo dei tribunali, che un giudice imparziale e pacato mi avrebbe ascoltato valutando le mie ragioni e confrontandole con quelle della polizia municipale palermitana.

Niente di tutto questo. Altro che Kafka. Altro che teatro dell’assurdo. Ho assistito ammutolito ad una serie di rimproveri su procedure inesatte e inammissibilità del ricorso. Nessuna possibilità di spiegare ragioni, o anxhe solo ricostruire i fatti. Una stanza affollata da decine di avvocati impeccabili nelle tenute fintamente casual mi ha catapultato nelle vesti di inerme, minuscolo ingranaggio di un meccanismo incomprensibile e, diciamolo, parecchio odioso.

Uscendo incredulo e avvilito, nel volto lo sguardo acido del giudice (vi prego cambiategli nome, ma “di pace” proprio no!), ho capito all’improvviso perché Molina a Roma ha ripetuto ossessivamente un termine, spiegando cosa serve essenzialmente per innovare.

Si chiama “resilienza”. Strano nome. Eufonico ma quasi sconosciuto a tanti. Ed è l’unica risposta possibile a questa mattinata persa nel secondo piano dell’ufficio del giudice (di pace no, vi prego, sceglietevi un altro nome) palermitano. 

È la capacità, o meglio la possibilità, di affrontare ed assorbire un urto senza rompersi. 

Perché educare i propri figli e centinaia di propri studenti al rispetto dell’altro e della sua dignità, al rispetto dello Stato e delle sue leggi che dovrebbero garantire imparzialità, altrimenti sarebbe solo una amara beffa, a cui rispondere con disincanto e rinuncia.

Resilienza, amici. 

Me lo ridico tre volte, dieci, cento. Ho il tempo per farlo: il treno che da Palermo mi riporta a Patti, d’altronde, ci impiegherà solo 3 ore e mezza. Possiamo prendercela comoda.