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Di innovazione, incazzature e nuove parole da imparare bene

 Vengo da tre giorni particolarmente intensi. A Roma, nella palestra dell’innovazione della fondazione Mondo Digitale, ho sperimentato come l’innovazione possa coinvolgere la scuola, attraverso laboratori e nuovi strumenti tecnologici ma soprattutto attraverso la prospettiva, visionaria, appassionata e avvincente del fondatore della fondazione, Alfonso Molina.Realtà aumentata, fablab, maker, video 3D, serious videogames: nessun aspetto dell’innovazione tecnologica attuale può rimanere escluso dal confronto con la questione educativa, a cui Molina dedica la maggior parte delle energie della fondazione, ponendo sempre la persona al centro di tutto.

Ho capito come costruire un videogioco, approcciato tecniche di team building con spaghetti, Scotch e marshmallow, giocato con le lego in gruppo. Insomma, mi sono divertito parecchio.

Al rientro, di lunedì mattina, mi aspettava una udienza dal giudice di pace di Palermo. Una multa per eccesso di velocità che per una serie di meccanismi burocratici è lievitata trasformandosi in una cartella esattoriale di 500 euro. Da aggiungersi agli oltre 400 già pagati per la multa in se. Mica bruscolini.

Ero stranamente speranzoso, percorrendo via Libertà, convinto che la spinta positiva della tre giorni romana potesse smontare lo scetticismo usuale nei confronti del pachidermico e insaziabile apparato della pubblica amministrazione.

Ho quasi immaginato, nell’ingenuo ottimismo dell’ignorante nel mondo dei tribunali, che un giudice imparziale e pacato mi avrebbe ascoltato valutando le mie ragioni e confrontandole con quelle della polizia municipale palermitana.

Niente di tutto questo. Altro che Kafka. Altro che teatro dell’assurdo. Ho assistito ammutolito ad una serie di rimproveri su procedure inesatte e inammissibilità del ricorso. Nessuna possibilità di spiegare ragioni, o anxhe solo ricostruire i fatti. Una stanza affollata da decine di avvocati impeccabili nelle tenute fintamente casual mi ha catapultato nelle vesti di inerme, minuscolo ingranaggio di un meccanismo incomprensibile e, diciamolo, parecchio odioso.

Uscendo incredulo e avvilito, nel volto lo sguardo acido del giudice (vi prego cambiategli nome, ma “di pace” proprio no!), ho capito all’improvviso perché Molina a Roma ha ripetuto ossessivamente un termine, spiegando cosa serve essenzialmente per innovare.

Si chiama “resilienza”. Strano nome. Eufonico ma quasi sconosciuto a tanti. Ed è l’unica risposta possibile a questa mattinata persa nel secondo piano dell’ufficio del giudice (di pace no, vi prego, sceglietevi un altro nome) palermitano. 

È la capacità, o meglio la possibilità, di affrontare ed assorbire un urto senza rompersi. 

Perché educare i propri figli e centinaia di propri studenti al rispetto dell’altro e della sua dignità, al rispetto dello Stato e delle sue leggi che dovrebbero garantire imparzialità, altrimenti sarebbe solo una amara beffa, a cui rispondere con disincanto e rinuncia.

Resilienza, amici. 

Me lo ridico tre volte, dieci, cento. Ho il tempo per farlo: il treno che da Palermo mi riporta a Patti, d’altronde, ci impiegherà solo 3 ore e mezza. Possiamo prendercela comoda.

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Questo incredibile tuffo d’amore

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Ieri, mentre i soccorritori iniziavano a scavare tra la neve e le macerie dell’hotel Rigopiano io ho trascorso gran parte della giornata tra treni e stazioni, dividendomi tra il cellulare con gli aggiornamenti dal luogo delle ricerche dei superstiti e la lettura de “Il fiume”, il nuovo romanzo di Marco Lodoli che da troppe settimane giaceva in attesa sul mio comodino.

Strana coincidenza, che un mio amico poeta inserirebbe senz’altro nel suo particolare elenco delle cose che separano il caso dal destino.

La trama del romanzo è semplice: Uno sconosciuto salva un bambino caduto nel Tevere mentre il padre rimane pietrificato a guardare il figlio sprofondare tra le acque melmose del fiume; lo stesso padre, spronato dal bambino ormai in salvo, trascorrerà il resto della giornata e della notte seguente a cercare lo sconosciuto autore di questo gesto di generosità gratuita e immediata.

Così mentre nel libro seguivo chi era disposto a rischiare la vita per mettere in salvo il piccolo Damiano, il mio telefonino mi mostrava le foto di un finanziere, Lorenzo Gagliardi, il primo dei soccorritori che con gli sci hanno raggiunto l’hotel ed hanno scavato tutta la notte in attesa degli altri soccorsi.

Davanti agli occhi mi scorrevano tutte le valanghe che negli ultimi mesi hanno continuato a travolgere le vite e le coscienze, le stragi della furia terrorista e quelle meno eclatanti dei profughi inghiottiti dalle onde, la terra che trema e spazza via paesi e intere comunità e i treni o gli aerei che si schiantano in un fragore mortale. Come non riconoscere che la pietrificata paura di Alessandro, il padre di Damiano, che sull’argine del fiume osserva il figlio inabissarsi senza riuscire a muovere un dito, è la stessa ammutolita paura che lega tutti?

“Perché certe storie vanno bene ed altre rovinano, perché qualcuno si salva e qualcun altro si sfascia? Chi lo decide, chi stabilisce l’esito della vita?” si domanda Alessandro, nella lunga notte che lo porta ad attraversare Roma e, in fondo, la sua coscienza di uomo e di padre.

Ammutoliti e increduli anche noi non riusciamo, a volte, che a balbettare la nostra incapacità a trovare le ragioni, la forza, la coscienza, e guardando al cielo ripetiamo, ancora con il mio omonimo protagonista del romanzo “Dio mio, perché non aiuti tutti quanti? E io, come posso salvarli, se non sono riuscito nemmeno a gettarmi nel Tevere per mio figlio, io come posso salvarmi?”

Troppe volte, dopo le grandi tragedie collettive come dopo le piccole disfatte personali o familiari, la reazione di fronte all’inesorabile presenza del male, del dolore e della morte, dell’ingiustizia e del fallimento, è quella della ricerca di un colpevole.

I social network si riempiono di indignate reazioni, di corali appelli alla giustizia, alla ricerca di una verità che ci liberi dal peso di queste domande, che finalmente ci mostri un colpevole da additare, un pezzo di ingranaggio che non ha funzionato, un ingegnere incompetente o un amministratore corrotto, una faglia che si è aperta, un parente serpente o almeno qualcuno che, senza volerlo, abbia commesso un errore che possa spiegare il disastro.

“Nessuno deve inseguire l’ignoto” – dice ancora Alessandro – che mille volte vorrebbe frenare, scendere dalla macchina, interrompere questa folle ricerca di quell’uomo in cui sente essere in gioco il senso di tutto.

C’è chi dice che la letteratura sia finzione, puro intrattenimento per distrarsi dalla vita vera che preme e punge, una via di fuga dalla realtà pesante e imbarazzante delle nostre precarie esistenze.

E invece un libro può spiegare la vita, o almeno provare a farlo, tentare di camminare sul filo pericoloso e instabile delle eterne domande di senso, sostenere la ragionevolezza e la bellezza dell’energia che ha potuto spingere Lorenzo Gagliardi a promettere al padre che aveva la sua famiglia intrappolata nelle macerie di Rigopiano: mi tuffo, te li riporto vivi.

Perché, scrive Lodoli in questo libro che davvero non riuscirò a dimenticare, “Ogni tanto c’è qualcuno che dalla luna si butta nel fiume e salva un bambino, senza pensare a nulla. Qualcuno che non prova vergogna, che non sa neanche cosa sia la vergogna di esistere, che fa quello che deve fare perché la vita è tutta qui, tra la riva e il fiume, tra la pena e l’amore”.

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“E quindi uscimmo a riveder le stelle”

Terza media, quindici ragazzi sospesi tra la rassicurante aula di una piccola scuola di paese e le scelte di una scuola superiore che verrà, un anno scolastico che inizia, amori che passano o restano, amicizie che fanno ridere ma anche piangere, curiosità e incertezza, noia e impazienza.

Da qualche mese insieme si parla di stelle. Abbiamo visitato un planetario viaggiando tra galassie ed epoche, costellazioni e stagioni; abbiamo letto Majakovskij che si domandava chi avesse, e perché, acceso le stelle, abbiamo letto interviste ad astrofisici geniali e sognatori; visto un film, October Sky, teso sul filo dell’impossibile e ragionevole costanza del coltivare i propri sogni. Abbiamo letto, discusso, ragionato, tra qualche inevitabile sbadiglio, molti occhi lucidi, silenzi e viaggi con la mente ed il cuore.

Poi, sul finire, mentre dalla porta sfilano promoters di scuole superiori di ogni tipo e genere, nel marketing immancabile delle iscrizioni, abbiamo incontrato anche Giacomo Leopardi, le sue meravigliose e strampalate domande di senso e curiosità infinita, che chiede alla luna cosa ci stia a fare, in cielo, e cosa faccia l’aria, cosa il cielo infinito, e cosa voglia infine dire la solitudine immensa e inevitabile che ogni cuore umano accompagna lungo la via.

Occhi attenti, cuori e menti sospese a queste domande assolute e capitali.

Poi si continua, la scuola ha i suoi ritmi e le sue scadenze, e tra queste il compito in classe.

Quindici temi, quindici penne che scrivono di progetti per il futuro e scelte, che provano a ripercorrere il modo con il quale ognuno ha vissuto questo primo periodo dell’anno. Li correggo di sera, sempre un po’ in ritardo sui tempi previsti, cercando tra le righe e qualche errore ortografico il volto ed il pensiero di ognuno di loro.

Così può capitare, mentre meno te lo aspetti, di incrociare una frase come questa: “siamo piccoli, siamo punti di inchiostro su una tela sconfinata, ma i nostri sogni sono grandi quanto una galassia, se si desidera veramente avverarli”.

Poso la penna rossa, rileggo, incredulo e stupito. Ripenso a chi ha scritto queste parole, al suo percorso, alle difficoltà e alle risorse che in questi anni ho visto in lui. Ai tanti compiti in classe insignificanti, al suo annoiarsi a volte di fronte ad un brano troppo lungo, o ad una spiegazione forse di troppo. Al suo sorriso aperto e sereno che sa chiudersi a volte in un riserbo triste.

Ripercorro le cose viste e sentite insieme a lui e ai suoi compagni, e sí, mi dico, commosso, davvero il mio è il più bel lavoro del mondo.

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Domenica da ring

Quando a 25 anni, durante il servizio civile alla Misericordia di Castelfiorentino, mi sono ritrovato a guidare un carro funebre con dentro il feretro, i parenti dietro a passo d’uomo, i fiori, il prete e tutto il resto, mi sono reso conto che nella vita non si può dire “questo non lo farò mai”. Mai dire mai, insomma, come nei film. Da allora mi sono riconfermato mille volte in questa grande verità. Vendendo madonnine e souvenir, imparando a fare gelati e semifreddi, pulendo cessi intasati, rincorrendo alunni lungo corridoi, traslocando da un luogo che credevo mio per sempre.

Ed oggi è solo l’ennesima conferma.

La palestra è quella di una scuola elementare ai piedi dell’Etna, al centro c’è montato un ring, di quelli che io ho solo visto nei film. Un centinaio di persone, vestite per lo più di nero, magliette attillate e pantaloncini corti con il cavallo lungo, fasce, guantoni, muscoli in bella mostra. Qui si combatte, mica si pettinano le bambole. Bambini e ragazzi, di ogni età e di entrambi i sessi, aspettano di iniziare ad affrontarsi, divisi per categorie, in varie discipline dai nomi orientali impronunciabili da uno come me, che ha all’attivo come cultura nel settore un paio di Rocky visti in TV e che non ha mai visto un film di Bruce Lee fino alla fine.

Ma Lele ha deciso di combattere. Ha spiegato a casa che la sua è kick boxing (si scriverà così….?!?) versione light, che conta solo eseguire le mosse in maniera corretta, che non esiste il ko, che alla fine ci si sfiora soltanto. L’ha detto convinto, tornando da un allenamento con un livido sotto l’occhio, il naso gonfio ed un impacco di ghiaccio sulla coscia. Noi non abbiamo commentato, sarebbe stato inutile. Ed eccoci qui, al suo primo vero combattimento.

Ora, io ho pure simpatia per questo allegro e semplice popolo di finti duri. Che hanno i muscoli che escono da pantaloncini variopinti e le facce da bravi ragazzi. Che si concentrano prima della gara, si salutano piegandosi come i giapponesi, hanno le magliette con dragoni stilizzati e scritte illeggibili che poi riproducono soltanto, con font finto orientali, il nome di paesi come Avola, Ragusa, Acireale, Partinico.

Comunque si inizia. I piccoli sul ring. Imbottiti, come no, dalla testa ai piedi, ma si menano sul serio…

Continuò a pensare che io qui, non so proprio cosa ci sto a fare, ma penso al carro funebre di Castelfiorentino e vado avanti.

Tutti applaudono, segno che il match è finito. Bene. Io non l’avevo mica capito. Avrà vinto qualcuno dei due, immagino. Oppure no? Hanno fatto pari e patta, amici come prima?

Ora sul ring arrivano due ragazzini, avranno poco meno di dieci anni. Anche loro con il caschetto, ma uno dei due afferra l’altro e lo catapulta a terra. Una mamma urla qualcosa, ma chissà se a quello steso o quello poco più robusto che lo ha atterrato.

Ci capisco sempre meno, ma quando tutti applaudono lo faccio anch’io.

In realtà i combattimenti dei ragazzi più grandi iniziano su alcuni tappeti di gomma, mi dicono si chiamino tatami, e subito l’eterna sfida tra bionde e more infiamma il pubblico.

Mi viene in mente che Sophie Marceau in un “tempo delle mele” faceva un combattimento simile, e devo ammettere che sembra un balletto. Almeno fino al primo pugno lungo in faccia alla moretta.

Si apprezza solo ciò che si conosce, quindi mi faccio spiegare due tre regole fondamentali, giusto per capire chi fa cosa.

Non è un mondo che mi appartiene, è vero. Ma c’è dentro tanta cura e disciplina, e questo mi affascina.

C’è un maestro dietro ogni combattente, che incita e accompagna, suggerisce e guarda in silenzio. E anche questo mi piace proprio tanto.

Ma adesso vado, È il turno di Lele. Ho un figlio che combatte, stamattina, io!
N.B. a fine gara: Ha lottato. Ne ha prese tante. Io con lo stomaco accartocciato. Ed ha perso. Quello che più mi lascia allibito è il suo essere, alla fine, contento…;)

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“Amici vasci”

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“Cerni oj, cerni dumani,

l’haiu na fazzulittata d’amici,

amici vasci però,

di chiddi curti

e chini di dìntra

cmu l’aranci sucusi

di chiddi c’hannu zappatu

e seguitanu a zappari

a siminari ni la terra

e dintra lu cori di l’omini.”

(Cerni oggi, cerni domani / l’ho una fazzolettata di amici / amici bassi però / di quelli piccoli / e pieni dentro / come le arance succose / di quelli che hanno zappato / e seguitano a zappare / a seminare nella terra / e dentro il cuore degli uomini)

(“Li me amici”, in I. Buttitta, La peddi nova, Sellerio, 2013)

 

La voce è quella di un grande poeta della mia terra, Ignazio Buttitta. Si tratta di un piccolo frammento di una delle sue tante poesie, molto belle, tutte in dialetto siciliano, colme di vita e di una particolare grazia ruvida e genuina che me le rendono sempre care.

Mi è tornata in mente e sono andato a ricercarla, perché ultimamente questa parola, amicizia, ha fatto capolino più volte nei discorsi fatti, a voce o per messaggio, con diverse persone. E forse perché la poesia è davvero una grande cassa amplificante del cuore umano, e ci trovi dentro le gioie, i dolori, le verità più dolci e quelle più taglienti.

Ci siamo sempre più abituati forse ad essere “compagni” piuttosto che amici. Sembrerebbe simile, quasi intercambiabile, il significato di queste due parole. E invece, a ben guardare, non lo è.

Ci troviamo accanto, lungo il corso della vita, tanti con cui, come suggerisce il significato letterale della parola ‘compagno’, condividere “lo stesso pane”. Da piccoli abbiamo compagni di banco, per la merenda in ricreazione o i libri da portare nello zaino. E poi compagni di studio, con cui ripetere sopportando insieme il peso delle ore passate su testi e manuali. Crescendo arrivano compagni di partito, di gruppo, di associazione, colleghi di lavoro, compagni di squadra con cui indossare la stessa casacca, nelle scuole calcio da piccoli come nelle partitelle del mercoledì sera da adulti. Compagni di corsa, di cammino, di attesa, di scoperta. Compagni di corsetta, di lunghe pedalate in bici, di incredibili bevute, di mangiate epocali nei locali più impensati.

Tutto molto bello e vero, senza dubbio. Ma a riscoprirla, la parola amicizia, aggiunge qualcosa di essenziale in più a tutto questo. Porta con sé, nella sua radice, la medesima origine di “amore”, altro vocabolo inflazionato e abusato nei nostri tempi così ricchi di parole e poveri di senso.

Amico è colui che ama, non solo che condivide un pensiero, un’idea, una divisa, un credo. Amico è colui che, per dirla meravigliosamente con Buttitta “semina” nel nostro cuore, senza volere niente in cambio.

Ecco cosa aggiunge forse la parola amico a ‘compagno’. Aggiunge quella meravigliosa e rara capacità, incredibilmente sopravvissuta a questi tempi avidi, della gratuità, del gratis, del “per niente”. Ti voglio bene, ti amo, voglio il tuo bene, ma senza pretendere niente in cambio, senza dover attendere un feedback, una ricompensa, un ritorno. Ti dedico il mio tempo, le mie energie, la mia attenzione, ti ascolto e provo a comprenderti, ti consiglio e ti accompagno, ma senza un vero tornaconto, concreto o ideale che sia.

Sembrano discorsi assurdi, lontani spesso dai baratti quotidiani di favori, accordi, riconoscenza, appuntamenti e impegni reciproci di cui è fatto il nostro consueto farci compagnia.

Ma proprio a questo Buttitta voleva, secondo me, dare risalto, ed io non posso che, sommessamente, ringraziarlo.

Tanti dei compagni di strada e di cammino, negli anni, sono diventati parte della mia personale ‘fazzulittata’, attraverso vicende diverse e per motivi spesso incomprensibili e legati a quel mistero che, inesorabilmente, non smette mai di fare capolino nella nostra vita, scompigliandola ed a tratti rimescolando tutto, mentre speriamo con tutto il cuore che sia benevolo nell’accompagnarci.

Con alcuni si continua a condividere impegni, orari da rispettare, lezioni in classe o bambini da recuperare in un palazzetto o all’ennesima festa di compleanno; con altri invece magari non c’è una scadenza comune, ci si vede poco, in rare occasioni e senza alcuna continuità; poche centinaia di metri o migliaia di chilometri a dividerci, rimane la certezza che il legame continua nel silenzio a costruire, rincuora quando è possibile vedersi, ci puoi contare quando la vita ti mostra il suo volto più complicato ed incerto.

Ognuno di noi, in fondo, non ha bisogno essenzialmente che di questo, di “amici vasci”, amici bassi, modesti, ma ‘succosi dentro’, del succo saporito ed impareggiabile della gratuità, che abbiano  come unico merito quello di zappare e seminare dentro il nostro cuore.

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Per chi suona la campana

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Domani si ricomincia.

Per l’ennesima volta, la sedicesima per me da insegnante, un’allegra e stridula campanella annuncerà che un nuovo anno scolastico inizia. Le aule usciranno dal nascosto silenzio estivo e si riempiranno di passi, di colori, di voci, di vita. Alcune saranno affollate oltre misura, altre saranno fredde d’inverno e calde d’estate, altre avranno magari mura scrostate o piene di promesse eterne di amore o di odio, di maledizioni e di irripetibili oscenità. Tutte però avranno il compito di custodire ed ospitare, per i prossimi nove mesi,  quel complicato, avvincente e difficile  incontro tra un drappello di più o meno piccoli uomini in costruzione e quel manipolo di insegnanti, apparati burocratici, regolamenti, metodi didattici vecchi e nuovi, che portano insieme il nome di ‘Scuola’. La sfida è aperta, ancora una volta, e l’esito finale è tutt’altro che scontato.

Mi piace questo rito, che porta con sé il sapore buono di qualcosa che rinizia. Perché un anno scolastico non è mai uguale a quelli precedenti e soprattutto perché, come diceva il grande Pavese, “è bello vivere, perché vivere è cominciare sempre,  ad ogni istante”.

La campanella di domani allora suonerà per ricordare a tutti, insegnanti e studenti, genitori e personale scolastico, che da domani si rinnova la grande, decisiva sfida, che è il nocciolo e il vero punto decisivo di ogni tentativo educativo e che interpella ognuno di noi, del problematico e avvincente incontro tra ciò che noi adulti sappiamo e riusciamo a proporre ai nostri ragazzi e la loro libertà di potere interessarsi, controbattere, rifiutare, accogliere o trasformare tutto o una parte.

Ma la campanella suona anche per ricordare a ciascuno di noi insegnanti che il compito è arduo, ma magnifico e non demandabile ad altri, e che val più delle beghe sindacali, la scarsa considerazione sociale, le legittime rivendicazioni salariali, argomenti questi che avrebbero ben altra visibilità se noi riuscissimo ad essere più spesso interpreti credibili e consapevoli del nostro grande compito educativo.

Suonerà per ognuno degli studenti che incontrerò per la prima volta in prima media, con lo zaino pieno di emozioni contrastanti, di estati da bambini che preannunciano una scuola da ragazzi, del timore che ogni cosa nuova provoca, delle aspettative e delle speranze, di genitori che li vedono entrare dal portone di una nuova scuola a cui affidano, ancora una volta, la loro preziosa crescita culturale.

Suonerà per gli alunni che ritroverò in terza, con qualche centimetro di altezza in più ed il cuore ancora più in tumulto, per quell’improvviso scatto di crescita che a volte li trasforma, in poche settimane, e li rende quasi irriconoscibili, anch’essi in attesa della decisiva sfida degli esami finali che li aspetta, alla fine di quest’anno.

Suonerà per tutti quegli alunni, son diventati tanti, che ho finito di accompagnare e adesso studiano, sognano, sbagliano, riescono, tentano in altre scuole o università o nel mondo del lavoro, e portano con sé minuscole parti di ciò che ho potuto e saputo trasmettere loro, e che per questo sento sempre, inevitabilmente, legati a me.

Suonerà per tutti.

L’ascolteremo e ci muoveremo dritti verso il portone, i corridoi, le aule, una nuova avventura che ci aspetta. Perché in fondo tu, nuovo anno scolastico che inizi, sei per noi come l’alba di cui parla Mario Luzi in una sua bellissima poesia , che  «aspettiamo / sapendo e non sapendo / quel che porterai con te / nella tua ripetizione antica / e nel tuo immancabile / antico mutamento…».

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Gli “Slanci” di Francesco Saporito

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C’è un grande faraglione, soprannominato “la caffettiera”, da cui i miei figli, come tutti i ragazzi di questa zona da piccoli, amano tuffarsi. Ci si arrampica con un minimo di destrezza, si prende fiato, e mentre sotto il mare cristallino luccica al sole, si misura con lo sguardo l’altezza e la propria volontà di tuffarsi, in un tumulto di timore e audacia.

E’ il momento dello slancio, di quel concentrato di energia potenziale, purissima e vitale, che precede il tuffo nel vuoto, l’adrenalina, gli urli festosi, gli schizzi, le risate, la gioia.

A quel momento, che precede il tuffo dalla “caffettiera”, continuo a pensare rigirando tra le mani il piccolo e prezioso libretto che contiene le poesie del mio caro amico Francesco “Ciccio” Saporito. Poco più di un anno fa, andandolo a trovare nella sua casa affacciata sul golfo di Patti, venni a sapere da lui stesso di queste poesie che aveva iniziato a scrivere nel progredire della sua malattia. Quel pomeriggio me ne lesse alcune, altre iniziò ad inviarmele su whatsapp nelle settimane seguenti, facendomi orgogliosamente partecipe di quel gruppo di suoi amici con cui amava condividere queste sue piccole creature.

Così quando ho visto la copertina del libro, con quel titolo, “SLA…NCI”, che richiamava il nome della sua malattia ma si sporgeva coraggiosamente oltre essa, ho subito immaginato Ciccio in cima ad un suo personale “faraglione”, apparentemente immobile sulla sedia da cui mi leggeva le sue poesie, ma avidamente e baldanzosamente proiettato verso un tuffo in quel mare grande, misterioso e potente che è la vita.

Le sue poesie appaiono proprio così, nate da uno slancio semplice e vitale, da quella capacità preziosissima e rara, propria dei poeti, di lasciarsi colpire, come ha detto Davide Rondoni, dal continuo avvenimento dell’esistenza.  Nelle sue poesie, infatti, non troverete nessuno sfogo emotivo, nessuna elucubrazione pseudo-filosofica, nessuno sfoggio di parole immerlettate da quel fastidioso sapore aulico che aleggia nei “poeti per gioco”.

Qui, a brillare e luccicare, è la vita vera, quella fatta di visi, giorni, dolori, scoperte improvvise ed impreviste, memorie cariche di nostalgia ma mai di rimpianti, perché “la vita è na Dumìnica” e la certezza è un bacio in un vicolo, al buio sotto le stelle, da una donna che è “paradisu miscatu nta stu nfernu di sciarri e malanovi”.

La poesia è un sonar, strepitoso ed infallibile, che riesce ad avvertire le profondità più misteriose e inesplorate dell’esistenza, a vedere nel trascorrere dei giorni e dei volti, ciò a cui normalmente non facciamo nemmeno caso. Possono essere, come in alcune poesie di questo piccolo libretto, gli occhi “pieni di parole” di un’amica, o una lucertola curiosa per una farfalla che si gode la brevità della sua vita, o “il viso imbrattato dai gelsi” di un bimbo che continua a chiamare e chiedere la sua mamma, o “le ginocchia sbucciate” di Tommaso, suo nipote.

Nessuna invenzione, nessuna evanescente finzione letteraria. Ogni poesia, ogni verso quasi, hanno un nome, un volto, un momento preciso a cui rimangono aggrappati, come caparbi fermagli di una memoria che ama, come dice una delle poesie più belle della raccolta, l’imperfezione della vita e ne cerca il senso, sicura e certa che questo senso esista.

Certo, lo ammetto, sono di parte. Vergognosamente e spudoratamente dalla parte di questo mio amico che si è sempre goduto la vita, nelle forme e nei modi che gli sono stati concessi, con un sorriso disarmante e prezioso sempre stampato in volto. Lo stesso con cui, congedandomi da quell’indimenticabile visita di un anno fa, mi ha detto: “Io sono stato tanto felice, negli anni, lo sai. Ma adesso, seduto qui, con questa bestia di malattia da combattere, non mi sento sfortunato. Mi sento solo diversamente felice.”