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Cinquanta

Ho sempre odiato i bilanci, che – come diceva il grande Claudio Chieffo – finiscono con l’essere “inventari fatti sempre senza amore”. Così non cadrò nella trappola del fatidico giro di boa del mezzo secolo per farli.

Cinquanta anni sono tanti, soprattutto se pieni di occasioni, persone, esperienze, opportunità come quelle che dal ‘71 ad oggi ho avuto la gioia e la grazia di attraversare e che, inevitabilmente, sono state mischiate e confuse con dolori, sconfitte, delusioni, ferite.

Mancano alcuni auguri all’appello di oggi, insostituibili e determinanti, che mi ricordano che alcuni vuoti ti segnano e ti costituiscono per sempre, divenendo parte integrante di te.

Mio padre oggi mi avrebbe abbracciato a lungo e con la sua consueta semplicità mi avrebbe sussurrato “auguri gioia mia”, epiteto che mi riservava – giustamente – solo per le occasioni importanti. E mio suocero non avrebbe detto forse neanche quello, lasciando al suo sorriso disarmante e sereno il compito di comunicarmi il bene che mi ha sempre voluto.

D’altronde la valanga di auguri, messaggi, regali piccoli e grandi, alcuni invisibili ed altri lì, sotto gli occhi di tutti, a ricordare spudoratamente il bene di cui sono immeritatamente oggetto, tutte queste manifestazioni di bene e di gioia condivisa rallegrano il cuore, lo scaldano e lo confortano, spingendolo a chiedere sempre di più.

Una cosa però questa decisiva tappa me la regala, grazie ad una serie discontinua ma costante di riflessioni, personali e condivise.

Ciò che abbiamo di più prezioso, nella precarietà che ci contraddistingue – più o meno consapevolmente – a qualunque età, è il tempo. E forse per questo il regalo che più ho apprezzato oggi è stato quello che tanti hanno speso, in modalità e forme diverse, dedicandolo a me. Sono regali semplici eppure preziosissimi, quelli intessuti dal tempo speso per costruire una sorpresa, inviare un pensiero, realizzare un video, elaborare una frase che arrivi lì dove potrà essere custodita e goduta. È il tempo che sei disposto a dedicare all’altro che fa davvero la differenza.

Questa smisurata valanga di tempo e di bene mi ricorda soprattutto che c’è un tempo prezioso e insostituibile ed è quello in cui ci accorgiamo di esserci, di essere, qui ed ora, grati ed increduli anche se talvolta malconci ed irrisolti.

Come ha detto Mario Luzi, poeta a cui da sempre sono molto legato, che proprio cinquant’anni fa in alcuni versi del suo “Su fondamenti invisibili” scriveva:

“vita fedele alla vita

tutto questo che le è cresciuto in seno

dove va, mi chiedo,

discende o sale a sbalzi verso il suo principio….

sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.”

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Poteva essere una vita felice

Affrontare la lettura di questo libro è come iniziare un percorso di trekking lungo ed impegnativo.
Non tanto per le oltre mille pagine, che segnano la direzione per chi si avventura in questa impresa, quanto per la densità di eventi, incontri, avvenimenti che segnano la vita dei quattro principali protagonisti e della loro profonda, grande e decisiva amicizia.
L’esistenza di tutti è condizionata inevitabilmente dalle esperienze che ciascuno fa, dalle persone che incontra, dal bene o dal male che ognuna di esse è in grado di generare nella propria esistenza.
La bellezza e la vertiginosa drammaticità di questo libro consistono proprio nel riuscire a farti immergere nelle esistenze dei protagonisti, nei loro incubi e nelle loro speranze, nel fulgore del talento e del successo come nelle tenebre della crudeltà e degli atroci abissi di cui è capace l’essere umano.
E tutto questo mentre ad emergere prepotentemente è il valore e l’importanza – che può arrivare drammaticamente all’impotenza – delle relazioni umane nell’impavida e temeraria ricerca di una vita che possa essere felice, perché stare con qualcuno “è come trovarsi in un luogo che ha qualcosa di irreale. Credi che sia una foresta ma tutto d’un tratto cambia e si trasforma in un prato, o in una giungla, o in un ghiacciaio. Sono tutti luoghi bellissimi ma anche insoliti. Per giunta non hai una mappa e non capisci come hai fatto a passare da un paesaggio all’altro con tanta rapidità. Non sai neanche quando ci sarà la prossima transizione e non sei equipaggiato per affrontarla. così continui nel tuo cammino, cercando di aggiustare il tiro man mano che vai avanti.”

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Noi siamo le case che abbiamo vissuto

Quello di Bajani è un libro che incuriosisce immediatamente.

Noi siamo le case che abbiamo vissuto, inevitabilmente.

Le case stabili – quelle dell’infanzia, dei nonni o degli zii, al mare o in un altrove che è sempre stato comunque casa, quelle del periodo universitario e delle amicizie eterne, quelle della vita da adulti con gli inevitabili traslochi familiari – dense di ricordi e suoni rumori odori luci impossibili da ritrovare altrove, un patrimonio invisibile e prezioso che ci portiamo addosso, come Tartaruga nel libro, ad ogni passo.

Ma anche le case delle occasioni, dei compagni che ti invitano a giocare e fare merenda per la prima volta con loro, quelle che hai guardato con trepidazione da fuori e non hai mai visitato, quelle di una vacanza che non dimenticherai mai, la tenda scout in cui si mescolavano stanchezza e gioia con i tanfi più insopportabili, la stanza di un hotel che custodisce sospiri infiniti, la casa che hai sognato e che non riuscirai mai a permetterti, la casa che sono stati e continuano ad essere alcuni abbracci speciali ed unici.

In una delle mie case stabili, sospesa dal promontorio di Tindari sull’incanto dei laghetti di Marinello, per anni una lavagnetta, all’ingresso, ha ricordato, con le parole di Emily Dickinson che “dove tu sei quella è casa”.

E molti anni prima un’altra frase, di don Luigi Giussani, accoglieva sempre tutti all’ingresso delle case abitate nel periodo universitario ciellino: “la casa è il luogo della memoria”.

Il libro di Bajani, non sempre scorrevole e convincente nella lettura dei salti temporali continui, riesce invece perfettamente, con la sua lingua poetica ed il suo sguardo mai banale sull’umano, a rendere conto di quelle poche parole di ingresso ed accoglienza.

D’altronde, che casa sarebbe la nostra se fosse vuota e non disposta a far entrare gli altri?

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Preziose doti

Ognuno di noi ha una parte di sé che vive altrove, in luoghi speciali che hanno segnato le nostre esistenze.

Uno di questi luoghi è per me, a Montecatini, il cortile su cui si affacciano la casa dei miei nonni e dei miei zii, dove io e mio cugino Lorenzo abbiamo maldestramente – e con scarsi risultati, direi – provato ad assecondare le velleità da allenatore provetto di zio Bruno, patito di pallone come di qualunque altro sport.

Tutti dovrebbero godere nella vita della fortunata possibilità di avere uno zio Bruno.

Io l’ho avuta, questa fortuna, e in questo giorno dedicato da sempre ai papà, il “mio” zio Bruno ha deciso di lasciarci, dopo un periodo in cui il suo cuore forte ha lottato e resistito con vigore.

La Fiorentina di Antognoni gli faceva brillare gli occhi, e non perdeva occasione per portare me e suo figlio Lorenzo a vedere una partita al campetto del Gusci, o una corsa all’ippodromo Sesana, o una partita di tennis alla Torretta.

Con lui ho scoperto la bellezza del giro d’Italia, i nomi dei ciclisti più famosi ed il rispetto per quelli sconosciuti che si allenavano sulle strade della Valdinievole. Con lui ho festeggiato, sventolando il tricolore affacciato al finestrino della sua auto che io trovavo fighissima, la vittoria del mondiale dell’82.

Con lui ho visto le corse dei cavalli, ho visitato mille volte la svizzera pesciatina, ed altre mille Pisa – ma solo per vedere la torre e piazza dei miracoli, comprare un pacco di brigidini e rientrare a casa.

Il suo abbraccio forte ed energico – insieme a quello dolce e felice di mia zia – era la prima cosa che mi accoglieva al mio arrivo in quel cortile e l’ultima che mi salutava, spesso con le lacrime agli occhi, ad ogni partenza, fosse per rientrare in Sicilia o per raggiungere Castelfiorentino durante il mio servizio civile in Toscana.

Per anni ho creduto di aver anche cacciato dei fagiani con lui, tranne poi venire a sapere che in realtà la foto che ancora mi ritrae imbacuccato e felice con i fagiani in mano è stata scattata dopo una lunga e pacifica dormita sul sedile posteriore della sua macchina, durata quanto la battuta di caccia.

Zio Bruno mi lascia mille ricordi. Il capanno per la caccia ricoperto di rami, le cartucce allineate sul tavolo di cucina, gli uccellini che riempiono il cortile del loro cinguettio, i pomeriggi nell’orto a giocare e chiacchierare, le “giratine” di sera in macchina, tra le vie di una Montecatini ancora capace di sfoggiare il suo sfavillante fulgore, le passeggiate in Pineta, dove una roccia in mezzo ad un rigagnolo si trasformava in vascello pirata ed un albero diventava all’occasione astronave, sommergibile e carro armato.

Aveva sempre tempo per noi, per raccontarci di una toscana contadina che scompariva a vista d’occhio o per portarci al Padule, per farci perdere tra i videogiochi del Kursaal o per un gelato alla crema, per una scappata alla grotta Maona o, negli ultimi anni, per sentirsi raccontare cosa facevano i ragazzi, quanti kiwi avesse fatto la pianta di Nunzio, quali ortaggi avesse raccolto.

Era schietto, come ogni buon toscano, e così vigoroso che con la sua sola mano faceva quello che altri non avrebbero saputo fare con venti, senza mai compatirsi né tirarsi indietro, lavorando sempre, senza lamentarsi mai, se non a tavola, ma certo per colpa degli standard troppo alti a cui mia zia lo aveva abituato.

 Stamattina tra le lacrime lei mi ha detto “ci siamo amati e tenuti compagnia per così tanti anni che non so neanche come immaginarmi adesso”. Ed io davvero non ho saputo cosa risponderle.

L’amore dato non ritorna a posto / Ma resta in giro / e rende il cielo immenso” dice Jovanotti in una sua canzone di qualche anno fa.

L’addio a zio Bruno, al suo cordiale dedicarsi a me, da piccolo come da grande, fino all’ultima chiacchera un po’ strampalata di un anno fa, l’addio al suo semplice e a tratti un po’ goffo ma sincero volere bene senza attendersi nulla in cambio rende questi pochi versi della canzone estremamente veri.

Perché zio Bruno lascia un grande vuoto, ma lascia a noi anche un pieno di amore e dedizione, un esempio di vita e di disponibilità, di schiettezza e umiltà. Una dote preziosa, in tempi come questi.

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Contagi

Esattamente da un anno a questa parte la nostra vita, con le sue abitudini e le sue certezze, i suoi ritmi e le sue routine è stata sconvolta da una pandemia i cui effetti non sono ancora realmente misurabili.

Il contagio è diventato nel frattempo il vero nemico, subdolo e ostinato, dei nostri movimenti, delle nostre decisioni, del nostro quotidiano vivere in società, sempre bloccati tra i troppi abbracci spezzati – messi subito in evidenza nei mesi del primo lockdown con un paio di miei amici – e le timide ed imperfette ripartenze susseguitesi ed interrotte a più riprese.

Certo spaventa il contagio del virus, che in questi ultimi mesi ha portato via tante persone care e molte altre le ha debilitate nel corpo e nell’animo.

È contagiosa la paura per la povertà dilagante, che minaccia tutti quei lavoratori dipendenti o piccoli imprenditori, che temono di vedere spazzato via il frutto di sacrifici e rischi; è contagiosa la solitudine e l’emarginazione delle categorie più deboli, la paura del futuro per chi scopre la sua maturità anagrafica – che nelle grandi civiltà era segno di rispetto, saggezza ed esemplarità –  uno stigma, un marchio di debolezza che quasi sembra pesare nel vivere civile.

Appare quasi inevitabile essere contagiati dalla diffidenza e dal sospetto, dal timore di avvicinarci troppo a chi spinge il carrello del supermercato accanto a noi, a chi si trova in fila alla posta, a chi tiene la mascherina troppo in basso.

Ma accanto a questi contagi, dolorosi e terribili, non è possibile non scorgerne altri, che inducono a rialzare lo sguardo e la testa.

Mi è capitato di accorgermene ieri pomeriggio, con due episodi come estremo regalo di una settimana lavorativa impegnativa come tutte le altre precedenti.

Nel primo pomeriggio un gruppo di alunni delle medie della mia scuola ha incontrato, in videoconferenza, mio fratello, scienziato dei materiali che coltiva scoperte e passione scientifica in Austria.

Per più di due ore un manipolo di ragazzini, tra gli 11 e i 13 anni, lo hanno tempestato di domande, richieste, dubbi, sguardi di stupore ed esclamazioni di meraviglia, senza stancarsi mai e facendo a gara per prendere ordinatamente la parola.

La passione per la realtà è contagiosa. È questo il vero segreto dell’educazione, la vera essenza del possibile dialogo tra noi adulti ed i ragazzi, oltre la differenza di età, cultura, conoscenze ed esperienze.

La curiosità, la voglia di scoprire il vero funzionamento delle cose, il legame misterioso e ostinato che tiene insieme i fili invisibili del reale, tutto questo è possibile trasmetterlo solo per contagio, non c’è scampo.

Poi in serata il secondo regalo. Ad un anno esatto dall’inizio dell’avventura dei “dieci libri sull’arca”, cominciata da un’idea nata nel disagio della chiusura dell’attività del mio amico libraio Teodoro Cafarelli, una delle nostre più fedeli seguaci ci regala un quadro che ci raffigura sulla nostra arca, con il carico di libri al seguito.

Come non chiamarla contagio quell’energia positiva che si è sprigionata in un anno dalla piccola idea di chiedere di raccontare, in una diretta facebook, i dieci libri che ognuno porterebbe sull’arca durante un ipotetico diluvio?

Settimana dopo settimana, sulla nostra arca sono saliti scrittori affermati e giovani studenti, amici di una vita e perfetti sconosciuti, persone affini per temperamento e formazione o dai gusti diametralmente opposti. Sull’arca sono nate amicizie, abbiamo conosciuto storie, vite, esperienze, modi di guardare la realtà, semplicemente raccontando le proprie letture dei libri.

Mentre cerchiamo i più potenti vaccini a proteggerci dai contagi del virus e dell’indifferenza, vediamo di non immunizzarci all’ audace e determinato contagio di quella energia vitale che ci mantiene attenti e pronti ad afferrare gli stimoli e le provocazioni che – sempre – la realtà ci offre. In questo caso corriamo il rischio: lasciamoci contagiare.

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Le vite restituite

Ho conosciuto Cinzia Leone prima di leggere il suo libro, contattandola telefonicamente per invitarla ai “dieci libri sull’arca”, che conduco in diretta fb con il mio amico libraio Teodoro Cafarelli.

Mi ha colpito, della nostra prima telefonata, la sua energia e l’empatica e travolgente capacità di raccontare, anche al telefono, ad un perfetto estraneo qual ero io in quel momento, pezzi della sua vita, della sua esperienza lavorativa, di questo libro a cui ha dedicato tanto tempo ed energie.

Fermo nella mia macchina, in una mattina di metà gennaio, ho gustato la bellezza di un incontro inaspettato, considerando questo suo talento una dote in comune con altri autori ebraici, da Potok a Singer e a Grossman, solo per fare alcuni nomi.

Poi ho avuto questo libro tra le mani e la potente capacità narrativa della sua autrice mi si è manifestata ancor più evidente.

Le 600 e passa pagine scorrono veloci nell’inseguire le tre donne protagoniste delle tre parti in cui è diviso il libro, cucendo pezzi importanti di storia collettiva, memorie familiari, la tragedia della Shoah e delle famiglie ebree spezzate dall’odio nazista, i sogni e le attese di generazioni diverse, in angoli diversi del mondo, a cui la cattiveria, l’egoismo o anche solo l’incapacità di alcuni di affrontare la vita hanno “rubato” l’esistenza.

Miriam, Giuditta ed Esther. La loro voglia di vivere, di essere felici in un mondo che lotta inesorabilmente contro di loro distruggendone i sogni e i progetti, il loro coraggio e le loro debolezze, le paure e gli impeti di generosità e audacia, la loro bellezza e la loro ostinata ricerca di senso hanno accompagnato la mia lettura immergendomi nelle loro storie.

E’ paradossale – ho scritto a Cinzia subito dopo aver letto l’ultima pagina del libro in cui ricuce e ricompone con perfezione narrativa tutte le varie vicende – che il titolo del libro sia l’esatto opposto della sensazione che si ha chiudendolo, quella di avere avuto in regalo una, più vite, il loro segreto ed in fondo il loro mistero più profondo.

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Bilanci

Ieri sera a casa di mia madre, a fine cena, è saltata fuori una scatola con album vari di fotografie, che ripercorrevano la storia della nostra famiglia da venticinque anni a questa parte.

La gara è stata subito a chi trovava la foto più buffa o l’espressione più scema, collegando gli scatti alle varie occasioni perchè mio padre, con la sua consueta precisione, aveva appuntato luogo e data dietro quasi tutte le foto.

Così, senza programmarlo, mentre sui social fioccavano i bilanci relativi a questo infausto 2020, che ha gettato sulle vite di noi tutti una cappa di sfiducia verso il futuro, i governi e la ripresa, che è stato il peggior anno di sempre e via dicendo, io ho ripercorso anche solo con lo sguardo un immaginario bilancio di tanti momenti passati, incrociando il sorriso di persone a me care che o non ci sono più – mio padre, i miei nonni, mio suocero – o sono cresciute perdendo immancabilmente tante sfumature e tanti particolari rimasti testimoniati da quegli scatti.

La vita è forse fatta così – pensavo guardando le foto – i registri a partita doppia delle nostre esistenze hanno immancabilmente una lunga e dolorosa sequenza di perdite, di rinunce, di abbandoni.

Ma al tempo stesso, mi dicevo, quanta vita, quanta energia, quanta eredità di pensieri, modi di dire o di fare, abitudini, insegnamenti, occasioni di crescita, opportunità legate a quegli scatti e a quello che ormai non è più.

E la serata si è conclusa così, con il sapore amaro ma al tempo stesso piacevole di queste riflessioni.

Stamattina al risveglio ho trovato un post del mio amico Stefano Molica, persona che stimo tantissimo per l’affetto che ci lega e per il prezioso lavoro educativo della sua “macchina dei sogni”.

Quando incrocio qualcosa scritto da lui mi fermo sempre a leggere con attenzione, sicuro di trovare un punto di vista originale e costruttivo. E così ho fatto anche oggi.

Ma il bilancio odierno di Stefano mi ha spiazzato un po’. Riassume un pensiero più volte espresso da lui, anche durante quell’avventura improvvisata e vitale delle nostre dirette facebook de “gli abbracci spezzati”, nella triste primavera del lockdown 2020.

“Le cose buone succedono se agiamo e facciamo qualcosa per farle accadere” dice Stefano, e come non essere d’accordo con lui?

Ma la conclusione a cui arriva, portando alle estreme conseguenze questo suo discorso, è anche il titolo del post: “la speranza è pericolosa”.

Ha scritto proprio così. Ma di quale speranza stiamo parlando? Cosa intendiamo per speranza?

L’ottimismo beota e irrazionale del noto “andrà tutto bene” può definirsi speranza? il rimanere sulla soglia dell’esperienza – lavorativa e umana – aspettando che le soluzioni calino dall’alto, quasi per magia, può definirsi speranza?

Io credo di no.

Come credo che giudicare questo 2020 ormai trascorso esclusivamente con i parametri negativi dell’infausta sorte – statisticamente inevitabile per cadenza secolare – sia un modo sbrigativo e banale di chiudere un periodo così duro e complesso.

Certo è stato un anno gravoso, arduo e doloroso per le tante sofferenze ancora per niente risolte; ma come dimenticare che da queste negatività oggettive abbiamo anche saputo trarre opportunità, occasioni, stimoli per un’inaspettata audacia?

L’uomo non è strutturalmente fatto per subire. Ha una mente e un cuore che sono strutturalmente fatti per rischiare, per agire, per sfidare le avversità naturali ed ambientali, e superarle.

Non si spiegherebbe altrimenti come siamo riusciti ad uscire dalle caverne e costruire civiltà sempre più complesse, come abbiamo creato le scienze, la letteratura, l’arte, la musica e la poesia. L’uomo agisce, e nell’azione crea. Per questo condivido il ragionamento di Stefano.

Ma l’uomo, e per questo non condivido il suo titolo, è capace di tutto questo per una insopprimibile volontà di speranza, connaturata strutturalmente alla sua umanità, fragile eppure spavalda, effimera e limitata – come gli scatti ritrovati ieri sera da mia madre – eppure desiderosa e capace di resistere.

Perché la speranza non è una stupida illusione consolatoria, ma è l’energia propulsiva che porta un padre, in virtù dell’esperienza della nascita del proprio figlio, a lottare per un futuro migliore da offrirgli. È la voglia di non abbandonare all’apparentemente inevitabile deriva il paese in cui viviamo, in virtù della volontà di mettersi in gioco con ogni energia possibile. È la capacità di misurare le nostre azioni per trasformare in opportunità le limitazioni presenti legate alle misure anti covid.

Altrimenti la nostra azione rischierebbe di diventare l’isterico e folle sbracciarsi nel vuoto, nel di-sperato percorso verso il nulla che, inevitabilmente, ci attende.

“La speranza è certezza nel futuro in forza di una realtà presente”, mi ha insegnato don Giussani.

E non è una consolatoria giaculatoria a buon mercato spacciata come salvacondotto per chi si aggrappa alla fede per non soccombere alla vita. Perché la realtà presente è sfida, lotta, confronto ma è anche incontro e dialogo a volte imprevisto.

Eccolo il mio personale bilancio, dell’anno che è passato come della vita che scorre veloce e sembra trascinare via tutto: la speranza è forse pericolosa ma certamente necessaria.

La forza e l’importanza della realtà presente, la stessa a cui si appella con fiducia Stefano nel suo ragionamento e soprattutto nel suo agire quotidiano, non possono non portarci ad una ragionevole speranza. Che io oggi affido – nella consapevole inadeguatezza dei miei limiti – a quel Dio che questo desiderio e questa speranza li ha incastrati originariamente e per sempre nel nostro cuore e che oso ringraziare anche per quest’anno, così difficile ma anche così pieno di incontri, volti, occasioni di bene.

Buon anno a tutti.

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La vita non vuol essere spiegata

Ci sono libri che quando li inizi a leggere ti agganciano come una calamita, richiamandoti a riprenderli in mano finché non hai raggiunto le ultime pagine, mentre già ti dispiace abbandonarne i protagonisti, che senti ormai intimi.

Questo è quello che mi succede con i libri di Silvia Avallone, dai tempi di Acciaio in poi, fino a quest’ultimo, “Un’amicizia”, che ho finito di leggere proprio ieri.

Il libro è intenso, scorrevole nella densità delle vite che attraversa o sfiora, sempre inquadrate nella loro imperfetta volontà di risolversi.

L’autrice non vuole però spiegarci la vita, come tanti autori di casa nostra ormai fanno, trasformando inevitabilmente i loro romanzi in piccoli saggi infarciti di morale, fastidiosi manuali di sopravvivenza alla quotidiana esistenza.

E le sue storie, tutte immancabilmente incastrate nell’apparentemente insignificante provincia italiana, tra la Biella reduce da un passato benessere industriale e la costa toscana affacciata alla meravigliosa ed enigmatica presenza dell’Elba, ci restituiscono sempre queste figure femminili drammaticamente irrisolte e vere, che si dibattono in percorsi di crescita, anagrafica ed interiore, mai stereotipata, e nell’ancor più drammatico rapporto tra genitori e figli, tra le rinunce e le speranze di entrambi.

Elisa e Bea, come le due quattordicenni protagoniste di Acciaio, o come l’indimenticabile Marina Bellezza, si mostrano a noi nella loro spudorata voglia di vivere, di capire, di essere felici dentro le contraddizioni e i colpi sordi della vita, che non funziona mai per percorsi impostati, e mischia desideri, frustrazioni, sogni, ricatti, tradimenti, senza mai perdere il filo, anzi sempre perdendolo, per recuperarlo qualche passo – o qualche anno – più in là.

E forse è proprio questa la spiegazione dell’intimità che si crea, inevitabilmente, con i personaggi di Silvia Avallone, che non sono mai la maschera di qualcos’altro né lo stratagemma per rifilarci una comoda morale prêt-à-porter, ma emergono proprio veri, come il tuo amico di un tempo o il tuo compagno di classe che non vedi da anni e chissà cosa ne ha fatto del suo talento e dei suoi sogni, o della star del momento che alla fine, come tutti noi, non desidera altro dal web che “essere colto in fragrante mentre sta vivendo”.

E infine la poesia, vero fiume carsico del libro che riemerge, grazie anche alla preziosa ricostruzione delle citazioni a fine romanzo, nei passaggi cruciali della vita dei protagonisti, quasi a domandarsi e domandarci, come nell’ultima battuta del romanzo, se la vita davvero abbia bisogno di essere raccontata per esistere.

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Maturità

È un giugno strano, quello che stiamo attraversando. Ventoso e incerto, climaticamente sospeso com’è sospeso il nostro percepirci fragili e sempre meno invincibili di fronte ad un virus che continua a giocare a nascondino.

Io mi ritrovo qui, Presidente della Commissione d’esame delle sezioni Sala e vendita dell’Istituto Alberghiero di Brolo, con mascherina chirurgica alla bocca e mani da igienizzare ad ogni ingresso o uscita dall’aula.

Di fronte a me e ai sei docenti interni sfilano, rigorosamente a turno, con la pausa per la sanificazione di banchi e sedie, più di una ventina tra ragazzi e ragazze.

Ognuno di loro ha una storia, personale e familiare, che io nemmeno conosco, ma che filtra, mentre raccontano del loro percorso scolastico, tra gli sguardi che cercano di capire se dietro la mascherina si nasconda approvazione o disinteresse, benevolenza o noia.

Mi parlano dei Malavolgia, collegando quel mondo di pescatori e di amara povertà al cibo umile e semplice ed alla nascita della dieta mediterranea. Poi descrivono un cocktail, rintracciando i modi e le forme con cui ingredienti apparentemente lontani si uniscono nel mixer in armonia. Descrivono L’acidità e la sapidità di un vitigno cresciuto alle pendici dell’Etna, le attenzioni da rivolgere al futuro vino in vigna e in cantina o le modalità con cui l’uomo ha preso dei grappoli d’uva e li ha trasformati, con sapienza vicina all’estro creativo di un dio, nella meraviglia dello champagne.  

Diventeranno maitre, barman o bartender, alcuni dovranno lasciare queste coste siciliane e cercare lavoro altrove, alcuni forse si lasceranno sopraffare dall’incertezza o dalle difficoltà e abbandoneranno questo percorso lavorativo così impegnativo e particolare. Ma appare certo che la scuola, con la maggior parte di loro, ha fatto centro.

Discutiamo tanto di competenze, di apertura all’innovazione, di superamento del paradigma trasmissivo di una scuola che, utilizzando un felice paragone di Camus, ingozza i suoi alunni come oche, ed eccola qui, una scuola che prova a superarlo davvero.

Senza entrare in spinose diatribe sulla presunta superiorità dei licei nel nostro sistema scolastico, è fuor di dubbio che una scuola come questa è molto facilitata nel puntare al collegamento possibile tra le aule scolastiche e la vita, ma mi è altrettanto evidente che non è questo il nocciolo della questione.

C’è una frase del grande latinista Concetto Marchesi, citata spesso da don Giussani, che si presta invece a descrivere cosa fa la differenza:

L’arte ha bisogno di uomini commossi, non di uomini riverenti.

E questo è vero per ogni arte, dalla letteratura alla cucina, dalla matematica all’enologia.

Chapeau quindi a questi docenti appassionati della loro disciplina, umanistica o scientifica o tecnico pratica che sia, che porgono i limoni di Montale all’attenzione di un alunno che, nel laboratorio di sala, saprà così trasformarli in limoncello, mettendoci dentro tutta la ricchezza e la grandezza delle capacità dell’uomo, che da elementi di natura crea capolavori di cultura. E che fanno tutto questo in un ambiente che discrimina troppo spesso le scuole professionali, considerandole adatte solo a chi non abbia voglia di studiare, trasferendo questa fuorviante convinzione spesso anche ai ragazzi che queste scuole le scelgono.

Ecco appunto. I ragazzi.

Come sono i maturandi di un professionale alberghiero al tempo del covid? Sono esattamente come me, trent’anni fa, nel giugno 1990, alunno della V A del Liceo Scientifico “E. Amari” di Patti.

Tutti allora, così almeno sembrava al diciottenne che ero, nelle “notti magiche” di quel giugno del novanta, alzavano insieme a me lo sguardo al cielo notturno. Leopardi, per far dialogare un piccolo pastore con la possente ed enigmatica presenza della luna; la Geografia astronomica, che mi raccontava della vita delle stelle, fatte della nostra stessa sostanza e dirette, come noi, verso un destino incerto e tutto da scoprire. E poi i miei compagni di classe, ognuno con un sogno più o meno definito, alcuni addirittura con le valigie già pronte per attraversare oceani. Persino Totò Schillaci, che nella corsa urlante dopo i goal delle notti magiche di un mondiale che credevamo nostro per diritto, alzava gli occhi agli spalti, al cielo, alla fortuna che lo baciava all’improvviso e lo portava lì, sulla vetta mondiale del calcio. Ed io, con una penna acerba in mano, che volevo scrivere ma non sapevo cosa, e rileggevo le poesie in “guida al Novecento” trovandoci all’improvviso pezzi di me.

Come R., occhi svegli e lingua sciolta, capelli raccolti in una folta coda nera, mani che si rincorrono a vicenda per trattenere l’ansia. Arriva trafelata al colloquio d’esame. Ha avuto un lutto poche settimane fa, mi dice poco dopo aver iniziato a parlare di Pascoli, e mentre si preparava all’esame ha scoperto che nelle poesie che la prof le aveva fatto leggere, e in altre che pian piano ha scovato tra le pagine lucide dell’antologia, c’era un modo di descrivere il suo dolore, quel groviglio indicibile che un evento così ti lascia dentro, che lei non avrebbe saputo come dire. Quelle poesie parlavano di lei più di quanto lei stessa potesse immaginare.

Perché la maturità è una grande emozione, ma è anche un momento in cui fai i conti, forse per la prima volta, con chi sei, con ciò che vuoi e con ciò che ti sta più a cuore.

Così sorrido, trattenendo la commozione perché non si è mai detto che il presidente si asciughi le lacrime agli esami, che diamine, e regalo a R. una poesia di Ungaretti, poeta che lei ha scoperto essere particolarmente bravo a dire della nostra estrema fragilità, scritta quando morì il suo piccolo figlio, di nove anni. Perché in fondo la poesia non ha che questo arduo compito, di far emergere le cose, mostrandocele in tutta la loro drammatica e potente realtà.

Provo a metterci un po’ del mio, con questi maturandi, malgrado il ruolo istituzionale a cui non mi sono ancora ben adattato, a dirla tutta. E mentre chiedo loro, sul finire del colloquio, che prospettive abbiano per il futuro, li invito come posso a fare tesoro delle cose viste e lette in questi anni, anche di quelle date per scontate o saltate per pigrizia, e soprattutto della passione, dell’impegno e dello sguardo attento dei loro insegnanti, perché sarà una vera dote per la loro vita futura.

Adesso sono davanti al cancello dell’Alberghiero di Brolo, gli esami sono appena finiti, i tabelloni compilati e gli esiti tra poche ore porteranno gioia o insoddisfazione nelle case di quei ragazzi. Mi fermo, un po’ sudato. L’aria si è improvvisamente riscaldata ed il vento sembra essersi calmato.  

Mentre mi asciugo la fronte sollevo un attimo lo sguardo e penso che in fondo ancora adesso, a distanza di trent’anni, quegli occhi rivolti al cielo e, insieme, attenti a chi ci ritroviamo intorno, rimangono la posizione più ragionevole e vera per andare incontro alla maturità, da studente o da insegnante o, perché no, da presidente di commissione.

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Una lunga maratona

Una lunga maratona. Mesi e mesi di idee e progetti, Settimane di preparativi, locandine, organizzazione, allenamento di insegnanti ed alunni. Perchè il 14 marzo a livello globale si festeggia il Pi greco day, e la mia scuola da anni organizza in tale occasione un evento di tutto rispetto. Poi il mondo che all’improvviso capitombola a testa in giù, ogni abitudine e ipotesi sospese, la prospettiva di dover annullare tutto.

Ma le grandi passioni non le ferma nessuno, neanche un virus subdolo e letale. Così si inventano nuove forme, ed in quattro e quattr’otto si mette su una giornata “virtuale”, utilizzando i tanto odiati e bistrattati social network. Sì, quegli infernali ambienti dove, a detta di molti, albergano solo rischi inenarrabili e cyberbullismo a go-go, dove regna l’ignoranza e l’approssimazione. Facebook e You Tube, il regno del cybermaligno insomma, che diventano la piazza dove poter festeggiare insieme il pi greco day.

Si parte al mattino, alle 9, per finire, esausti e sorridenti alle quattro del pomeriggio. Come dire: sette ore di condivisione online, sul canovaccio, approntato in pochi giorni, di un ipotetico palinsesto televisivo rivisitato alla luce del “matematics is everywhere”, lo slogan della giornata mondiale della matematica.

Le pubblicazioni si susseguono a ritmo regolare, da You Tube rimbalzano sulla pagina Facebook, e poi su una pagina web della scuola per chi proprio odiasse zuckemberg e compagnia bella. Docenti e genitori che a gara condividono i vari post sulle proprie bacheche, persino il preside che prova a surfare tra le mille facce sorridenti che occhieggiano nei video, tra “striscia la lezione“ e “matechef”, da “Mathattack” a “le falde del terzo”, passando per “pifactor”. Un ipotetico canale del terzo piday 2020, in mano a docenti ed alunni, per un giorno impegnati insieme a far vedere quanto possa essere bello studiare.

Possibile? ma che andate dicendo?

studiare può essere ‘utile’ per il futuro, ‘necessario’ per la propria cultura, ‘importante’ per la crescita personale, ma bello… bello mi sembra un’esagerazione…

Cosa è in grado di spingere un manipolo di insegnanti, nel bel mezzo di una pandemia, con il mondo che non parla d’altro che di contagi, mascherine e divieti, con la scuola chiusa da dieci giorni e la prospettiva di non ritornare tanto presto nelle aule, a spendersi in questo modo, per una cosa del genere? e più di un centinaio di studenti a seguirli, a distanza, mettendosi in gioco mentre la scuola è chiusa?

Si chiama resilienza. È quella capacità di resistere, contro ogni plausibile aspettativa, alle avverse condizioni che vorrebbero farti abbandonare.

E poi, di più, Si chiama passione. È il vero motore di ogni umano movimento e decisione, figlio di “quell’amor che move il cielo e l’altre stelle” che Dante caparbiamente mette al centro di ogni cosa, unica vera differenza tra l’uomo, nella sua fragile condizione di essere aggredibile e soggiogabile contro ogni aspettativa, ed il resto dell’universo, le stelle, le galassie, le montagne innevate, le onde tumultuose dei mari, e persino le mille intelligenze artificiali che gareggiano a raggiungere e superare l’intelletto umano.

Perché il cuore dell’uomo pulsa per un inestinguibile desiderio di bene, di vero, di bello; e li cerca, bramosamente, dentro ogni cosa, nelle circostanze più ambigue e dure, nella più nera delle situazioni.

Come ne “la strada”, il romanzo di Corman Mc Carthy così attuale e profetico di questi tempi, dove un padre accompagna un bambino attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere in direzione dell’oceano, e ad un certo punto dice:

“Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c’è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un’origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te.”

 Noi educatori, insegnanti, genitori abbiamo un compito, magnifico e prezioso, arduo e indifferibile: giocarci tutto, nel rapporto con i bambini ed i ragazzi che accompagniamo tra le rovine di questo mondo che sembra davvero volersi ridurre in cenere, con la certezza di una strada da percorrere, con l’imperativo di tenere accesa la fiamma della passione per le cose, per la realtà, per il mistero immenso ed incommensurabile celato in essa. Senza risposte preconfezionate, o ricette, o istruzioni per l’uso valide sempre e comunque. perché la sfida è di quelle toste, e nessun teorema filosofico, morale, culturale, economico o sociale può ritenersi perfettamente giusto, a prescindere.

E poi perché, come mi ha ricordato un’amica, sempre sulle pagine di facebook poche ore fa, “magari scopriamo che anche noi abbiamo bisogno dei loro volti e delle loro voci”, per riscoprirci più umani, più fragili, più bisognosi e quindi più veri.