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Le vite restituite

Ho conosciuto Cinzia Leone prima di leggere il suo libro, contattandola telefonicamente per invitarla ai “dieci libri sull’arca”, che conduco in diretta fb con il mio amico libraio Teodoro Cafarelli.

Mi ha colpito, della nostra prima telefonata, la sua energia e l’empatica e travolgente capacità di raccontare, anche al telefono, ad un perfetto estraneo qual ero io in quel momento, pezzi della sua vita, della sua esperienza lavorativa, di questo libro a cui ha dedicato tanto tempo ed energie.

Fermo nella mia macchina, in una mattina di metà gennaio, ho gustato la bellezza di un incontro inaspettato, considerando questo suo talento una dote in comune con altri autori ebraici, da Potok a Singer e a Grossman, solo per fare alcuni nomi.

Poi ho avuto questo libro tra le mani e la potente capacità narrativa della sua autrice mi si è manifestata ancor più evidente.

Le 600 e passa pagine scorrono veloci nell’inseguire le tre donne protagoniste delle tre parti in cui è diviso il libro, cucendo pezzi importanti di storia collettiva, memorie familiari, la tragedia della Shoah e delle famiglie ebree spezzate dall’odio nazista, i sogni e le attese di generazioni diverse, in angoli diversi del mondo, a cui la cattiveria, l’egoismo o anche solo l’incapacità di alcuni di affrontare la vita hanno “rubato” l’esistenza.

Miriam, Giuditta ed Esther. La loro voglia di vivere, di essere felici in un mondo che lotta inesorabilmente contro di loro distruggendone i sogni e i progetti, il loro coraggio e le loro debolezze, le paure e gli impeti di generosità e audacia, la loro bellezza e la loro ostinata ricerca di senso hanno accompagnato la mia lettura immergendomi nelle loro storie.

E’ paradossale – ho scritto a Cinzia subito dopo aver letto l’ultima pagina del libro in cui ricuce e ricompone con perfezione narrativa tutte le varie vicende – che il titolo del libro sia l’esatto opposto della sensazione che si ha chiudendolo, quella di avere avuto in regalo una, più vite, il loro segreto ed in fondo il loro mistero più profondo.

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Bilanci

Ieri sera a casa di mia madre, a fine cena, è saltata fuori una scatola con album vari di fotografie, che ripercorrevano la storia della nostra famiglia da venticinque anni a questa parte.

La gara è stata subito a chi trovava la foto più buffa o l’espressione più scema, collegando gli scatti alle varie occasioni perchè mio padre, con la sua consueta precisione, aveva appuntato luogo e data dietro quasi tutte le foto.

Così, senza programmarlo, mentre sui social fioccavano i bilanci relativi a questo infausto 2020, che ha gettato sulle vite di noi tutti una cappa di sfiducia verso il futuro, i governi e la ripresa, che è stato il peggior anno di sempre e via dicendo, io ho ripercorso anche solo con lo sguardo un immaginario bilancio di tanti momenti passati, incrociando il sorriso di persone a me care che o non ci sono più – mio padre, i miei nonni, mio suocero – o sono cresciute perdendo immancabilmente tante sfumature e tanti particolari rimasti testimoniati da quegli scatti.

La vita è forse fatta così – pensavo guardando le foto – i registri a partita doppia delle nostre esistenze hanno immancabilmente una lunga e dolorosa sequenza di perdite, di rinunce, di abbandoni.

Ma al tempo stesso, mi dicevo, quanta vita, quanta energia, quanta eredità di pensieri, modi di dire o di fare, abitudini, insegnamenti, occasioni di crescita, opportunità legate a quegli scatti e a quello che ormai non è più.

E la serata si è conclusa così, con il sapore amaro ma al tempo stesso piacevole di queste riflessioni.

Stamattina al risveglio ho trovato un post del mio amico Stefano Molica, persona che stimo tantissimo per l’affetto che ci lega e per il prezioso lavoro educativo della sua “macchina dei sogni”.

Quando incrocio qualcosa scritto da lui mi fermo sempre a leggere con attenzione, sicuro di trovare un punto di vista originale e costruttivo. E così ho fatto anche oggi.

Ma il bilancio odierno di Stefano mi ha spiazzato un po’. Riassume un pensiero più volte espresso da lui, anche durante quell’avventura improvvisata e vitale delle nostre dirette facebook de “gli abbracci spezzati”, nella triste primavera del lockdown 2020.

“Le cose buone succedono se agiamo e facciamo qualcosa per farle accadere” dice Stefano, e come non essere d’accordo con lui?

Ma la conclusione a cui arriva, portando alle estreme conseguenze questo suo discorso, è anche il titolo del post: “la speranza è pericolosa”.

Ha scritto proprio così. Ma di quale speranza stiamo parlando? Cosa intendiamo per speranza?

L’ottimismo beota e irrazionale del noto “andrà tutto bene” può definirsi speranza? il rimanere sulla soglia dell’esperienza – lavorativa e umana – aspettando che le soluzioni calino dall’alto, quasi per magia, può definirsi speranza?

Io credo di no.

Come credo che giudicare questo 2020 ormai trascorso esclusivamente con i parametri negativi dell’infausta sorte – statisticamente inevitabile per cadenza secolare – sia un modo sbrigativo e banale di chiudere un periodo così duro e complesso.

Certo è stato un anno gravoso, arduo e doloroso per le tante sofferenze ancora per niente risolte; ma come dimenticare che da queste negatività oggettive abbiamo anche saputo trarre opportunità, occasioni, stimoli per un’inaspettata audacia?

L’uomo non è strutturalmente fatto per subire. Ha una mente e un cuore che sono strutturalmente fatti per rischiare, per agire, per sfidare le avversità naturali ed ambientali, e superarle.

Non si spiegherebbe altrimenti come siamo riusciti ad uscire dalle caverne e costruire civiltà sempre più complesse, come abbiamo creato le scienze, la letteratura, l’arte, la musica e la poesia. L’uomo agisce, e nell’azione crea. Per questo condivido il ragionamento di Stefano.

Ma l’uomo, e per questo non condivido il suo titolo, è capace di tutto questo per una insopprimibile volontà di speranza, connaturata strutturalmente alla sua umanità, fragile eppure spavalda, effimera e limitata – come gli scatti ritrovati ieri sera da mia madre – eppure desiderosa e capace di resistere.

Perché la speranza non è una stupida illusione consolatoria, ma è l’energia propulsiva che porta un padre, in virtù dell’esperienza della nascita del proprio figlio, a lottare per un futuro migliore da offrirgli. È la voglia di non abbandonare all’apparentemente inevitabile deriva il paese in cui viviamo, in virtù della volontà di mettersi in gioco con ogni energia possibile. È la capacità di misurare le nostre azioni per trasformare in opportunità le limitazioni presenti legate alle misure anti covid.

Altrimenti la nostra azione rischierebbe di diventare l’isterico e folle sbracciarsi nel vuoto, nel di-sperato percorso verso il nulla che, inevitabilmente, ci attende.

“La speranza è certezza nel futuro in forza di una realtà presente”, mi ha insegnato don Giussani.

E non è una consolatoria giaculatoria a buon mercato spacciata come salvacondotto per chi si aggrappa alla fede per non soccombere alla vita. Perché la realtà presente è sfida, lotta, confronto ma è anche incontro e dialogo a volte imprevisto.

Eccolo il mio personale bilancio, dell’anno che è passato come della vita che scorre veloce e sembra trascinare via tutto: la speranza è forse pericolosa ma certamente necessaria.

La forza e l’importanza della realtà presente, la stessa a cui si appella con fiducia Stefano nel suo ragionamento e soprattutto nel suo agire quotidiano, non possono non portarci ad una ragionevole speranza. Che io oggi affido – nella consapevole inadeguatezza dei miei limiti – a quel Dio che questo desiderio e questa speranza li ha incastrati originariamente e per sempre nel nostro cuore e che oso ringraziare anche per quest’anno, così difficile ma anche così pieno di incontri, volti, occasioni di bene.

Buon anno a tutti.

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La vita non vuol essere spiegata

Ci sono libri che quando li inizi a leggere ti agganciano come una calamita, richiamandoti a riprenderli in mano finché non hai raggiunto le ultime pagine, mentre già ti dispiace abbandonarne i protagonisti, che senti ormai intimi.

Questo è quello che mi succede con i libri di Silvia Avallone, dai tempi di Acciaio in poi, fino a quest’ultimo, “Un’amicizia”, che ho finito di leggere proprio ieri.

Il libro è intenso, scorrevole nella densità delle vite che attraversa o sfiora, sempre inquadrate nella loro imperfetta volontà di risolversi.

L’autrice non vuole però spiegarci la vita, come tanti autori di casa nostra ormai fanno, trasformando inevitabilmente i loro romanzi in piccoli saggi infarciti di morale, fastidiosi manuali di sopravvivenza alla quotidiana esistenza.

E le sue storie, tutte immancabilmente incastrate nell’apparentemente insignificante provincia italiana, tra la Biella reduce da un passato benessere industriale e la costa toscana affacciata alla meravigliosa ed enigmatica presenza dell’Elba, ci restituiscono sempre queste figure femminili drammaticamente irrisolte e vere, che si dibattono in percorsi di crescita, anagrafica ed interiore, mai stereotipata, e nell’ancor più drammatico rapporto tra genitori e figli, tra le rinunce e le speranze di entrambi.

Elisa e Bea, come le due quattordicenni protagoniste di Acciaio, o come l’indimenticabile Marina Bellezza, si mostrano a noi nella loro spudorata voglia di vivere, di capire, di essere felici dentro le contraddizioni e i colpi sordi della vita, che non funziona mai per percorsi impostati, e mischia desideri, frustrazioni, sogni, ricatti, tradimenti, senza mai perdere il filo, anzi sempre perdendolo, per recuperarlo qualche passo – o qualche anno – più in là.

E forse è proprio questa la spiegazione dell’intimità che si crea, inevitabilmente, con i personaggi di Silvia Avallone, che non sono mai la maschera di qualcos’altro né lo stratagemma per rifilarci una comoda morale prêt-à-porter, ma emergono proprio veri, come il tuo amico di un tempo o il tuo compagno di classe che non vedi da anni e chissà cosa ne ha fatto del suo talento e dei suoi sogni, o della star del momento che alla fine, come tutti noi, non desidera altro dal web che “essere colto in fragrante mentre sta vivendo”.

E infine la poesia, vero fiume carsico del libro che riemerge, grazie anche alla preziosa ricostruzione delle citazioni a fine romanzo, nei passaggi cruciali della vita dei protagonisti, quasi a domandarsi e domandarci, come nell’ultima battuta del romanzo, se la vita davvero abbia bisogno di essere raccontata per esistere.

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Maturità

È un giugno strano, quello che stiamo attraversando. Ventoso e incerto, climaticamente sospeso com’è sospeso il nostro percepirci fragili e sempre meno invincibili di fronte ad un virus che continua a giocare a nascondino.

Io mi ritrovo qui, Presidente della Commissione d’esame delle sezioni Sala e vendita dell’Istituto Alberghiero di Brolo, con mascherina chirurgica alla bocca e mani da igienizzare ad ogni ingresso o uscita dall’aula.

Di fronte a me e ai sei docenti interni sfilano, rigorosamente a turno, con la pausa per la sanificazione di banchi e sedie, più di una ventina tra ragazzi e ragazze.

Ognuno di loro ha una storia, personale e familiare, che io nemmeno conosco, ma che filtra, mentre raccontano del loro percorso scolastico, tra gli sguardi che cercano di capire se dietro la mascherina si nasconda approvazione o disinteresse, benevolenza o noia.

Mi parlano dei Malavolgia, collegando quel mondo di pescatori e di amara povertà al cibo umile e semplice ed alla nascita della dieta mediterranea. Poi descrivono un cocktail, rintracciando i modi e le forme con cui ingredienti apparentemente lontani si uniscono nel mixer in armonia. Descrivono L’acidità e la sapidità di un vitigno cresciuto alle pendici dell’Etna, le attenzioni da rivolgere al futuro vino in vigna e in cantina o le modalità con cui l’uomo ha preso dei grappoli d’uva e li ha trasformati, con sapienza vicina all’estro creativo di un dio, nella meraviglia dello champagne.  

Diventeranno maitre, barman o bartender, alcuni dovranno lasciare queste coste siciliane e cercare lavoro altrove, alcuni forse si lasceranno sopraffare dall’incertezza o dalle difficoltà e abbandoneranno questo percorso lavorativo così impegnativo e particolare. Ma appare certo che la scuola, con la maggior parte di loro, ha fatto centro.

Discutiamo tanto di competenze, di apertura all’innovazione, di superamento del paradigma trasmissivo di una scuola che, utilizzando un felice paragone di Camus, ingozza i suoi alunni come oche, ed eccola qui, una scuola che prova a superarlo davvero.

Senza entrare in spinose diatribe sulla presunta superiorità dei licei nel nostro sistema scolastico, è fuor di dubbio che una scuola come questa è molto facilitata nel puntare al collegamento possibile tra le aule scolastiche e la vita, ma mi è altrettanto evidente che non è questo il nocciolo della questione.

C’è una frase del grande latinista Concetto Marchesi, citata spesso da don Giussani, che si presta invece a descrivere cosa fa la differenza:

L’arte ha bisogno di uomini commossi, non di uomini riverenti.

E questo è vero per ogni arte, dalla letteratura alla cucina, dalla matematica all’enologia.

Chapeau quindi a questi docenti appassionati della loro disciplina, umanistica o scientifica o tecnico pratica che sia, che porgono i limoni di Montale all’attenzione di un alunno che, nel laboratorio di sala, saprà così trasformarli in limoncello, mettendoci dentro tutta la ricchezza e la grandezza delle capacità dell’uomo, che da elementi di natura crea capolavori di cultura. E che fanno tutto questo in un ambiente che discrimina troppo spesso le scuole professionali, considerandole adatte solo a chi non abbia voglia di studiare, trasferendo questa fuorviante convinzione spesso anche ai ragazzi che queste scuole le scelgono.

Ecco appunto. I ragazzi.

Come sono i maturandi di un professionale alberghiero al tempo del covid? Sono esattamente come me, trent’anni fa, nel giugno 1990, alunno della V A del Liceo Scientifico “E. Amari” di Patti.

Tutti allora, così almeno sembrava al diciottenne che ero, nelle “notti magiche” di quel giugno del novanta, alzavano insieme a me lo sguardo al cielo notturno. Leopardi, per far dialogare un piccolo pastore con la possente ed enigmatica presenza della luna; la Geografia astronomica, che mi raccontava della vita delle stelle, fatte della nostra stessa sostanza e dirette, come noi, verso un destino incerto e tutto da scoprire. E poi i miei compagni di classe, ognuno con un sogno più o meno definito, alcuni addirittura con le valigie già pronte per attraversare oceani. Persino Totò Schillaci, che nella corsa urlante dopo i goal delle notti magiche di un mondiale che credevamo nostro per diritto, alzava gli occhi agli spalti, al cielo, alla fortuna che lo baciava all’improvviso e lo portava lì, sulla vetta mondiale del calcio. Ed io, con una penna acerba in mano, che volevo scrivere ma non sapevo cosa, e rileggevo le poesie in “guida al Novecento” trovandoci all’improvviso pezzi di me.

Come R., occhi svegli e lingua sciolta, capelli raccolti in una folta coda nera, mani che si rincorrono a vicenda per trattenere l’ansia. Arriva trafelata al colloquio d’esame. Ha avuto un lutto poche settimane fa, mi dice poco dopo aver iniziato a parlare di Pascoli, e mentre si preparava all’esame ha scoperto che nelle poesie che la prof le aveva fatto leggere, e in altre che pian piano ha scovato tra le pagine lucide dell’antologia, c’era un modo di descrivere il suo dolore, quel groviglio indicibile che un evento così ti lascia dentro, che lei non avrebbe saputo come dire. Quelle poesie parlavano di lei più di quanto lei stessa potesse immaginare.

Perché la maturità è una grande emozione, ma è anche un momento in cui fai i conti, forse per la prima volta, con chi sei, con ciò che vuoi e con ciò che ti sta più a cuore.

Così sorrido, trattenendo la commozione perché non si è mai detto che il presidente si asciughi le lacrime agli esami, che diamine, e regalo a R. una poesia di Ungaretti, poeta che lei ha scoperto essere particolarmente bravo a dire della nostra estrema fragilità, scritta quando morì il suo piccolo figlio, di nove anni. Perché in fondo la poesia non ha che questo arduo compito, di far emergere le cose, mostrandocele in tutta la loro drammatica e potente realtà.

Provo a metterci un po’ del mio, con questi maturandi, malgrado il ruolo istituzionale a cui non mi sono ancora ben adattato, a dirla tutta. E mentre chiedo loro, sul finire del colloquio, che prospettive abbiano per il futuro, li invito come posso a fare tesoro delle cose viste e lette in questi anni, anche di quelle date per scontate o saltate per pigrizia, e soprattutto della passione, dell’impegno e dello sguardo attento dei loro insegnanti, perché sarà una vera dote per la loro vita futura.

Adesso sono davanti al cancello dell’Alberghiero di Brolo, gli esami sono appena finiti, i tabelloni compilati e gli esiti tra poche ore porteranno gioia o insoddisfazione nelle case di quei ragazzi. Mi fermo, un po’ sudato. L’aria si è improvvisamente riscaldata ed il vento sembra essersi calmato.  

Mentre mi asciugo la fronte sollevo un attimo lo sguardo e penso che in fondo ancora adesso, a distanza di trent’anni, quegli occhi rivolti al cielo e, insieme, attenti a chi ci ritroviamo intorno, rimangono la posizione più ragionevole e vera per andare incontro alla maturità, da studente o da insegnante o, perché no, da presidente di commissione.

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Una lunga maratona

Una lunga maratona. Mesi e mesi di idee e progetti, Settimane di preparativi, locandine, organizzazione, allenamento di insegnanti ed alunni. Perchè il 14 marzo a livello globale si festeggia il Pi greco day, e la mia scuola da anni organizza in tale occasione un evento di tutto rispetto. Poi il mondo che all’improvviso capitombola a testa in giù, ogni abitudine e ipotesi sospese, la prospettiva di dover annullare tutto.

Ma le grandi passioni non le ferma nessuno, neanche un virus subdolo e letale. Così si inventano nuove forme, ed in quattro e quattr’otto si mette su una giornata “virtuale”, utilizzando i tanto odiati e bistrattati social network. Sì, quegli infernali ambienti dove, a detta di molti, albergano solo rischi inenarrabili e cyberbullismo a go-go, dove regna l’ignoranza e l’approssimazione. Facebook e You Tube, il regno del cybermaligno insomma, che diventano la piazza dove poter festeggiare insieme il pi greco day.

Si parte al mattino, alle 9, per finire, esausti e sorridenti alle quattro del pomeriggio. Come dire: sette ore di condivisione online, sul canovaccio, approntato in pochi giorni, di un ipotetico palinsesto televisivo rivisitato alla luce del “matematics is everywhere”, lo slogan della giornata mondiale della matematica.

Le pubblicazioni si susseguono a ritmo regolare, da You Tube rimbalzano sulla pagina Facebook, e poi su una pagina web della scuola per chi proprio odiasse zuckemberg e compagnia bella. Docenti e genitori che a gara condividono i vari post sulle proprie bacheche, persino il preside che prova a surfare tra le mille facce sorridenti che occhieggiano nei video, tra “striscia la lezione“ e “matechef”, da “Mathattack” a “le falde del terzo”, passando per “pifactor”. Un ipotetico canale del terzo piday 2020, in mano a docenti ed alunni, per un giorno impegnati insieme a far vedere quanto possa essere bello studiare.

Possibile? ma che andate dicendo?

studiare può essere ‘utile’ per il futuro, ‘necessario’ per la propria cultura, ‘importante’ per la crescita personale, ma bello… bello mi sembra un’esagerazione…

Cosa è in grado di spingere un manipolo di insegnanti, nel bel mezzo di una pandemia, con il mondo che non parla d’altro che di contagi, mascherine e divieti, con la scuola chiusa da dieci giorni e la prospettiva di non ritornare tanto presto nelle aule, a spendersi in questo modo, per una cosa del genere? e più di un centinaio di studenti a seguirli, a distanza, mettendosi in gioco mentre la scuola è chiusa?

Si chiama resilienza. È quella capacità di resistere, contro ogni plausibile aspettativa, alle avverse condizioni che vorrebbero farti abbandonare.

E poi, di più, Si chiama passione. È il vero motore di ogni umano movimento e decisione, figlio di “quell’amor che move il cielo e l’altre stelle” che Dante caparbiamente mette al centro di ogni cosa, unica vera differenza tra l’uomo, nella sua fragile condizione di essere aggredibile e soggiogabile contro ogni aspettativa, ed il resto dell’universo, le stelle, le galassie, le montagne innevate, le onde tumultuose dei mari, e persino le mille intelligenze artificiali che gareggiano a raggiungere e superare l’intelletto umano.

Perché il cuore dell’uomo pulsa per un inestinguibile desiderio di bene, di vero, di bello; e li cerca, bramosamente, dentro ogni cosa, nelle circostanze più ambigue e dure, nella più nera delle situazioni.

Come ne “la strada”, il romanzo di Corman Mc Carthy così attuale e profetico di questi tempi, dove un padre accompagna un bambino attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere in direzione dell’oceano, e ad un certo punto dice:

“Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c’è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un’origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te.”

 Noi educatori, insegnanti, genitori abbiamo un compito, magnifico e prezioso, arduo e indifferibile: giocarci tutto, nel rapporto con i bambini ed i ragazzi che accompagniamo tra le rovine di questo mondo che sembra davvero volersi ridurre in cenere, con la certezza di una strada da percorrere, con l’imperativo di tenere accesa la fiamma della passione per le cose, per la realtà, per il mistero immenso ed incommensurabile celato in essa. Senza risposte preconfezionate, o ricette, o istruzioni per l’uso valide sempre e comunque. perché la sfida è di quelle toste, e nessun teorema filosofico, morale, culturale, economico o sociale può ritenersi perfettamente giusto, a prescindere.

E poi perché, come mi ha ricordato un’amica, sempre sulle pagine di facebook poche ore fa, “magari scopriamo che anche noi abbiamo bisogno dei loro volti e delle loro voci”, per riscoprirci più umani, più fragili, più bisognosi e quindi più veri.

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Di Coronavirus, di saluti e di palette colorate

Tempi duri, quelli del coronavirus. Tempi di sbigottimento, di frastornati ritiri dalle comuni attività, di paure da letteratura distopica di inizio millennio, di misure precauzionali che tentano con coraggiosa determinazione di arginare questo nuovo, insidioso nemico chiamato ‘contagio’.

Come a mare, con i miei figli, quando le onde si ingrossavano per il vento e fare il bagno era pericoloso, e allora prendevamo un paio di palette colorate e creavamo castelli di sabbia, poco sopra la battigia, con ampi fossati e muri di sabbia bagnata e pietre a proteggerli. Quando il lavoro sembrava essere a buon punto un’onda, una di quelle più grosse, spazzava via in un secondo tutte le nostre fatiche e ci lasciava lì, palette alla mano, ammutoliti e disfatti.

Ogni giorno leggo, su questa nuova epidemia, di tutto. Interventi di esperti, commenti di filosofi e pedagogisti, ministri che provano a fare sul serio e dettano, un po’ anche loro con la paletta colorata in mano, decaloghi e norme di buon senso.

Sembra proprio che siano tornati i tempi neri della peste, o forse che siano arrivati quelli terribili dell’apocalisse.

Il contagio, nell’epoca della globalizzazione totale, è diventato il peggior nemico che l’umanità possa trovarsi di fronte, ancor più subdolo e potente delle guerre, della povertà, dell’odio.

Grandi autori, come Camus e Manzoni per citarne solo due, ci hanno insegnato che in ogni tempo, anche in quelli senza la rete onlife e l’iperconnessione del mondo, la peste e l’apocalisse sono state le grandi, terrificanti metafore del male e di ciò che maggiormente può impaurire e immobilizzare l’uomo nel panico dello sconforto.

Oggi come in ogni tempo, con questo nemico ogni categoria, ogni popolo, ogni cultura fa i conti, per come può e sa. E nel generale e globale clima di paura, tutti i luoghi comuni, gli stereotipi e i pregiudizi vengono a galla con limpida e disarmante evidenza.

Gli italiani trattano da untori i cinesi, per poi vedersi restituito dal resto del mondo lo stesso trattamento. Chi vive nelle regioni del Sud Italia quasi gode che il contagio sia partito dalle ricche e spocchiose regioni padane, quasi a prendersi una rivincita dalla secolare subalternità economica e sociale.

I media, quasi a voler tranquillizzare la parte produttiva della società, ripetono che la percentuale di mortalità è bassa, e soprattutto che i soggetti più colpiti sono gli anziani e chi ha già una patologia in corso.

Il COVID-19 è pure stronzo.  Si accanisce con i deboli, con chi è già debilitato da un percorso oncologico o da malattie che hanno indebolito le proprie difese immunitarie. Chi tra di noi ha più di 65 anni, o è immunodepresso, quasi si sente in colpa, nei confronti della comunità, di costituire la parte fragile di questo organismo, di contagiarsi e contagiare solo andando al funerale di un caro amico improvvisamente scomparso.

È tempo di congelare le emozioni, le forme semplici ed essenziali di affetto e stima, come un abbraccio nel ritrovarsi o anche una stretta di mano nel salutarsi. Di lasciare a casa i bambini, la parte più preziosa e viva della nostra umanità, come segnale forte di allarme e di spinta comune alla prevenzione.

Ma l’uomo non è fatto per la paura. Sarebbe rimasto altrimenti nelle caverne, a proteggersi dagli animali selvatici e dalle intemperie, invece di uscire per costruire archi e frecce, carri e leve poderose per innalzare edifici, materiali resistenti non presenti in natura, motori e veicoli velocissimi, medicine formidabili contro le malattie, pensieri, poesie, musica e arte per custodire e preservare la preziosa unicità della propria anima.

Così i medici che in Iran, sprovvisti delle necessarie misure sanitarie per combattere il virus, ballano nei corridoi degli ospedali, con i camici e le mascherine addosso, per esorcizzare la paura e la morte, ci fanno sorridere e riflettere, spazzando via ogni pregiudizio culturale e facendo emergere una sola, grande unica umanità che lotta.

Un po’, con le dovute proporzioni, come gli insegnanti della mia scuola, e di tantissime altre, che il giorno dopo la sospensione delle lezioni si sono presentati spontaneamente nelle aule, vuote e spoglie dal frastuono quotidiano, e hanno accesso pc, inventato o adottato forme diverse, rivalutato i gruppi whatsapp delle mamme, che a volte possono diventare un primo, approssimativo ma efficace strumento di didattica a distanza.

Li guardavo, mentre a piccoli gruppi, mantenendo le distanze tra loro, accendevano le LIM nelle classi e si connettevano con i loro alunni che, a casa, nelle loro camerette, si vedevano spuntare, tra l’imbarazzo e la gioia, il viso festoso della prof nello schermo del proprio tablet.

Alla faccia degli stereotipi sulla categoria degli insegnanti, pronti a trasformare ogni occasione di sospensione della scuola in un periodo aggiuntivo di ferie, e di quelli sui ragazzi, dipinti spesso come indolenti e refrattari ad un rapporto con il mondo degli adulti.

Poi qualcuno potrà utilizzare questa occasione per rivalutare il digitale come risorsa utile al proprio compito di insegnante e non solo come enorme mostro cyberbullizzante, o anche raddrizzare il tiro e riflettere che ‘Didattica a distanza’ è cosa diversa da assegnare sfilze di compiti ed esercizi sulla chat di whatsapp della classe, e così facendo magari avrà anche l’occasione di riflettere sulla inutilità, anche nello svolgimento regolare in classe del proprio lavoro, della assegnazione pletorica di esercizi e compiti per casa senza una consapevolezza del proprio insostituibile ruolo didattico, di indicare una strada su cui poi si cammina insieme, in un’aula come su una piattaforma a distanza.

Perché i momenti di difficoltà e di apparente disfatta sono proprio quelli che, con la dovuta audacia e determinazione, possono trasformarsi in grandi opportunità.

In ogni classe in cui ho insegnato affrontando con i miei alunni il XXVI canto dell’Inferno dicevo loro che le parole messe in bocca ad Ulisse da Dante avremmo dovuto scriverle a caratteri cubitali sulle pareti di ogni classe, trasformandole nel vero motto di ogni ambiente educativo.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti

ma per seguir virtute e canoscenza.

Perché tutti abbiamo paura, inutile nasconderlo. Ma il nostro cuore non è fatto per soccombere ad essa, e cerca nello sguardo di chi gli sta di fronte, una forma di riscossa, chiamiamola speranza se vogliamo essere schietti, a cui legarsi per inventare nuovi percorsi.

Salutiamoci con la punta dei gomiti, o con i piedi, o chinando il capo imitando le antiche e solenni forme orientali, ma non perdiamo il gusto ed il piacere di ‘salutarci’, cioè di offrici ed augurarci ‘salute’, ‘salvezza’ dal contagio e dalle subdole paure che aggrediscono ma non vincono il nostro cuore.

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Una mattina mi son svegliato

Capita, se ci pensiamo bene piuttosto spesso. Una mattina ci svegliamo e anche noi, improvvisamente, troviamo l’invasor.

Non mi riferisco, a scanso di equivoci, ad apocalittiche visioni di alieni zampettanti nelle nostre città, e nemmeno alla questione dei migranti o a distopie fantapolitiche da decennio che inizia.

Dalle comode posizioni che abitiamo, dentro le convinzioni e le convenzioni, i riti personali e tribali, il procedere inesorabile ed apparentemente eterno del tempo, delle stagioni e delle generazioni, ci abituiamo ad incasellare e, diciamolo pure, a definire spesso il carattere, i gesti e i modi delle persone che ci vivono accanto. Così può capitare, com’è successo a me, che un padre una mattina si svegli, appunto, e trovi nel proprio figlio un vero e proprio invasore.

A volte questa scoperta ha risvolti drammatici e violenti, nelle tragiche situazioni in cui la ribellione o l’assenza di comunicazione – o spesso entrambe – portino uno dei due soggetti, il padre o il figlio, a rompere il legame, quel vincolo di sangue e patrimonio genetico che sta alla base delle più importanti costruzioni sociali, artistiche, letterarie e culturali della nostra civiltà umana.

Ma a volte questa scoperta, questa manifesta invasione appunto, è apprezzata e accolta come salutare e benefica.

Vengo al dunque.

Il terzo dei miei figli, quello di mezzo, l’ago della bilancia, è sempre stato il più taciturno e introverso. Fin da piccolo ha affrontato l’inizio della giornata, di prima mattina, in autonoma e silenziosa operosità, godendo negli anni passati, del silenzio di una casa ancora addormentata e per diverso tempo dello splendore quieto dell’alba tindaritana.

Nel resto delle giornate poi ci è sempre cresciuto accanto con passi felpati, riuscendo anche nelle immancabili marachelle ad agire in silenzio, quasi inavvertitamente.

Non so bene se classificare tutto questo come pregio o difetto, e forse sarebbe anche inutile e inopportuno farlo, ma sta di fatto che il mio “Peppolino”, dagli occhi buoni e smarriti e dalle braccia sempre avvolgenti, ha nel riservo e nel suo essere schivo un marchio di originalità e distinzione.

In una casa affollata e chiassosa, porto di mare e approdo senza sosta di amici, figli acquisiti, alunni e parenti, questo sembra un paradosso, ma per lui non è mai stato così. Non ha mai negato un sorriso accogliente a nessuno, mai. Per poi, silenziosamente, dileguarsi.

Fin qui appunto, sta il legittimo sguardo di un genitore che pensa di conoscere il proprio figlio, oltre che di amarlo e, per quanto possibile, accudirlo nella sua crescita.

E proprio qui, invece, lui è diventato l’invasore. Perché nel mezzo del suo percorso puberale, nei suoi sedici anni da normale liceale di provincia, ho visto emergere una visione, un carattere, un’indole assolutamente originale, come un innesto – questa è l’immagine che ho usato in alcuni versi nascosti che gli ho dedicato – che fa nascere dal tronco che ben conosci qualcosa di assolutamente nuovo.

I figli non ci appartengono, essi sono, secondo l’efficace immagine di Gibran, le frecce scoccate dal nostro arco. Tutto vero. E perfettamente conosciuto e provato con gli altri suoi fratelli. Ma adesso è un’altra cosa.

La sua camera si è all’improvviso, o con tacita lentezza forse, riempita delle tinte sgargianti e intense dei suoi disegni, impastati di cera, tempera e vita, con immagini che sembrano tirate fuori da un prestigiatore che abbia unito Kandinsky con Picasso.

E urlano, queste immagini, un accorato corpo a corpo con la realtà, con la musica, con gli affetti, con sé stesso e con l’immagine che gli altri – me compreso – hanno di lui.

L’invasione è continuata, è trasbordata direi, nello scoprire che lui ed i suoi amici di sempre, quei carusi – così si chiamano tra loro – che da molti vengono additati come sciatti e immaturi perditempo, hanno ideato e realizzato una serie di rap, alcuni dei quali incisi tra la mansarda diventata il suo regno e le camere dei vari amici.

Ho sentito per la prima volta una delle sue canzoni a casa di un mio inseparabile amico, Ciccio Saporito, a cui Giuseppe aveva mandato in maniera sommessa la registrazione. E un’altra è da pochi giorni pubblicata su YouTube, con lo pseudonimo di basim.

Un pugno allo stomaco, davvero. Poesia e carattere dentro un ritmo – un beat, ho imparato che si dice così – che non riconosco, in genere non apprezzo.

Un’invasione, appunto. Per le orecchie, gli occhi, il cuore. Ma gradita, benefica, commovente. Perché la fame che compare più volte nel testo di queste canzoni, è sempre quella. Quella dei miei sedici anni, in giro tra Radio Patti International e le esperienze che mi venivano proposte, attorno ad un fuoco scout o a casa dei miei compagni di classe dispersi tra i Nebrodi e la costa tirrenica. Fame di vita, di amore, di gioia, di sensazioni forti e vere. Fame di senso e di autenticità, fame di schemi infranti e sguardi sinceri. È la stessa fame, sì, ma diversa, aliena, sconosciuta alle mie latitudini.

E questa vitale scossa invade la rilassatezza degli schemi, delle convinzioni, dei ritmi consueti. Ti costringe a guardare gli occhi di tuo figlio anche come quelli di un estraneo, senza la paura che questa estraneità sia lontananza e distacco.

Riprendo un testo che è fermo da decenni sugli scaffali della mia libreria e che all’improvviso mi è tornato alla mente. Si tratta del primo libro che ho letto di George Steiner, e si intitola Vere Presenze. Ricordo perfettamente che tra le altre cose affronta il tema dell’alterità, e infatti trovo, proprio nelle prime pagine, questa frase:

quando incontriamo l’altro nella sua condizione di libertà – è una scommessa sulla trascendenza .

Ecco il modo migliore di affrontare questi anni Venti che iniziano. Lasciarsi invadere dalla libertà del proprio figlio, dalla sua vitale fame, da quel suo “acerbo cuore caverna / che amo nella sproporzione e nel vanto”.

P.S.: Inutile dire che già immagino la faccia imbarazzata di mio figlio, quando leggerà queste righe. Come quando lo costringo a mettersi davanti all’obiettivo della mia macchina fotografica, e lui non vede l’ora di togliersi da lì. Vorrà dire che anche lui dovrà perdonare questa mia invasione. E di aver utilizzato un suo disegno.

Pubblicato in: scuola, varie

L’appuntamento

 

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Domattina ho un appuntamento.

Finalmente il giorno è arrivato, andrò a conoscere per la prima volta la mia nuova scuola, quella in cui, dal primo settembre, sarò Dirigente Scolastico.

Sì, lo ammetto, sono emozionato. come la sera prima di un appuntamento amoroso.

Le piacerò, mi piacerà, saprò trovare le parole giuste, avrò la pazienza e l’ardire, in quantità equilibrata, per poterla conquistare? Per il primo incontro cosa mi metto? mi devo vestire casual, elegante, sportivo?

Sembrerà ridicolo tutto questo, ma è esattamente la sensazione che provo.

Certo, l’ho già vista in foto. Ho sbirciato su Facebook, sulla rete, in cerca di informazioni e di immagini. Ed il giorno in cui dovevo esprimere le preferenze ho persino preso la macchina e, da solo, in una assolata mattinata di metà agosto, sono arrivato fin davanti al suo cancello, per vedere com’era, vista da fuori. Ma domani, domani sarà un’altra cosa.

Da domani io apparterrò a lei e lei apparterrà a me.

E’ bello il verbo appartenere. Ha un sapore pieno e impegnativo, letteralmente “ti mette a parte” di qualcosa o qualcuno verso cui indica una chiara pertinenza che non è però un possesso.

Se io appartengo a una famiglia, per esempio, significa che ne faccio parte, ad essa mi riferisco quando voglio dire, agli altri ed a me stesso, chi sono. Così è per una donna, o per i figli.

Per questo i vecchietti, nei piccoli paesi siciliani, per identificare un ragazzo che vedono giocare in piazzetta o girare per i vicoli con gli amici, prima o poi lo fermeranno per chiedergli: “ma tu, a ccu apparteni?”

Ecco, da domani io apparterrò anche alla mia nuova scuola, ai suoi alunni, alle loro famiglie, ai suoi insegnanti, al personale che lì lavora.

Sarebbe stupido ed ingenuo ridurre però tutto all’emozione per ciò che è nuovo solo perchè, semplicemente, non si conosce.

C’è una canzone, a proposito, che da due giorni mi frulla in testa.

Si intitola “Costruire”, è di Nicolò Fabi, e sul principio dice proprio così:

«Ah si vivesse solo di inizi
Di eccitazioni da prima volta
Quando tutto ti sorprende e
Nulla ti appartiene ancora»

Eccola là, che sbuca, l’appartenenza di cui parlo. Ogni volta che negli anni passati entravo per la prima volta in una classe, dove non conoscevo gli alunni ma sapevo che sarebbero stati con me per i successivi tre anni di scuola media, rimarcavo sempre con forza questa profonda verità. Fino a ieri – dicevo loro – io non vi conoscevo, e voi non conoscevate me. ma da adesso non potrà più essere lo stesso, adesso in qualche modo noi ci apparteniamo.

E per spiegarlo meglio, di fronte a quelle facce imbrattate di sole estivo e di stupore, a volte leggevo la splendida pagina del “Piccolo Principe”, quando la volpe descrive questo percorso attraverso il verbo ‘addomesticare’.

Ma Fabi nella canzone va ancora avanti, e indica una strada molto chiara:

«Ma tra la partenza e il traguardo

In mezzo c’è tutto il resto

E tutto il resto è giorno dopo giorno

E giorno dopo giorno è

Silenziosamente costruire

E costruire è sapere

E potere rinunciare alla perfezione»

 

Ecco qual è la vera scommessa dell’appartenenza, che non consiste appena e solo nel cominciare, ma è soprattutto legata al costruire.

Pavese, nel lontano novembre del 1923 lo sapeva bene, tanto che nel suo diario rimarcava che “è bello vivere perché vivere è cominciare sempre, ad ogni istante”. Appunto, costruire.

In questi giorni ho ricevuto centinaia di messaggi, auguri e congratulazioni, attestati di stima e di affetto, da parte di amici, di colleghi di oggi e di ieri, di alunni incontrati negli anni, di tanti Dirigenti Scolastici che mi hanno accolto con sincera e benevola disponibilità. Tutta questa valanga di affetto e stima, ho provato a rispondere loro, mi rende enormemente grato ed emozionato, ma mi riempie anche di un grande senso di dismisura e inadeguatezza.

Per questo, aspettando trepidante l’appuntamento di domani mattina, mentre scelgo la camicia giusta, mi auguro questo: di riuscire a costruire, silenziosamente, qualcosa di buono, di vero, di giusto per e con coloro che mi verranno affidati.

Tanti auguri a me, ed a questa nuova grande avventura che inizia!

Pubblicato in: in classe..., poesia e dintorni, varie

Caro Eugenio

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Caro Eugenio, avevi torto!

gli scriverei così, ad Eugenio Montale, se lui potesse ricevere la mia lettera e avesse voglia di leggerla, nell’indeterminato tempo senza fine che lo custodisce.

Qualche giorno fa infatti, nel finire di un anno scolastico davvero strano e frastornato, avevo in programma di leggere un suo testo, scegliendo tra i pochi che il libro di Antologia ci offre, giusto per far assaporare a quel manipolo di simpatici scalmanati dei miei alunni di terza, il denso e pieno sapore della sua poesia.

La mattina però ci attende una terribile notizia, un ragazzo poco più grande di loro, già alunno della nostra scuola qualche anno fa, è stato trovato morto in un fatiscente capannone industriale abbandonato, impiccato.

Gli sguardi dei ragazzi sono, se possibile, ancora più sfuggenti. Quasi tutti lo conoscevano, almeno di vista. Molti di loro ricordano qualche passeggiata sul lungomare d’estate, qualche aneddoto, la compagnia che frequentava.

Sono passate poche ore dal ritrovamento ma quasi tutti hanno qualche particolare inquietante da sottolineare, compagnie sbagliate forse, qualcuno parla di bullismo. Lo sguardo di ognuno è sbigottito e incerto, e come spesso succede l’unica via sembra solo cambiare discorso e distogliere il pensiero da una tragedia così grande.

Io rimango incredulo e senza parole adeguate.

E arriva il momento di Montale.

Spesso il male di vivere ho incontrato…”

mi fermo, ho bisogno di rileggere, due o tre volte, questo primo verso.

Quale potente, enigmatico segreto possiede la poesia, per descrivere così intensamente la vita di ognuno, attraversare lo spazio e il tempo e dirci sempre qualcosa di vero, oggi?

Il male di vivere ognuno di noi, piccolo o grande che sia, lo incontra nella foglia accartocciata e riarsa della propria fragilità inespressa, nel rivo strozzato del nostro disagio che gorgoglia e non riesce a trovare spazio, tempo, persone, visi a cui confidarsi e in cui sciogliersi.

Di fronte a me, tra gli altri, due di loro già così piccoli hanno dovuto affrontare la dura prova della morte di un genitore. E poi tutti gli altri, nella loro colorata e sgargiante adolescenza, così spavaldamente fragile e incompiuta.

Come me, che li guardo e so che non posso abbassare gli occhi e andare avanti.

Ma chi non ha provato mai, in questa classe, almeno una volta, questo male di vivere? noi ci lamentiamo per il mal di denti, il mal di pancia, il mal di testa. E possiamo a volte anche incrociare il mal di vivere.

Magari Michael lo ha incontrato, in chissà quale sembianza, e non ha saputo tirarsi fuori, non ha trovato una mano, un braccio a cui aggrapparsi per uscirne, vivo.

Ma è nella seconda strofa della poesia, caro Eugenio, che non mi trovi d’accordo.

Il prodigio della “divina Indifferenza” è una beffa, una finzione letteraria, valida per i giorni in cui il male di vivere è un debole e fievole compagno. Perché quando urla e sbatte alle porte dell’esistenza, l’indifferenza ha poco di prodigioso, ed inesorabilmente lascia spazio alla disperazione.

Però ragazzi, in fondo è vero che ci vorrebbe un prodigio, un colpo di scena improvviso e inconcepibile, una mano potente che tiri via la corda dalla trave proprio mentre si pensa che sia l’unica, estrema soluzione.

Ognuno di noi ha bisogno di un simile prodigio, mentre affronta una lite con i genitori che sembrano non capirlo, o mentre fa i conti con gli amici che tradiscono la fiducia, o non ti cercano, o non ti ascoltano; ogni essere umano implora questo prodigio, più o meno coscientemente, mentre cerca lavoro, mette su famiglia, affronta prove, piange per ciò che non c’è più.

Perché la vita, a qualunque età, non è mai una passeggiata, e chi vi dice che i vostri quindici anni sono belli perché frivoli e spensierati, mette la testa da struzzo nella terra di un ricordo annebbiato e distorto.

Si può anche morire suicidandosi, a sedici anni, e nessuno potrà spiegare il perché.

Non ci resta che chiederla, l’eventualità buona di un prodigio, di un viso amico in cui specchiarsi, di un cuore caldo che ci scaldi e ci consoli, una presenza amica – questa sì, divina– che possa essere il vero antidoto al male di vivere che oggi ci fa così rabbrividire, nel silenzio di questa aula.

Pubblicato in: varie

Nozze d’oro

Mi trovo a Milano, per un convegno. Se alzo poco lo sguardo dalla finestra si vede un cielo azzurro, limpido e chiaro.

Chissá com’era il tempo, quel 15 febbraio di cinquant’anni fa. Pioveva? Faceva freddo?

Le foto le avremo riviste mille volte, da piccoli, sul divano di casa, con mio padre che raccontava i dettagli della giornata, indicava i vari parenti nella versione giovane e in bianco e nero, e chiedeva mille volte a mia madre, ricordi Roberta…

Un giorno, eravamo ancora piccoli, le abbiamo anche fatto rimettere il vestito da sposa a mia madre, per vedere come le stava. Il loro matrimonio era un evento fondamentale del nostro comune passato, una data costitutiva della nostra famiglia dal sapore mitologico.

Mio padre Aveva iniziato alcuni anni fa a parlare del loro cinquantesimo anniversario, immaginando una bella festa, nipoti, amici di ieri e di oggi, che sono il gusto di una vita vissuta bene, brindisi, canti, foto piene di sorrisi. Invece Oggi, che la data attesa è arrivata, festeggerà con noi, ma in una modalità misteriosamente diversa.

Io sono qui, a fare altro.

Guardo il cielo limpido. Non ci sono nuvole ad offuscarlo, c’è uno strano e inusuale tepore nell’aria, che rende questa giornata ancora più strana.

Se cinquant’anni fa quei due ragazzi che sorridono dalle foto in bianco e nero, mentre sembrano spiccare il volo, non si fossero incontrati per caso, o per destino direbbe il mio amico poeta, adesso non sarei qui a godere di questa bellezza, a sentire pungere nel cuore la mancanza di mio padre, e non ci sarebbero neanche i miei figli, non ci sarebbe stata la mia vita, ecco.

Certo lassù qualcuno poteva fare in modo di lasciare mio padre ancora per un poco, farlo arrivare a queste nozze d’oro. Ma sono sicuro che adesso sta sorridendo, come faceva tutte le volte che annuiva a qualcosa che gli veniva detto, e brinda con noi, con quella ragazza amata, fino al suo ultimo respiro, con i suoi figli e i suoi tanti nipoti.

Auguri papà, l’amore che ti ha legato a mamma, dopo cinquant’anni, si mostra adesso ancora più vincente, bello, determinante. Il vero successo della vostra vita.