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Maturità

È un giugno strano, quello che stiamo attraversando. Ventoso e incerto, climaticamente sospeso com’è sospeso il nostro percepirci fragili e sempre meno invincibili di fronte ad un virus che continua a giocare a nascondino.

Io mi ritrovo qui, Presidente della Commissione d’esame delle sezioni Sala e vendita dell’Istituto Alberghiero di Brolo, con mascherina chirurgica alla bocca e mani da igienizzare ad ogni ingresso o uscita dall’aula.

Di fronte a me e ai sei docenti interni sfilano, rigorosamente a turno, con la pausa per la sanificazione di banchi e sedie, più di una ventina tra ragazzi e ragazze.

Ognuno di loro ha una storia, personale e familiare, che io nemmeno conosco, ma che filtra, mentre raccontano del loro percorso scolastico, tra gli sguardi che cercano di capire se dietro la mascherina si nasconda approvazione o disinteresse, benevolenza o noia.

Mi parlano dei Malavolgia, collegando quel mondo di pescatori e di amara povertà al cibo umile e semplice ed alla nascita della dieta mediterranea. Poi descrivono un cocktail, rintracciando i modi e le forme con cui ingredienti apparentemente lontani si uniscono nel mixer in armonia. Descrivono L’acidità e la sapidità di un vitigno cresciuto alle pendici dell’Etna, le attenzioni da rivolgere al futuro vino in vigna e in cantina o le modalità con cui l’uomo ha preso dei grappoli d’uva e li ha trasformati, con sapienza vicina all’estro creativo di un dio, nella meraviglia dello champagne.  

Diventeranno maitre, barman o bartender, alcuni dovranno lasciare queste coste siciliane e cercare lavoro altrove, alcuni forse si lasceranno sopraffare dall’incertezza o dalle difficoltà e abbandoneranno questo percorso lavorativo così impegnativo e particolare. Ma appare certo che la scuola, con la maggior parte di loro, ha fatto centro.

Discutiamo tanto di competenze, di apertura all’innovazione, di superamento del paradigma trasmissivo di una scuola che, utilizzando un felice paragone di Camus, ingozza i suoi alunni come oche, ed eccola qui, una scuola che prova a superarlo davvero.

Senza entrare in spinose diatribe sulla presunta superiorità dei licei nel nostro sistema scolastico, è fuor di dubbio che una scuola come questa è molto facilitata nel puntare al collegamento possibile tra le aule scolastiche e la vita, ma mi è altrettanto evidente che non è questo il nocciolo della questione.

C’è una frase del grande latinista Concetto Marchesi, citata spesso da don Giussani, che si presta invece a descrivere cosa fa la differenza:

L’arte ha bisogno di uomini commossi, non di uomini riverenti.

E questo è vero per ogni arte, dalla letteratura alla cucina, dalla matematica all’enologia.

Chapeau quindi a questi docenti appassionati della loro disciplina, umanistica o scientifica o tecnico pratica che sia, che porgono i limoni di Montale all’attenzione di un alunno che, nel laboratorio di sala, saprà così trasformarli in limoncello, mettendoci dentro tutta la ricchezza e la grandezza delle capacità dell’uomo, che da elementi di natura crea capolavori di cultura. E che fanno tutto questo in un ambiente che discrimina troppo spesso le scuole professionali, considerandole adatte solo a chi non abbia voglia di studiare, trasferendo questa fuorviante convinzione spesso anche ai ragazzi che queste scuole le scelgono.

Ecco appunto. I ragazzi.

Come sono i maturandi di un professionale alberghiero al tempo del covid? Sono esattamente come me, trent’anni fa, nel giugno 1990, alunno della V A del Liceo Scientifico “E. Amari” di Patti.

Tutti allora, così almeno sembrava al diciottenne che ero, nelle “notti magiche” di quel giugno del novanta, alzavano insieme a me lo sguardo al cielo notturno. Leopardi, per far dialogare un piccolo pastore con la possente ed enigmatica presenza della luna; la Geografia astronomica, che mi raccontava della vita delle stelle, fatte della nostra stessa sostanza e dirette, come noi, verso un destino incerto e tutto da scoprire. E poi i miei compagni di classe, ognuno con un sogno più o meno definito, alcuni addirittura con le valigie già pronte per attraversare oceani. Persino Totò Schillaci, che nella corsa urlante dopo i goal delle notti magiche di un mondiale che credevamo nostro per diritto, alzava gli occhi agli spalti, al cielo, alla fortuna che lo baciava all’improvviso e lo portava lì, sulla vetta mondiale del calcio. Ed io, con una penna acerba in mano, che volevo scrivere ma non sapevo cosa, e rileggevo le poesie in “guida al Novecento” trovandoci all’improvviso pezzi di me.

Come R., occhi svegli e lingua sciolta, capelli raccolti in una folta coda nera, mani che si rincorrono a vicenda per trattenere l’ansia. Arriva trafelata al colloquio d’esame. Ha avuto un lutto poche settimane fa, mi dice poco dopo aver iniziato a parlare di Pascoli, e mentre si preparava all’esame ha scoperto che nelle poesie che la prof le aveva fatto leggere, e in altre che pian piano ha scovato tra le pagine lucide dell’antologia, c’era un modo di descrivere il suo dolore, quel groviglio indicibile che un evento così ti lascia dentro, che lei non avrebbe saputo come dire. Quelle poesie parlavano di lei più di quanto lei stessa potesse immaginare.

Perché la maturità è una grande emozione, ma è anche un momento in cui fai i conti, forse per la prima volta, con chi sei, con ciò che vuoi e con ciò che ti sta più a cuore.

Così sorrido, trattenendo la commozione perché non si è mai detto che il presidente si asciughi le lacrime agli esami, che diamine, e regalo a R. una poesia di Ungaretti, poeta che lei ha scoperto essere particolarmente bravo a dire della nostra estrema fragilità, scritta quando morì il suo piccolo figlio, di nove anni. Perché in fondo la poesia non ha che questo arduo compito, di far emergere le cose, mostrandocele in tutta la loro drammatica e potente realtà.

Provo a metterci un po’ del mio, con questi maturandi, malgrado il ruolo istituzionale a cui non mi sono ancora ben adattato, a dirla tutta. E mentre chiedo loro, sul finire del colloquio, che prospettive abbiano per il futuro, li invito come posso a fare tesoro delle cose viste e lette in questi anni, anche di quelle date per scontate o saltate per pigrizia, e soprattutto della passione, dell’impegno e dello sguardo attento dei loro insegnanti, perché sarà una vera dote per la loro vita futura.

Adesso sono davanti al cancello dell’Alberghiero di Brolo, gli esami sono appena finiti, i tabelloni compilati e gli esiti tra poche ore porteranno gioia o insoddisfazione nelle case di quei ragazzi. Mi fermo, un po’ sudato. L’aria si è improvvisamente riscaldata ed il vento sembra essersi calmato.  

Mentre mi asciugo la fronte sollevo un attimo lo sguardo e penso che in fondo ancora adesso, a distanza di trent’anni, quegli occhi rivolti al cielo e, insieme, attenti a chi ci ritroviamo intorno, rimangono la posizione più ragionevole e vera per andare incontro alla maturità, da studente o da insegnante o, perché no, da presidente di commissione.

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Una lunga maratona

Una lunga maratona. Mesi e mesi di idee e progetti, Settimane di preparativi, locandine, organizzazione, allenamento di insegnanti ed alunni. Perchè il 14 marzo a livello globale si festeggia il Pi greco day, e la mia scuola da anni organizza in tale occasione un evento di tutto rispetto. Poi il mondo che all’improvviso capitombola a testa in giù, ogni abitudine e ipotesi sospese, la prospettiva di dover annullare tutto.

Ma le grandi passioni non le ferma nessuno, neanche un virus subdolo e letale. Così si inventano nuove forme, ed in quattro e quattr’otto si mette su una giornata “virtuale”, utilizzando i tanto odiati e bistrattati social network. Sì, quegli infernali ambienti dove, a detta di molti, albergano solo rischi inenarrabili e cyberbullismo a go-go, dove regna l’ignoranza e l’approssimazione. Facebook e You Tube, il regno del cybermaligno insomma, che diventano la piazza dove poter festeggiare insieme il pi greco day.

Si parte al mattino, alle 9, per finire, esausti e sorridenti alle quattro del pomeriggio. Come dire: sette ore di condivisione online, sul canovaccio, approntato in pochi giorni, di un ipotetico palinsesto televisivo rivisitato alla luce del “matematics is everywhere”, lo slogan della giornata mondiale della matematica.

Le pubblicazioni si susseguono a ritmo regolare, da You Tube rimbalzano sulla pagina Facebook, e poi su una pagina web della scuola per chi proprio odiasse zuckemberg e compagnia bella. Docenti e genitori che a gara condividono i vari post sulle proprie bacheche, persino il preside che prova a surfare tra le mille facce sorridenti che occhieggiano nei video, tra “striscia la lezione“ e “matechef”, da “Mathattack” a “le falde del terzo”, passando per “pifactor”. Un ipotetico canale del terzo piday 2020, in mano a docenti ed alunni, per un giorno impegnati insieme a far vedere quanto possa essere bello studiare.

Possibile? ma che andate dicendo?

studiare può essere ‘utile’ per il futuro, ‘necessario’ per la propria cultura, ‘importante’ per la crescita personale, ma bello… bello mi sembra un’esagerazione…

Cosa è in grado di spingere un manipolo di insegnanti, nel bel mezzo di una pandemia, con il mondo che non parla d’altro che di contagi, mascherine e divieti, con la scuola chiusa da dieci giorni e la prospettiva di non ritornare tanto presto nelle aule, a spendersi in questo modo, per una cosa del genere? e più di un centinaio di studenti a seguirli, a distanza, mettendosi in gioco mentre la scuola è chiusa?

Si chiama resilienza. È quella capacità di resistere, contro ogni plausibile aspettativa, alle avverse condizioni che vorrebbero farti abbandonare.

E poi, di più, Si chiama passione. È il vero motore di ogni umano movimento e decisione, figlio di “quell’amor che move il cielo e l’altre stelle” che Dante caparbiamente mette al centro di ogni cosa, unica vera differenza tra l’uomo, nella sua fragile condizione di essere aggredibile e soggiogabile contro ogni aspettativa, ed il resto dell’universo, le stelle, le galassie, le montagne innevate, le onde tumultuose dei mari, e persino le mille intelligenze artificiali che gareggiano a raggiungere e superare l’intelletto umano.

Perché il cuore dell’uomo pulsa per un inestinguibile desiderio di bene, di vero, di bello; e li cerca, bramosamente, dentro ogni cosa, nelle circostanze più ambigue e dure, nella più nera delle situazioni.

Come ne “la strada”, il romanzo di Corman Mc Carthy così attuale e profetico di questi tempi, dove un padre accompagna un bambino attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere in direzione dell’oceano, e ad un certo punto dice:

“Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c’è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un’origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te.”

 Noi educatori, insegnanti, genitori abbiamo un compito, magnifico e prezioso, arduo e indifferibile: giocarci tutto, nel rapporto con i bambini ed i ragazzi che accompagniamo tra le rovine di questo mondo che sembra davvero volersi ridurre in cenere, con la certezza di una strada da percorrere, con l’imperativo di tenere accesa la fiamma della passione per le cose, per la realtà, per il mistero immenso ed incommensurabile celato in essa. Senza risposte preconfezionate, o ricette, o istruzioni per l’uso valide sempre e comunque. perché la sfida è di quelle toste, e nessun teorema filosofico, morale, culturale, economico o sociale può ritenersi perfettamente giusto, a prescindere.

E poi perché, come mi ha ricordato un’amica, sempre sulle pagine di facebook poche ore fa, “magari scopriamo che anche noi abbiamo bisogno dei loro volti e delle loro voci”, per riscoprirci più umani, più fragili, più bisognosi e quindi più veri.

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Di Coronavirus, di saluti e di palette colorate

Tempi duri, quelli del coronavirus. Tempi di sbigottimento, di frastornati ritiri dalle comuni attività, di paure da letteratura distopica di inizio millennio, di misure precauzionali che tentano con coraggiosa determinazione di arginare questo nuovo, insidioso nemico chiamato ‘contagio’.

Come a mare, con i miei figli, quando le onde si ingrossavano per il vento e fare il bagno era pericoloso, e allora prendevamo un paio di palette colorate e creavamo castelli di sabbia, poco sopra la battigia, con ampi fossati e muri di sabbia bagnata e pietre a proteggerli. Quando il lavoro sembrava essere a buon punto un’onda, una di quelle più grosse, spazzava via in un secondo tutte le nostre fatiche e ci lasciava lì, palette alla mano, ammutoliti e disfatti.

Ogni giorno leggo, su questa nuova epidemia, di tutto. Interventi di esperti, commenti di filosofi e pedagogisti, ministri che provano a fare sul serio e dettano, un po’ anche loro con la paletta colorata in mano, decaloghi e norme di buon senso.

Sembra proprio che siano tornati i tempi neri della peste, o forse che siano arrivati quelli terribili dell’apocalisse.

Il contagio, nell’epoca della globalizzazione totale, è diventato il peggior nemico che l’umanità possa trovarsi di fronte, ancor più subdolo e potente delle guerre, della povertà, dell’odio.

Grandi autori, come Camus e Manzoni per citarne solo due, ci hanno insegnato che in ogni tempo, anche in quelli senza la rete onlife e l’iperconnessione del mondo, la peste e l’apocalisse sono state le grandi, terrificanti metafore del male e di ciò che maggiormente può impaurire e immobilizzare l’uomo nel panico dello sconforto.

Oggi come in ogni tempo, con questo nemico ogni categoria, ogni popolo, ogni cultura fa i conti, per come può e sa. E nel generale e globale clima di paura, tutti i luoghi comuni, gli stereotipi e i pregiudizi vengono a galla con limpida e disarmante evidenza.

Gli italiani trattano da untori i cinesi, per poi vedersi restituito dal resto del mondo lo stesso trattamento. Chi vive nelle regioni del Sud Italia quasi gode che il contagio sia partito dalle ricche e spocchiose regioni padane, quasi a prendersi una rivincita dalla secolare subalternità economica e sociale.

I media, quasi a voler tranquillizzare la parte produttiva della società, ripetono che la percentuale di mortalità è bassa, e soprattutto che i soggetti più colpiti sono gli anziani e chi ha già una patologia in corso.

Il COVID-19 è pure stronzo.  Si accanisce con i deboli, con chi è già debilitato da un percorso oncologico o da malattie che hanno indebolito le proprie difese immunitarie. Chi tra di noi ha più di 65 anni, o è immunodepresso, quasi si sente in colpa, nei confronti della comunità, di costituire la parte fragile di questo organismo, di contagiarsi e contagiare solo andando al funerale di un caro amico improvvisamente scomparso.

È tempo di congelare le emozioni, le forme semplici ed essenziali di affetto e stima, come un abbraccio nel ritrovarsi o anche una stretta di mano nel salutarsi. Di lasciare a casa i bambini, la parte più preziosa e viva della nostra umanità, come segnale forte di allarme e di spinta comune alla prevenzione.

Ma l’uomo non è fatto per la paura. Sarebbe rimasto altrimenti nelle caverne, a proteggersi dagli animali selvatici e dalle intemperie, invece di uscire per costruire archi e frecce, carri e leve poderose per innalzare edifici, materiali resistenti non presenti in natura, motori e veicoli velocissimi, medicine formidabili contro le malattie, pensieri, poesie, musica e arte per custodire e preservare la preziosa unicità della propria anima.

Così i medici che in Iran, sprovvisti delle necessarie misure sanitarie per combattere il virus, ballano nei corridoi degli ospedali, con i camici e le mascherine addosso, per esorcizzare la paura e la morte, ci fanno sorridere e riflettere, spazzando via ogni pregiudizio culturale e facendo emergere una sola, grande unica umanità che lotta.

Un po’, con le dovute proporzioni, come gli insegnanti della mia scuola, e di tantissime altre, che il giorno dopo la sospensione delle lezioni si sono presentati spontaneamente nelle aule, vuote e spoglie dal frastuono quotidiano, e hanno accesso pc, inventato o adottato forme diverse, rivalutato i gruppi whatsapp delle mamme, che a volte possono diventare un primo, approssimativo ma efficace strumento di didattica a distanza.

Li guardavo, mentre a piccoli gruppi, mantenendo le distanze tra loro, accendevano le LIM nelle classi e si connettevano con i loro alunni che, a casa, nelle loro camerette, si vedevano spuntare, tra l’imbarazzo e la gioia, il viso festoso della prof nello schermo del proprio tablet.

Alla faccia degli stereotipi sulla categoria degli insegnanti, pronti a trasformare ogni occasione di sospensione della scuola in un periodo aggiuntivo di ferie, e di quelli sui ragazzi, dipinti spesso come indolenti e refrattari ad un rapporto con il mondo degli adulti.

Poi qualcuno potrà utilizzare questa occasione per rivalutare il digitale come risorsa utile al proprio compito di insegnante e non solo come enorme mostro cyberbullizzante, o anche raddrizzare il tiro e riflettere che ‘Didattica a distanza’ è cosa diversa da assegnare sfilze di compiti ed esercizi sulla chat di whatsapp della classe, e così facendo magari avrà anche l’occasione di riflettere sulla inutilità, anche nello svolgimento regolare in classe del proprio lavoro, della assegnazione pletorica di esercizi e compiti per casa senza una consapevolezza del proprio insostituibile ruolo didattico, di indicare una strada su cui poi si cammina insieme, in un’aula come su una piattaforma a distanza.

Perché i momenti di difficoltà e di apparente disfatta sono proprio quelli che, con la dovuta audacia e determinazione, possono trasformarsi in grandi opportunità.

In ogni classe in cui ho insegnato affrontando con i miei alunni il XXVI canto dell’Inferno dicevo loro che le parole messe in bocca ad Ulisse da Dante avremmo dovuto scriverle a caratteri cubitali sulle pareti di ogni classe, trasformandole nel vero motto di ogni ambiente educativo.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti

ma per seguir virtute e canoscenza.

Perché tutti abbiamo paura, inutile nasconderlo. Ma il nostro cuore non è fatto per soccombere ad essa, e cerca nello sguardo di chi gli sta di fronte, una forma di riscossa, chiamiamola speranza se vogliamo essere schietti, a cui legarsi per inventare nuovi percorsi.

Salutiamoci con la punta dei gomiti, o con i piedi, o chinando il capo imitando le antiche e solenni forme orientali, ma non perdiamo il gusto ed il piacere di ‘salutarci’, cioè di offrici ed augurarci ‘salute’, ‘salvezza’ dal contagio e dalle subdole paure che aggrediscono ma non vincono il nostro cuore.

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Una mattina mi son svegliato

Capita, se ci pensiamo bene piuttosto spesso. Una mattina ci svegliamo e anche noi, improvvisamente, troviamo l’invasor.

Non mi riferisco, a scanso di equivoci, ad apocalittiche visioni di alieni zampettanti nelle nostre città, e nemmeno alla questione dei migranti o a distopie fantapolitiche da decennio che inizia.

Dalle comode posizioni che abitiamo, dentro le convinzioni e le convenzioni, i riti personali e tribali, il procedere inesorabile ed apparentemente eterno del tempo, delle stagioni e delle generazioni, ci abituiamo ad incasellare e, diciamolo pure, a definire spesso il carattere, i gesti e i modi delle persone che ci vivono accanto. Così può capitare, com’è successo a me, che un padre una mattina si svegli, appunto, e trovi nel proprio figlio un vero e proprio invasore.

A volte questa scoperta ha risvolti drammatici e violenti, nelle tragiche situazioni in cui la ribellione o l’assenza di comunicazione – o spesso entrambe – portino uno dei due soggetti, il padre o il figlio, a rompere il legame, quel vincolo di sangue e patrimonio genetico che sta alla base delle più importanti costruzioni sociali, artistiche, letterarie e culturali della nostra civiltà umana.

Ma a volte questa scoperta, questa manifesta invasione appunto, è apprezzata e accolta come salutare e benefica.

Vengo al dunque.

Il terzo dei miei figli, quello di mezzo, l’ago della bilancia, è sempre stato il più taciturno e introverso. Fin da piccolo ha affrontato l’inizio della giornata, di prima mattina, in autonoma e silenziosa operosità, godendo negli anni passati, del silenzio di una casa ancora addormentata e per diverso tempo dello splendore quieto dell’alba tindaritana.

Nel resto delle giornate poi ci è sempre cresciuto accanto con passi felpati, riuscendo anche nelle immancabili marachelle ad agire in silenzio, quasi inavvertitamente.

Non so bene se classificare tutto questo come pregio o difetto, e forse sarebbe anche inutile e inopportuno farlo, ma sta di fatto che il mio “Peppolino”, dagli occhi buoni e smarriti e dalle braccia sempre avvolgenti, ha nel riservo e nel suo essere schivo un marchio di originalità e distinzione.

In una casa affollata e chiassosa, porto di mare e approdo senza sosta di amici, figli acquisiti, alunni e parenti, questo sembra un paradosso, ma per lui non è mai stato così. Non ha mai negato un sorriso accogliente a nessuno, mai. Per poi, silenziosamente, dileguarsi.

Fin qui appunto, sta il legittimo sguardo di un genitore che pensa di conoscere il proprio figlio, oltre che di amarlo e, per quanto possibile, accudirlo nella sua crescita.

E proprio qui, invece, lui è diventato l’invasore. Perché nel mezzo del suo percorso puberale, nei suoi sedici anni da normale liceale di provincia, ho visto emergere una visione, un carattere, un’indole assolutamente originale, come un innesto – questa è l’immagine che ho usato in alcuni versi nascosti che gli ho dedicato – che fa nascere dal tronco che ben conosci qualcosa di assolutamente nuovo.

I figli non ci appartengono, essi sono, secondo l’efficace immagine di Gibran, le frecce scoccate dal nostro arco. Tutto vero. E perfettamente conosciuto e provato con gli altri suoi fratelli. Ma adesso è un’altra cosa.

La sua camera si è all’improvviso, o con tacita lentezza forse, riempita delle tinte sgargianti e intense dei suoi disegni, impastati di cera, tempera e vita, con immagini che sembrano tirate fuori da un prestigiatore che abbia unito Kandinsky con Picasso.

E urlano, queste immagini, un accorato corpo a corpo con la realtà, con la musica, con gli affetti, con sé stesso e con l’immagine che gli altri – me compreso – hanno di lui.

L’invasione è continuata, è trasbordata direi, nello scoprire che lui ed i suoi amici di sempre, quei carusi – così si chiamano tra loro – che da molti vengono additati come sciatti e immaturi perditempo, hanno ideato e realizzato una serie di rap, alcuni dei quali incisi tra la mansarda diventata il suo regno e le camere dei vari amici.

Ho sentito per la prima volta una delle sue canzoni a casa di un mio inseparabile amico, Ciccio Saporito, a cui Giuseppe aveva mandato in maniera sommessa la registrazione. E un’altra è da pochi giorni pubblicata su YouTube, con lo pseudonimo di basim.

Un pugno allo stomaco, davvero. Poesia e carattere dentro un ritmo – un beat, ho imparato che si dice così – che non riconosco, in genere non apprezzo.

Un’invasione, appunto. Per le orecchie, gli occhi, il cuore. Ma gradita, benefica, commovente. Perché la fame che compare più volte nel testo di queste canzoni, è sempre quella. Quella dei miei sedici anni, in giro tra Radio Patti International e le esperienze che mi venivano proposte, attorno ad un fuoco scout o a casa dei miei compagni di classe dispersi tra i Nebrodi e la costa tirrenica. Fame di vita, di amore, di gioia, di sensazioni forti e vere. Fame di senso e di autenticità, fame di schemi infranti e sguardi sinceri. È la stessa fame, sì, ma diversa, aliena, sconosciuta alle mie latitudini.

E questa vitale scossa invade la rilassatezza degli schemi, delle convinzioni, dei ritmi consueti. Ti costringe a guardare gli occhi di tuo figlio anche come quelli di un estraneo, senza la paura che questa estraneità sia lontananza e distacco.

Riprendo un testo che è fermo da decenni sugli scaffali della mia libreria e che all’improvviso mi è tornato alla mente. Si tratta del primo libro che ho letto di George Steiner, e si intitola Vere Presenze. Ricordo perfettamente che tra le altre cose affronta il tema dell’alterità, e infatti trovo, proprio nelle prime pagine, questa frase:

quando incontriamo l’altro nella sua condizione di libertà – è una scommessa sulla trascendenza .

Ecco il modo migliore di affrontare questi anni Venti che iniziano. Lasciarsi invadere dalla libertà del proprio figlio, dalla sua vitale fame, da quel suo “acerbo cuore caverna / che amo nella sproporzione e nel vanto”.

P.S.: Inutile dire che già immagino la faccia imbarazzata di mio figlio, quando leggerà queste righe. Come quando lo costringo a mettersi davanti all’obiettivo della mia macchina fotografica, e lui non vede l’ora di togliersi da lì. Vorrà dire che anche lui dovrà perdonare questa mia invasione. E di aver utilizzato un suo disegno.

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L’appuntamento

 

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Domattina ho un appuntamento.

Finalmente il giorno è arrivato, andrò a conoscere per la prima volta la mia nuova scuola, quella in cui, dal primo settembre, sarò Dirigente Scolastico.

Sì, lo ammetto, sono emozionato. come la sera prima di un appuntamento amoroso.

Le piacerò, mi piacerà, saprò trovare le parole giuste, avrò la pazienza e l’ardire, in quantità equilibrata, per poterla conquistare? Per il primo incontro cosa mi metto? mi devo vestire casual, elegante, sportivo?

Sembrerà ridicolo tutto questo, ma è esattamente la sensazione che provo.

Certo, l’ho già vista in foto. Ho sbirciato su Facebook, sulla rete, in cerca di informazioni e di immagini. Ed il giorno in cui dovevo esprimere le preferenze ho persino preso la macchina e, da solo, in una assolata mattinata di metà agosto, sono arrivato fin davanti al suo cancello, per vedere com’era, vista da fuori. Ma domani, domani sarà un’altra cosa.

Da domani io apparterrò a lei e lei apparterrà a me.

E’ bello il verbo appartenere. Ha un sapore pieno e impegnativo, letteralmente “ti mette a parte” di qualcosa o qualcuno verso cui indica una chiara pertinenza che non è però un possesso.

Se io appartengo a una famiglia, per esempio, significa che ne faccio parte, ad essa mi riferisco quando voglio dire, agli altri ed a me stesso, chi sono. Così è per una donna, o per i figli.

Per questo i vecchietti, nei piccoli paesi siciliani, per identificare un ragazzo che vedono giocare in piazzetta o girare per i vicoli con gli amici, prima o poi lo fermeranno per chiedergli: “ma tu, a ccu apparteni?”

Ecco, da domani io apparterrò anche alla mia nuova scuola, ai suoi alunni, alle loro famiglie, ai suoi insegnanti, al personale che lì lavora.

Sarebbe stupido ed ingenuo ridurre però tutto all’emozione per ciò che è nuovo solo perchè, semplicemente, non si conosce.

C’è una canzone, a proposito, che da due giorni mi frulla in testa.

Si intitola “Costruire”, è di Nicolò Fabi, e sul principio dice proprio così:

«Ah si vivesse solo di inizi
Di eccitazioni da prima volta
Quando tutto ti sorprende e
Nulla ti appartiene ancora»

Eccola là, che sbuca, l’appartenenza di cui parlo. Ogni volta che negli anni passati entravo per la prima volta in una classe, dove non conoscevo gli alunni ma sapevo che sarebbero stati con me per i successivi tre anni di scuola media, rimarcavo sempre con forza questa profonda verità. Fino a ieri – dicevo loro – io non vi conoscevo, e voi non conoscevate me. ma da adesso non potrà più essere lo stesso, adesso in qualche modo noi ci apparteniamo.

E per spiegarlo meglio, di fronte a quelle facce imbrattate di sole estivo e di stupore, a volte leggevo la splendida pagina del “Piccolo Principe”, quando la volpe descrive questo percorso attraverso il verbo ‘addomesticare’.

Ma Fabi nella canzone va ancora avanti, e indica una strada molto chiara:

«Ma tra la partenza e il traguardo

In mezzo c’è tutto il resto

E tutto il resto è giorno dopo giorno

E giorno dopo giorno è

Silenziosamente costruire

E costruire è sapere

E potere rinunciare alla perfezione»

 

Ecco qual è la vera scommessa dell’appartenenza, che non consiste appena e solo nel cominciare, ma è soprattutto legata al costruire.

Pavese, nel lontano novembre del 1923 lo sapeva bene, tanto che nel suo diario rimarcava che “è bello vivere perché vivere è cominciare sempre, ad ogni istante”. Appunto, costruire.

In questi giorni ho ricevuto centinaia di messaggi, auguri e congratulazioni, attestati di stima e di affetto, da parte di amici, di colleghi di oggi e di ieri, di alunni incontrati negli anni, di tanti Dirigenti Scolastici che mi hanno accolto con sincera e benevola disponibilità. Tutta questa valanga di affetto e stima, ho provato a rispondere loro, mi rende enormemente grato ed emozionato, ma mi riempie anche di un grande senso di dismisura e inadeguatezza.

Per questo, aspettando trepidante l’appuntamento di domani mattina, mentre scelgo la camicia giusta, mi auguro questo: di riuscire a costruire, silenziosamente, qualcosa di buono, di vero, di giusto per e con coloro che mi verranno affidati.

Tanti auguri a me, ed a questa nuova grande avventura che inizia!

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Caro Eugenio

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Caro Eugenio, avevi torto!

gli scriverei così, ad Eugenio Montale, se lui potesse ricevere la mia lettera e avesse voglia di leggerla, nell’indeterminato tempo senza fine che lo custodisce.

Qualche giorno fa infatti, nel finire di un anno scolastico davvero strano e frastornato, avevo in programma di leggere un suo testo, scegliendo tra i pochi che il libro di Antologia ci offre, giusto per far assaporare a quel manipolo di simpatici scalmanati dei miei alunni di terza, il denso e pieno sapore della sua poesia.

La mattina però ci attende una terribile notizia, un ragazzo poco più grande di loro, già alunno della nostra scuola qualche anno fa, è stato trovato morto in un fatiscente capannone industriale abbandonato, impiccato.

Gli sguardi dei ragazzi sono, se possibile, ancora più sfuggenti. Quasi tutti lo conoscevano, almeno di vista. Molti di loro ricordano qualche passeggiata sul lungomare d’estate, qualche aneddoto, la compagnia che frequentava.

Sono passate poche ore dal ritrovamento ma quasi tutti hanno qualche particolare inquietante da sottolineare, compagnie sbagliate forse, qualcuno parla di bullismo. Lo sguardo di ognuno è sbigottito e incerto, e come spesso succede l’unica via sembra solo cambiare discorso e distogliere il pensiero da una tragedia così grande.

Io rimango incredulo e senza parole adeguate.

E arriva il momento di Montale.

Spesso il male di vivere ho incontrato…”

mi fermo, ho bisogno di rileggere, due o tre volte, questo primo verso.

Quale potente, enigmatico segreto possiede la poesia, per descrivere così intensamente la vita di ognuno, attraversare lo spazio e il tempo e dirci sempre qualcosa di vero, oggi?

Il male di vivere ognuno di noi, piccolo o grande che sia, lo incontra nella foglia accartocciata e riarsa della propria fragilità inespressa, nel rivo strozzato del nostro disagio che gorgoglia e non riesce a trovare spazio, tempo, persone, visi a cui confidarsi e in cui sciogliersi.

Di fronte a me, tra gli altri, due di loro già così piccoli hanno dovuto affrontare la dura prova della morte di un genitore. E poi tutti gli altri, nella loro colorata e sgargiante adolescenza, così spavaldamente fragile e incompiuta.

Come me, che li guardo e so che non posso abbassare gli occhi e andare avanti.

Ma chi non ha provato mai, in questa classe, almeno una volta, questo male di vivere? noi ci lamentiamo per il mal di denti, il mal di pancia, il mal di testa. E possiamo a volte anche incrociare il mal di vivere.

Magari Michael lo ha incontrato, in chissà quale sembianza, e non ha saputo tirarsi fuori, non ha trovato una mano, un braccio a cui aggrapparsi per uscirne, vivo.

Ma è nella seconda strofa della poesia, caro Eugenio, che non mi trovi d’accordo.

Il prodigio della “divina Indifferenza” è una beffa, una finzione letteraria, valida per i giorni in cui il male di vivere è un debole e fievole compagno. Perché quando urla e sbatte alle porte dell’esistenza, l’indifferenza ha poco di prodigioso, ed inesorabilmente lascia spazio alla disperazione.

Però ragazzi, in fondo è vero che ci vorrebbe un prodigio, un colpo di scena improvviso e inconcepibile, una mano potente che tiri via la corda dalla trave proprio mentre si pensa che sia l’unica, estrema soluzione.

Ognuno di noi ha bisogno di un simile prodigio, mentre affronta una lite con i genitori che sembrano non capirlo, o mentre fa i conti con gli amici che tradiscono la fiducia, o non ti cercano, o non ti ascoltano; ogni essere umano implora questo prodigio, più o meno coscientemente, mentre cerca lavoro, mette su famiglia, affronta prove, piange per ciò che non c’è più.

Perché la vita, a qualunque età, non è mai una passeggiata, e chi vi dice che i vostri quindici anni sono belli perché frivoli e spensierati, mette la testa da struzzo nella terra di un ricordo annebbiato e distorto.

Si può anche morire suicidandosi, a sedici anni, e nessuno potrà spiegare il perché.

Non ci resta che chiederla, l’eventualità buona di un prodigio, di un viso amico in cui specchiarsi, di un cuore caldo che ci scaldi e ci consoli, una presenza amica – questa sì, divina– che possa essere il vero antidoto al male di vivere che oggi ci fa così rabbrividire, nel silenzio di questa aula.

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Nozze d’oro

Mi trovo a Milano, per un convegno. Se alzo poco lo sguardo dalla finestra si vede un cielo azzurro, limpido e chiaro.

Chissá com’era il tempo, quel 15 febbraio di cinquant’anni fa. Pioveva? Faceva freddo?

Le foto le avremo riviste mille volte, da piccoli, sul divano di casa, con mio padre che raccontava i dettagli della giornata, indicava i vari parenti nella versione giovane e in bianco e nero, e chiedeva mille volte a mia madre, ricordi Roberta…

Un giorno, eravamo ancora piccoli, le abbiamo anche fatto rimettere il vestito da sposa a mia madre, per vedere come le stava. Il loro matrimonio era un evento fondamentale del nostro comune passato, una data costitutiva della nostra famiglia dal sapore mitologico.

Mio padre Aveva iniziato alcuni anni fa a parlare del loro cinquantesimo anniversario, immaginando una bella festa, nipoti, amici di ieri e di oggi, che sono il gusto di una vita vissuta bene, brindisi, canti, foto piene di sorrisi. Invece Oggi, che la data attesa è arrivata, festeggerà con noi, ma in una modalità misteriosamente diversa.

Io sono qui, a fare altro.

Guardo il cielo limpido. Non ci sono nuvole ad offuscarlo, c’è uno strano e inusuale tepore nell’aria, che rende questa giornata ancora più strana.

Se cinquant’anni fa quei due ragazzi che sorridono dalle foto in bianco e nero, mentre sembrano spiccare il volo, non si fossero incontrati per caso, o per destino direbbe il mio amico poeta, adesso non sarei qui a godere di questa bellezza, a sentire pungere nel cuore la mancanza di mio padre, e non ci sarebbero neanche i miei figli, non ci sarebbe stata la mia vita, ecco.

Certo lassù qualcuno poteva fare in modo di lasciare mio padre ancora per un poco, farlo arrivare a queste nozze d’oro. Ma sono sicuro che adesso sta sorridendo, come faceva tutte le volte che annuiva a qualcosa che gli veniva detto, e brinda con noi, con quella ragazza amata, fino al suo ultimo respiro, con i suoi figli e i suoi tanti nipoti.

Auguri papà, l’amore che ti ha legato a mamma, dopo cinquant’anni, si mostra adesso ancora più vincente, bello, determinante. Il vero successo della vostra vita.

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Per il nuovo anno che inizia

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Ancora poche ore e il nuovo anno farà capolino in mezzo a noi, tra brindisi e sorrisi, sterminate liste di auguri su Whatsapp, facendo a gara per varcare il traguardo del primo secondo del nuovo anno con video auguri, coriandoli che esplodono da scatole festose, la sagoma dell’anno ormai passato che scompare per dare spazio allo sfavillìo di quello nuovo di zecca.

Siamo tutti un po’ ingenuamente ridicoli, a capodanno. Festeggiamo, brindiamo, osanniamo questo nuovo anno che arriva, gettando alle spalle ciò che è stato e che, nel bene e nel male, ha fatto parte di noi.

Ma guardiamoci un po’.

Siamo abbattuti, deboli, malconci. Qualcuno di noi lotta, più o meno silenziosamente, con la malattia, con la sofferenza ed il timore della morte; qualcun altro sente forte il nodo della insoddisfazione, della disfatta, dell’amarezza, delle tante incompiutezze con cui la nostra vita inevitabilmente preme talvolta fino a soffocare.

I conti, nelle tasche, nelle menti e nei cuori, spesso non tornano, ci sentiamo delusi e ingannati, e il massimo che ci viene offerto, da un mondo vago e irrequieto come il nostro, è la convinzione che basti solo accontentarsi, e tirare avanti.

C’è una breve annotazione, nel diario di Cesare Pavese, oggi più che mai fondamentale, che ci costringe a fare i conti con una evidenza irrinunciabile.

“Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?”

Perché vale la pena festeggiare il nuovo anno che arriva? Chi e cosa ci è stato promesso per cui valga la pena attendere questa mezzanotte del 31 dicembre, con il calice in mano, i bimbi che aspettano il momento per lanciare in aria scie di luce tra fischi assordanti, qualcuno che si bacia, qualcuno che fa volare un po’ più in là il pensiero, qualcuno che non sa bene neanche cosa dovrà chiedere all’anno che inizia?

Eppure il nostro cuore è fatto così, non si stanca mai di riattivare quel motore potente ed inesauribile che si chiama “Desiderio”.

Diversi anni fa ho imparato, dalla eccezionale ed unica lezione di don Giussani, che la parola “desiderio” è un vocabolo meraviglioso che viene dal latino de-sidera ed ha a che fare, nella sua etimologia, con le stelle.

Come ci ricorda la stupenda poesia di Vladimir Majakovskij che spesso amo leggere ai miei alunni

“Ascoltate!

Se accendono le stelle,

vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?

Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano?

Vuol dire che qualcuno chiama perle questi piccoli sputi?

E tutto trafelato,

fra le burrasche di polvere meridiana,

si precipita verso Dio,

teme d’essere in ritardo,

piange,

gli bacia la mano nodosa,

supplica

che ci sia assolutamente una stella,

giura

che non può sopportare questa tortura senza stelle!

E poi

cammina inquieto,

fingendosi calmo.

Dice ad un altro:

“Ora va meglio, è vero?

Non hai più paura?

Si?!”.

Ascoltate!

Se accendono le stelle,

vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?

Vuol dire che è indispensabile

che ogni sera

al di sopra dei tetti

risplenda almeno una stella?”

 

Anche e soprattutto questa notte, in questo ultimo giorno dell’anno che ci apre le porte verso l’anno che verrà, è indispensabile, per tutti e per ognuno, che “al di sopra dei tetti risplenda almeno una stella”.

E’ una questione urgente, a livello sociale.

Come ha ammesso anche un rapporto del Censis di qualche anno fa che ho trovato citato nell’introduzione all’ultima straordinaria edizione dell’Inferno dantesco commentata da Franco Nembrini,

“tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita”.

O come ha ribadito anche l’astrofisico Giovanni Bignami, in una bella intervista a Mario Calabresi intitolata “Cosa tiene accese le stelle”.

Lo scienziato, sul finire, così affermava:

“Abbiamo bisogno di grandi progetti, di grandi visioni e di stimolare la fantasia della gente. Dobbiamo ricominciare a guardare in direzione delle stelle.”

Ne abbiamo bisogno davvero, tutti insieme e singolarmente.

Perché i desideri più veri e profondi del nostro cuore possano trovare un punto a cui guardare dobbiamo allora, tra poche ore e poi lungo tutti i giorni dell’anno che sta per iniziare, alzare la testa, sollevare lo sguardo, cercando di vivere all’altezza di questi desideri.

Buon anno a tutti, e…

Brindisi!

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C’è più gioia nel dare che nel ricevere

Quello che segue è il mio intervento in occasione della IX edizione di “Ricordando Rossella”, manifestazione svoltasi il 14 dicembre 2018, che vuole promuovere la sensibilizzazione al tema della donazione degli organi attraverso un concorso aperto agli alunni delle scuole nel ricordo di Rossella Rampulla. Un piccolo gesto per educare alla cultura del dono.

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Quando con i miei alunni ho iniziato a preparare il lavoro per questa manifestazione ho subito pensato di concentrarmi su questa frase.

“C’è più gioia nel dare che nel ricevere”

È attribuita a Gesù, ma non si trova nei Vangeli; Sono gli Atti degli Apostoli a dirci che Lui ha pronunciato queste parole.

Proviamo a fermarci un attimo ed a riflettere su di esse. Com’è possibile dire, ai nostri giorni, una frase del genere? com’è possibile sostenere una simile idea?

A volte, anche parlando di temi così importanti e delicati come quello della donazione degli organi, rischiamo di cadere in un pericoloso tranello. La commiserazione, il pietismo, il pensiero verso una persona come Rossella morta in maniera così prematura, o il pensiero di persone che soffrono per malattie, rischiano di farci fermare ad un approccio emozionale ma privo di giudizio, a farci dire e ripetere cose in maniera automatica.

Siamo davvero sicuri che tutti noi, qui dentro, potremmo affermare che dare è meglio che ricevere? che cioè quando, tra poche settimane, arriverà Natale, noi preferiremo fare regali piuttosto che riceverli? chi di noi ha il coraggio di affermare una cosa del genere?

Andiamo per gradi.

Cosa intendiamo con la parola “dono” al giorno d’oggi?

Viviamo in una società segnata da un accentuato individualismo, in cui se non mi metto in mostra, se non appaio, non esisto.

Oggi non c’è più posto per il dono ma solo per il mercato, lo scambio utilitaristico, e quella che regna è la legge del tornaconto. In un’epoca di abbondanza e di opulenza non si parla quasi più infatti di DONO, ma di OFFERTE, PROMOZIONI, BENEFIT.

Fateci caso, nel nostro vocabolario di ogni giorno la parola DONO, così semplice, così piccola ed essenziale, sembra quasi scomparsa.

“Do ut des”, questa proverbiale frase latina, sembra essere diventata la sola vera chiave di lettura del dare. Io sono disposto a dare, ma esigo, mi aspetto, pretendo in contraccambio qualcosa.

Il “dare” insomma è sempre legato, in maniera più o meno cosciente, ad un tornaconto.

Se fai il bravo ti regalo un giocattolo – dice la mamma al bambino; oppure, alla vostra età “se prendi almeno nove all’esame ti regalo (cioè ti dono) la playstation, il motorino”, o chissà cosa altro.

Inconsapevolmente siamo noi adulti ad abituarvi a ragionare così.

A volte il tornaconto può essere anche solo “morale”. “Io sono tuo amico, quindi tu devi favorirmi. io ti dedico del tempo, perché così tu possa essermi riconoscente.”

Potremmo quindi affermare che la frase da cui siamo partiti è bella, emozionale e ad effetto, ma niente più.

Oppure?

Proviamo a ritornare al senso più vero ed autentico della parola “dono”.

Per farlo ci aiuta una parola ancora più fraintesa del nostro vocabolario. La parola carità.

Noi spesso la confondiamo con compassione, commiserazione, con gli spiccioli dati a chi ci tende la mano al bordo della strada per mettere a posto la coscienza.

Invece è una parola antica ed importante, che deriva dal greco e letteralmente significa gratis. la carità è un amore senza ragioni, tornaconti, calcoli, proporzionalità, attese. Gratis, appunto.

“Un amore che abolisce ogni ritorno”, un “dono di sé commosso” l’ha definita in un suo testo don Luigi Giussani.

Per questo rimaniamo colpiti dall’esperienza di Rossella. Per questo passano gli anni ma quando in classe parlo di lei, per invitare i miei alunni a partecipare a questo concorso ci sono occhi attenti, che brillano di commozione vera, autentica.

Perché il gesto di Rossella è un vero dono di sé, che non prevede tornaconti. È GRATIS.

Ma occorre un altro passo.

Potremmo infatti correre il rischio di rimanere affascinati e commossi dal gesto estremo di gratuità della donazione di organi, ma ritornare poi a casa, oggi, convinti che esso rimanga legato solo ad esperienze estreme, particolari.

Cosa c’è all’origine di un gesto così forte, come quello di donare una parte di sé, come estremo gesto di gratuità? cosa c’è all’origine di questo sì detto alla vita, alla possibilità che qualcun altro “goda” del frutto estremo del sacrificio di una vita?

Un sì così grande è possibile solo se nella vita sei abituato a dire tanti piccoli sì.

Un dono così grande è possibile solo se nella vita sei stato abituato a tanti piccoli doni.

Non è un gesto eroico quello di Rossella, o quello dei suoi familiari, che hanno acconsentito al trapianto degli organi.

È un gesto che discende naturalmente da quello che uno è, dai piccoli gesti che è abituato a fare nel tempo.

Rossella amava la vita, la sua famiglia, il suo lavoro, i suoi alunni. Accoglieva ciò che gli era “dato” con il sorriso, sempre. La donazione degli organi non nasce da “poverini, soffrono tanto, quasi quasi mi tolgo un organo e glielo dono”. La donazione degli organi, la donazione di sé, nasce da tante piccole, quotidiane, minuscole occasioni in cui tu dici “sì, sono disposto a darti qualcosa di mio, gratis.”

Anche solo un pezzo del mio panino. Gratis.

Sono disposto ad accogliere il mio compagno di banco, che magari ieri mi ha fatto un dispetto, con un sorriso, gratis.

Sono disposto a dedicare un po’ del mio tempo per aiutare qualcuno in difficoltà, gratis.

Sono disposto ad ascoltare un mio amico o una mia amica che vuole confidarsi o vuole sfogarsi con me, gratis.

Sono disposto a fare i compiti con te, perché magari così tu riesci a capire meglio quella regola di matematica. Gratis.

Lo so, a molti sembrerà ingenuo, o banale, o inincidente tutto ciò. Ma non è così.

Rossella il primo giorno in cui io sono arrivato nella scuola di San Piero Patti, l’anno in cui poi lei sarebbe morta, mi ha accolto con un sorriso immenso, che non dimenticherò mai. Gratis.

E quel sorriso è stata la cosa che di lei ho portato con me in questi anni, nell’amicizia che nel tempo è nata e cresciuta con suo marito Massimo. Perché i doni di questo tipo, quelli gratis intendo, costruiscono intorno a noi stima, affetto, serenità, conforto.

Peguy, un grande poeta francese, in un suo stupendo testo poetico mette in bocca a Dio queste parole:

“come la libertà degli uomini è stata creata a immagine e somiglianza della mia libertà, dice Dio / Così mi piace trovare in loro una certa gratuità. Danno per nulla. Altrimenti è forse un dare? Amano per nulla. Altrimenti è forse un amare?”

Pensateci, anche quando diciamo “Ti voglio bene”, intendiamo “voglio il tuo bene”. Ti amo, cioè il mio amore è rivolto, transitivamente, verso te. Anche la grammatica, vedete, ci insegna in fondo questa semplice ed essenziale verità.

Allora anche noi possiamo, ogni giorno, imitare Rossella, coltivare il suo esempio, quel seme che con la sua morte, cioè con il momento che apparentemente segna la fine di una esistenza, ha generato nel tempo nuova vita.

Basterà iniziare con il panino, con un abbraccio a nostra madre o nostro padre, con un sorriso al nostro professore, o un aiuto nei compiti ad un nostro compagno in difficoltà. Con un “grazie” detto con il cuore, con la disponibilità ad ascoltare gli altri anche quando pensi non abbiano ragione.

Vedete, anche la parola gratis in fondo è semplice, piccola, ma mai banale.

Permettetemi di finire regalando a tutti una bellissima poesia di una dimenticata ma grande poetessa italiana. Lei si chiamava Ada Negri, visse in Italia tra la fine dell’800 e la metà del 900, e tra le altre cose ha scritto questa delicata, struggente poesia

Il dono

Il dono eccelso che di giorno in giorno

e d’anno in anno da te attesi, o vita

(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza

anche il pianto), non venne: ancor non venne.

Ad ogni alba che spunta io dico: «È oggi»:

ad ogni giorno che tramonta io dico:

«Sarà domani.» Scorre intanto il fiume

del mio sangue vermiglio alla sua foce:

e forse il dono che puoi darmi, il solo

che valga, o vita, è questo sangue: questo

fluir segreto nelle vene, e battere

dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti

unicamente perché sei la vita.

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Musica in auto

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Nella mia macchina si ascolta un po’ di tutto.

Gemitaiz, Ghali e Sferaebasta hanno accompagnato gran parte dei viaggi da e per le scuole dei miei figli lo scorso inverno. Lo chiamano trap, sembrerebbe una evoluzione (o involuzione?) del rap, ma tant’è. Soldi a palate che permettono di comprare ville con piscina, e chi l’avrebbe detto che a scuola non combinavano niente e adesso, guarda, sono ricchi sfondati e viaggiano su macchine di lusso e si accompagnano con sventole da paura. È il successo, che è come la Ferrari, “bisogna mantenere il turbo”.

Sono fasi, va detto. Perché se viaggiamo tutti insieme – cosa rara, ma capita – allora è più adatto Alessio Bondì, cantautore e talento eccezionale che abbiamo conosciuto qualche anno fa in quella meravigliosa occasione di musica di qualità che è l’Indiegenofest. Andrea, il più piccolo, preferisce “Di cu sì”, tenerissima filastrocca in musica, un gioco vecchio mille anni – ma di chi è, questa boccuccia? Mi diceva sempre mia nonna prima di riempirmi di baci – con indiani che si mischiano a Spiderman, perché la globalizzazione investe prima di tutto l’immaginario infantile, e la lingua palermitana che diventa, alle nostre orecchie, una preziosa e insostituibile fonte di emozione e di struggente legame tra le cose e i nomi che tentano di dirle. Come nella vera poesia, ecco.

Tra le canzoni del disco io preferisco “rimmillu du voti”, e ogni tanto il gruppo mi accontenta, così ci ritroviamo quasi con le lacrime agli occhi, avvolti in questa giaculatoria rassicuratrice di chi chiede, implora quasi, di dirlo che non è successo niente, alla fine, e di ridirlo, per rassicurare, due volte. Io la ascolto, penso al mio amico Ciccio e al motivo per cui ama tanto questa canzone, e sono pronto a passare ad un’altra traccia.

La musica di Alessio Bondì, i suoi testi così curati in una lingua che per molti come per me ai primi ascolti può sembrare quasi incomprensibile, sono un vero Sfardo all’anima, quello strappo improvviso che dà il titolo al suo disco, autografato, immancabile nella nostra macchina.

Quando sono solo, in viaggio verso qualche corso o di ritorno da una lezione sulle potenzialità del digitale nella didattica, mi concedo un ritorno al passato, ai cantautori italiani della mia adolescenza, quando a Radio Patti International dopo il programma, trascorrevo ore nella sala di registrazione per duplicare su cassetta i dischi che non potevo comprare.

Baglioni, ovviamente, dalle origini almeno fino a “io sono vivo e sono qui”, perché poi avrà fatto anche cose egregie, ma io non sono riuscito più a stargli dietro. E Battisti, tutto, in blocco. Geniale, moderno, adatto ad ogni tempo ed ogni età. De Gregori, tanto ma non tutto, perché ha scritto tra i testi più poetici della musica leggera italiana, e perché nessuno come lui ha saputo dire che certe cose sono “sempre e per sempre”.

Alcuni mi prendono in giro, perché loro ascoltavano al tempo cose molto più evolute, la musica rock e le avanguardie musicali british o d’oltreoceano, ma io studiavo francese, non ho masticato mai inglese, ahimè, e non mi piaceva ascoltare qualcosa di cui non comprendevo le parole. E poi lasciatemi essere nazionalpopolare, io mi ci trovo bene in questo ruolo.

Poi però a volte la mia Citroen si popola anche in maniera ibrida, e quindi vengono fuori altre preferenze incrociate, piuttosto interessanti.

Se Rita e Tommaso, il rivoluzionario, sono insieme in macchina non c’è storia, mettono su i Plink Floyd e cantano a squarciagola, schitarrate comprese, e l’alternativa al massimo possono essere gli Oasis, proprio per venirci incontro, o sintonizzarci su Virgin Radio, rock allo stato puro. Sono gusti, ognuno ha i suoi, tanto di cappello.

Il rock è un mondo, un universo direi, e loro sono i suoi rappresentanti sulla nostra auto, e guai a mettere in discussione la sua superiorità assoluta, eterna direi, su tutti gli altri generi, ne nascono liti furiose in cui noi altri facciamo sempre la parte dei banali seguaci di effimere mode commerciali, di idioti ritornelli da canzoni estive; per loro esiste solo il rock, ad un certo livello, e tutto il resto è fuffa, forse escludendo solo una parte di musica classica.

Ecco, per l’appunto. Quando i miei figli erano piccoli la musica classica imperversava sulla nostra Opel Astra. Rachmaninov, su tutti, ma anche Chopin, Beethoven, Vivaldi, Satie. Adesso passa, a piccole dosi, giusto per mettere silenzio dopo qualche litigio di quelli che sconvolgono l’abitacolo e si concludono con rimproveri equamente distribuiti. Dopo i rimproveri, appunto, il silenzio, ottima scusa per godere un movimento del concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov.

E poi ci sono gli autori che mettono tutti un po’ d’accordo. Niccolò Fabi, soprattutto, ma non più di un album per volta, meglio “Novo Mesto” anche se non è recentissimo. Di Silvestri qualcosa, ma di qualche anno fa. E poi Passenger, i Pearl Jam se capita di recuperare il cd di “Backspacer”, Cristina Donà o Erica Mou le rare volte che si accontenta la mamma, o i dischi consumati di dieci anni fa, quando lo zecchino d’oro e Carlo Pastori erano indisturbati compagni di viaggio dei bimbi ancora piccoli.

Chi ancora mette veramente tutti d’accordo, in maniera assolutamente ecumenica, è Jovanotti. Eterno ragazzo, adatto a tutte le stagioni, sempre al passo con i tempi, piace veramente a tutti, sulla mia macchina. Mettiamo l’ultimo, o meglio il penultimo, e perché no, quello prima ancora. Fammi riascoltare “l’astronauta”, papà rimetti “ti porto via con me”, a qualcuno viene in mente l’estate del 2009, a qualcun altro un viaggio in auto di qualche anno dopo. Jovanotti accompagna i ricordi e le memorie di questa auto e dei suoi principali passeggeri.

E vengo al dunque. Siamo agli sgoccioli di questo agosto che ci ha riservato un tempo instabile, tanta pioggia, tragedie con tante vittime e polemiche a seguire, il governo italiano e dietro lui altri governi europei che hanno deciso che “chiudere” è la nuova parola d’ordine per accontentare l’ansia che si nutre e cresce nella pancia di popoli spaventati e stanchi.

Si chiudono le frontiere, si chiude il dialogo con quella grande e malconcia Europa che pure eravamo stati tra i primi a voler mettere in piedi, si chiudono i ponti per paura che ne possa crollare qualcun altro, le scuole di una intera provincia, quella in cui abito, perché all’improvviso si scopre che le norme antisismiche non vengono rispettate.

A tavola, da me, non si parla d’altro. Salvini, Di Maio, la nave Diciotti, il neosindaco di Messina De Luca e le sue geniali trovate.

Poi tutti in macchina, si va. Destinazione spiaggia, per uno degli ultimi bagni. Jovanotti anche oggi mette tutti d’accordo. L’estate addosso, canta, “prima che il vento si porti via tutto e che settembre ci porti una strana felicità”…

Quale strana felicità ci potrà mai riservare settembre? Lorenzo, che dici? In macchina qualcuno obietta che settembre non porta felicità, porta la scuola, i compiti, la routine invernale, le giornate sempre più corte e il tempo che non basta mai.

Ma io mi fido di Jovanotti, e in fondo credo che anche quest’anno settembre potrà portarci qualche strana forma di felicità, e che dobbiamo continuare a sperarlo, sempre, alla fine di ogni agosto della nostra vita, come antidoto invincibile contro il dilagante distopismo, come alternativa alla sterile indignazione da social.

Bella, la musica ascoltata nella nostra macchina. Jovanotti, cantacene un’altra.