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“E quindi uscimmo a riveder le stelle”

Terza media, quindici ragazzi sospesi tra la rassicurante aula di una piccola scuola di paese e le scelte di una scuola superiore che verrà, un anno scolastico che inizia, amori che passano o restano, amicizie che fanno ridere ma anche piangere, curiosità e incertezza, noia e impazienza.

Da qualche mese insieme si parla di stelle. Abbiamo visitato un planetario viaggiando tra galassie ed epoche, costellazioni e stagioni; abbiamo letto Majakovskij che si domandava chi avesse, e perché, acceso le stelle, abbiamo letto interviste ad astrofisici geniali e sognatori; visto un film, October Sky, teso sul filo dell’impossibile e ragionevole costanza del coltivare i propri sogni. Abbiamo letto, discusso, ragionato, tra qualche inevitabile sbadiglio, molti occhi lucidi, silenzi e viaggi con la mente ed il cuore.

Poi, sul finire, mentre dalla porta sfilano promoters di scuole superiori di ogni tipo e genere, nel marketing immancabile delle iscrizioni, abbiamo incontrato anche Giacomo Leopardi, le sue meravigliose e strampalate domande di senso e curiosità infinita, che chiede alla luna cosa ci stia a fare, in cielo, e cosa faccia l’aria, cosa il cielo infinito, e cosa voglia infine dire la solitudine immensa e inevitabile che ogni cuore umano accompagna lungo la via.

Occhi attenti, cuori e menti sospese a queste domande assolute e capitali.

Poi si continua, la scuola ha i suoi ritmi e le sue scadenze, e tra queste il compito in classe.

Quindici temi, quindici penne che scrivono di progetti per il futuro e scelte, che provano a ripercorrere il modo con il quale ognuno ha vissuto questo primo periodo dell’anno. Li correggo di sera, sempre un po’ in ritardo sui tempi previsti, cercando tra le righe e qualche errore ortografico il volto ed il pensiero di ognuno di loro.

Così può capitare, mentre meno te lo aspetti, di incrociare una frase come questa: “siamo piccoli, siamo punti di inchiostro su una tela sconfinata, ma i nostri sogni sono grandi quanto una galassia, se si desidera veramente avverarli”.

Poso la penna rossa, rileggo, incredulo e stupito. Ripenso a chi ha scritto queste parole, al suo percorso, alle difficoltà e alle risorse che in questi anni ho visto in lui. Ai tanti compiti in classe insignificanti, al suo annoiarsi a volte di fronte ad un brano troppo lungo, o ad una spiegazione forse di troppo. Al suo sorriso aperto e sereno che sa chiudersi a volte in un riserbo triste.

Ripercorro le cose viste e sentite insieme a lui e ai suoi compagni, e sí, mi dico, commosso, davvero il mio è il più bel lavoro del mondo.