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Quello che resta

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Il pullman ha scaricato i suoi 55 passeggeri al buio, in un parcheggio affollato di genitori, fratelli e sorelline impazienti; siamo scesi tutti, insegnanti e studenti, un po’ storditi, con gli occhi cerchiati dalla stanchezza e nel volto sfatto una strana euforia. Poi si torna a casa, si disfano le valigie, si consegnano souvenir, piccoli inutili ricordi, cianfrusaglie variopinte; con l’ultimo filo di voce si racconta qualche dettaglio, la grotta con il grande foro in alto e le stalattiti a ricamare le pareti, le montagne russe fatte con il cuore in gola e lo stomaco raggomitolato, i leoni che sonnecchiavano distratti e le scimmie tristi a camminare accanto al nostro trenino, noi che ci sentivamo idioti a guardarle, loro che non ci consideravano affatto. Il cibo, la stanza dell’hotel che hai diviso con i tuoi compagni, l’armadio in cui hai lasciato una felpa e due calzini spaiati, le orecchiette con un sugo buono, la serata a ballare, i camerieri simpatici. Tutto il resto, monumenti, nomi di paesi bianchi o gialli, centri storici con mille anni di vita sulle spalle, chiese romaniche e barocche, si confondono in un’unica bolla di pensiero, un miscuglio variopinto e indefinito che forse nei prossimi giorni troverà modo di comporsi in dettagli e ricordi, ma che adesso, mentre tua madre ti chiede di raccontarle per bene cosa hai fatto, cos’hai visto in quella Puglia che riesci solo a definire “bella”, punto e basta, non riesci proprio a focalizzare.

Per un attimo pensi, con terrore, all’eventualità che la prof di lettere possa farti stendere una relazione su ciò che tua madre, adesso, continua a chiederti insistentemente a voce, ma neanche questa catastrofica possibilità riesce a smontare quello strano miscuglio di stanchezza e nostalgia che ti accompagna da quando hai lasciato i tuoi compagni disperdersi, per la prima volta dopo 6 giorni vissuti insieme, sui sedili posteriori di macchine di ogni forma.

Cosa rimane alla fine di una gita scolastica?

Da insegnante me lo chiedo sempre, ogni volta che rientro a casa e passo in rassegna i ragazzi che, come te, ho accompagnato in giro, in una delle tante parti di questa nostra bella ed infinita Italia.

Tanti nei mesi scorsi hanno ipotizzato di eliminare i viaggi d’istruzione, presentando il conto salato dei danni, dell’incuria, dei continui episodi di vandalismo, delle tragedie che hanno portato alla morte di studenti caduti giù dai balconi degli hotel, dell’incapacità dimostrata dai giovani di oggi di vivere un’esperienza come questa come una vera possibilità istruttiva e formativa.

A vedere le cronache come non dargli torto?

Ma poi incrocio il tuo sguardo, quello dei tuoi compagni, che non sono neanche alunni miei, il loro saluto nel rincontrarmi a scuola oggi, pochi giorni dopo il nostro rientro. Ripenso al tuo abbraccio forte e lungo prima di salutarmi, in quel parcheggio, all’abbraccio simile di altri tuoi compagni, al sorriso disarmante e limpido di una tua coetanea a cui fino ad ora non avevo mai visto alzare la testa da sotto il suo cappuccio, al modo semplice e intenso di dirmi grazie da parte di tanti altri, grazie per cosa, abbiamo solo camminato e chiacchierato insieme.

Dovremmo cambiargli nome, ecco. Dovremmo smetterla di chiamarlo viaggio d’istruzione, forse, ed inventare nuove forme, nuove modalità, nuove parole per descrivere quello che vale la pena trattenere, quello che è prezioso ed insostituibile in un’esperienza come questa.

Prima di tutto il togliere gli steccati, quelli fatti dai tempi contingentati, dalle ore scandite dalla campanella, dai mille pensieri che distraggono voi studenti e dagli altri mille che affannano noi insegnanti mentre traghettiamo da una classe all’altra.

Poi la contingenza del bello. Lo sottovalutiamo, a volte, l’effetto dirompente e carsico che il contatto prolungato con il bello genera. In un’esperienza come questa, tra i muretti a secco della Valle d’Itria, l’austero limpido simbolismo del romanico pugliese, il bianco stordimento di Ostuni e dei vicoli di Polignano a mare, che si aprono, all’improvviso, nell’azzurro intenso e sgargiante dell’Adriatico, l’elementare simpatia dei trulli, nati per conservare gli attrezzi da lavoro e diventati simbolo di un’intera regione, il giallo e pallido barocco leccese, quella pietra friabile ricamata da secoli di storia, l’incredibile equilibrio del paesaggio dei sassi di Matera, cunicoli di storia e di cultura. Tutto questo, più che le mille spiegazioni delle guide turistiche, genera un cambiamento. Dobbiamo crederci, alla potenza del bello negli occhi, nelle menti e nei cuori nostri e dei nostri studenti.

E infine, ma non meno importante, la convivenza. Per poco meno di una settimana il sonno, la fame, i gusti, le fisime,i profumi e i nauseabondi tanfi del sudore, tutto è stato condiviso, tutto è stato messo in comune. C’è chi per la prima volta nella sua vita ha dormito fuori di casa, chi ha bisogno di una luce accesa per addormentarsi, chi non sopporta il sapore dell’aglio, chi ama ballare, chi ama leggere, chi odia la musica rap e chi non sopporta la musica italiana, chi fa la doccia solo al mattino e chi, la doccia, ha provato a non farla mai, per 5 lunghi giorni.

Serve a tutti, grandi e piccoli, questa dose di convivenza gomito a gomito.

Ecco, forse il problema è solo nel cambiargli il nome.

potremmo chiamarlo “viaggio d’istruzione e di condivisione”, in fondo è proprio questo quello che resta.