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Caro Eugenio

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Caro Eugenio, avevi torto!

gli scriverei così, ad Eugenio Montale, se lui potesse ricevere la mia lettera e avesse voglia di leggerla, nell’indeterminato tempo senza fine che lo custodisce.

Qualche giorno fa infatti, nel finire di un anno scolastico davvero strano e frastornato, avevo in programma di leggere un suo testo, scegliendo tra i pochi che il libro di Antologia ci offre, giusto per far assaporare a quel manipolo di simpatici scalmanati dei miei alunni di terza, il denso e pieno sapore della sua poesia.

La mattina però ci attende una terribile notizia, un ragazzo poco più grande di loro, già alunno della nostra scuola qualche anno fa, è stato trovato morto in un fatiscente capannone industriale abbandonato, impiccato.

Gli sguardi dei ragazzi sono, se possibile, ancora più sfuggenti. Quasi tutti lo conoscevano, almeno di vista. Molti di loro ricordano qualche passeggiata sul lungomare d’estate, qualche aneddoto, la compagnia che frequentava.

Sono passate poche ore dal ritrovamento ma quasi tutti hanno qualche particolare inquietante da sottolineare, compagnie sbagliate forse, qualcuno parla di bullismo. Lo sguardo di ognuno è sbigottito e incerto, e come spesso succede l’unica via sembra solo cambiare discorso e distogliere il pensiero da una tragedia così grande.

Io rimango incredulo e senza parole adeguate.

E arriva il momento di Montale.

Spesso il male di vivere ho incontrato…”

mi fermo, ho bisogno di rileggere, due o tre volte, questo primo verso.

Quale potente, enigmatico segreto possiede la poesia, per descrivere così intensamente la vita di ognuno, attraversare lo spazio e il tempo e dirci sempre qualcosa di vero, oggi?

Il male di vivere ognuno di noi, piccolo o grande che sia, lo incontra nella foglia accartocciata e riarsa della propria fragilità inespressa, nel rivo strozzato del nostro disagio che gorgoglia e non riesce a trovare spazio, tempo, persone, visi a cui confidarsi e in cui sciogliersi.

Di fronte a me, tra gli altri, due di loro già così piccoli hanno dovuto affrontare la dura prova della morte di un genitore. E poi tutti gli altri, nella loro colorata e sgargiante adolescenza, così spavaldamente fragile e incompiuta.

Come me, che li guardo e so che non posso abbassare gli occhi e andare avanti.

Ma chi non ha provato mai, in questa classe, almeno una volta, questo male di vivere? noi ci lamentiamo per il mal di denti, il mal di pancia, il mal di testa. E possiamo a volte anche incrociare il mal di vivere.

Magari Michael lo ha incontrato, in chissà quale sembianza, e non ha saputo tirarsi fuori, non ha trovato una mano, un braccio a cui aggrapparsi per uscirne, vivo.

Ma è nella seconda strofa della poesia, caro Eugenio, che non mi trovi d’accordo.

Il prodigio della “divina Indifferenza” è una beffa, una finzione letteraria, valida per i giorni in cui il male di vivere è un debole e fievole compagno. Perché quando urla e sbatte alle porte dell’esistenza, l’indifferenza ha poco di prodigioso, ed inesorabilmente lascia spazio alla disperazione.

Però ragazzi, in fondo è vero che ci vorrebbe un prodigio, un colpo di scena improvviso e inconcepibile, una mano potente che tiri via la corda dalla trave proprio mentre si pensa che sia l’unica, estrema soluzione.

Ognuno di noi ha bisogno di un simile prodigio, mentre affronta una lite con i genitori che sembrano non capirlo, o mentre fa i conti con gli amici che tradiscono la fiducia, o non ti cercano, o non ti ascoltano; ogni essere umano implora questo prodigio, più o meno coscientemente, mentre cerca lavoro, mette su famiglia, affronta prove, piange per ciò che non c’è più.

Perché la vita, a qualunque età, non è mai una passeggiata, e chi vi dice che i vostri quindici anni sono belli perché frivoli e spensierati, mette la testa da struzzo nella terra di un ricordo annebbiato e distorto.

Si può anche morire suicidandosi, a sedici anni, e nessuno potrà spiegare il perché.

Non ci resta che chiederla, l’eventualità buona di un prodigio, di un viso amico in cui specchiarsi, di un cuore caldo che ci scaldi e ci consoli, una presenza amica – questa sì, divina– che possa essere il vero antidoto al male di vivere che oggi ci fa così rabbrividire, nel silenzio di questa aula.

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Doni

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Un altro anno di scuola che finisce, tra esami, saluti, qualche lacrima, molti sorrisi.

Educare è, ancora oggi, un’avventura fantastica e complicata, una traversata oceanica, una transiberiana della mente, del cuore e della libertà, in compagnia di uomini “piccoli solo di statura”, come mi ha insegnato una cara amica una volta, con i cantieri della loro personalità ancora in allestimento, mille impedimenti burocratici, aule inadatte, tra le mille distrazioni tue ed un altro milione di distrazioni loro, in combutta e sempre dietro l’angolo, conniventi nell’indolenza e nel troppo facile e frequente accontentarsi.

Un anno di esperienze, alcune collaudate in passato, altre nuove e impensate, perché dobbiamo sempre ricordarci che, come disse il caro Montale, “l’imprevisto è la sola speranza”, e non solo ciò che è programmato è utile e buono, in fin dei conti.

Un anno di letture, prese da libri recuperati dallo scaffale più alto della mia libreria, di parole incasellate e guardate con la lente attenta e curiosa della grammatica, di eroi e déi capricciosi e beffardi, delle loro lotte e delle loro speranze, dagli interminabili viaggi e dalle spietate battaglie, di temi da consegnare il lunedì, che non sai bene cosa scrivere ma sai che il prof si incavola parecchio se non lo fai, e quindi chiedi aiuto, suggerimenti, idee per completarne almeno una di pagina, di giochi e liti e rimproveri quando il livello del chiasso in classe proprio non si regge più.

Alcuni dei loro volti li rivedrò a settembre, altri nel frattempo in qualche spiaggia a ridere e tuffarsi, o buffamente nascosti in qualche angolo di buio, sui lungomare placidi e brillanti delle sere d’estate, quando l’amore è un’impresa da tredicenni e il cuore sembra messo lì nel petto per scoppiare risalendo su, fino ai loro occhi brillanti ed affamati di vita.

Alcuni mi correranno incontro festosi, perché non c’è posto migliore in cui trovare il prof di lettere di un pomeriggio d’estate senza aule e compiti, con un gelato in mano, altri più timidi cercheranno di capire se li guardo, se li riconosco nell’abbronzatura dorata e in quelle colorate magliette estive.

Altri ancora invece, a settembre, avranno altre scuole da frequentare, con nuove materie, nuovi compagni, un nuovo percorso da iniziare.

Mentre questo giugno duemilaediciassette fugge via li raduno nella mente e li saluto, uno per uno, consegnandoli a una vacanza che comincia.

Di alcuni restano pochi ricordi, attimi rubati alla noia, alla distrazione, al qualunquismo che li vuole vedere tutti egocentrici e viziati, di altri rimane molto di più, messaggi scritti nella trepidazione di esami che spaventano, o nella gioia di una gita vissuta insieme, o nel dolore di compagni che ti tradiscono e ti fanno sentire solo.

Poi, come perle rare, rimangono di quest’anno un paio di lettere, semplici e sincere, preziose e disarmanti.

Quando ricevi una lettera da un tredicenne i tuoi parametri di comunicazione saltano inesorabilmente, perché noi adulti ci facciamo tanti problemi quando dobbiamo dire chi siamo, cosa vogliamo, cosa ci spaventa, cosa ci inquieta. E invece loro sono più trasparenti ma non per questo meno complicati e incerti.

Ho avuto la fortuna e la grazia di riceverne, di queste lettere, negli anni passati, di conservarne l’intensità e la spontanea forza nel tempo, ma ogni volta che mi capita è una nuova, impensabile e grande gioia.

Perché mi sento inadatto a stare di fronte alle loro domande, assolute ed essenziali, eppure a loro in fondo non importa che questo: stargli semplicemente di fronte, prenderli in considerazione, accorgersi che esistono.

Così, con le lacrime agli occhi, ripiego il foglio in cui uno di loro mi ha scritto, e mi sento imbarazzato dal senso di inadeguatezza e al tempo stesso felice perché sì, davvero, questi sono i momenti in cui riconosco che faccio pur sempre il più bel mestiere del mondo.

Cosa sarà di lui? Cosa sarà di loro? Del loro acerbo affacciarsi alla vita, così genuino e già così corroso dal nostro disincanto?

Le due lettere che nell’ultima settimana ho ricevuto hanno molto in comune, e certo vorrà pur dire qualcosa.

E non posso bloccarmi nel sentirmi inadeguato rispetto alle loro aspettative, alle loro affermazioni, al loro disarmante chiedermi mentre io mi sento così imperfetto e mancante.

Tante volte in classe, risalendo alla radice della parola ‘comunicazione’ gli ho ricordato che in latino quel munus a cui appunto questa parola fa riferimento, significava sia “dono” che “compito”.

Anche queste due brevi lettere sono, come ogni nostra comunicazione, dono e compito. Il dono lo gusto adesso, nel dolce e amaro sapore del saluto dopo anni o pochi giorni di gita passati insieme; il compito invece, quello mi aspetta nei giorni, mesi, anni che verranno, secondo forme e dimensioni che adesso neanche riesco ad immaginare, ma il cui profilo combacia perfettamente con il desiderio di bene, di vero, di bello, di pienezza e di gioia che il loro cuore ed il mio non smettono di custodire e mantenere acceso.

Dono e compito. Nelle lacrime e nel sorriso felice di questa sera di fine giugno.

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Quello che resta

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Il pullman ha scaricato i suoi 55 passeggeri al buio, in un parcheggio affollato di genitori, fratelli e sorelline impazienti; siamo scesi tutti, insegnanti e studenti, un po’ storditi, con gli occhi cerchiati dalla stanchezza e nel volto sfatto una strana euforia. Poi si torna a casa, si disfano le valigie, si consegnano souvenir, piccoli inutili ricordi, cianfrusaglie variopinte; con l’ultimo filo di voce si racconta qualche dettaglio, la grotta con il grande foro in alto e le stalattiti a ricamare le pareti, le montagne russe fatte con il cuore in gola e lo stomaco raggomitolato, i leoni che sonnecchiavano distratti e le scimmie tristi a camminare accanto al nostro trenino, noi che ci sentivamo idioti a guardarle, loro che non ci consideravano affatto. Il cibo, la stanza dell’hotel che hai diviso con i tuoi compagni, l’armadio in cui hai lasciato una felpa e due calzini spaiati, le orecchiette con un sugo buono, la serata a ballare, i camerieri simpatici. Tutto il resto, monumenti, nomi di paesi bianchi o gialli, centri storici con mille anni di vita sulle spalle, chiese romaniche e barocche, si confondono in un’unica bolla di pensiero, un miscuglio variopinto e indefinito che forse nei prossimi giorni troverà modo di comporsi in dettagli e ricordi, ma che adesso, mentre tua madre ti chiede di raccontarle per bene cosa hai fatto, cos’hai visto in quella Puglia che riesci solo a definire “bella”, punto e basta, non riesci proprio a focalizzare.

Per un attimo pensi, con terrore, all’eventualità che la prof di lettere possa farti stendere una relazione su ciò che tua madre, adesso, continua a chiederti insistentemente a voce, ma neanche questa catastrofica possibilità riesce a smontare quello strano miscuglio di stanchezza e nostalgia che ti accompagna da quando hai lasciato i tuoi compagni disperdersi, per la prima volta dopo 6 giorni vissuti insieme, sui sedili posteriori di macchine di ogni forma.

Cosa rimane alla fine di una gita scolastica?

Da insegnante me lo chiedo sempre, ogni volta che rientro a casa e passo in rassegna i ragazzi che, come te, ho accompagnato in giro, in una delle tante parti di questa nostra bella ed infinita Italia.

Tanti nei mesi scorsi hanno ipotizzato di eliminare i viaggi d’istruzione, presentando il conto salato dei danni, dell’incuria, dei continui episodi di vandalismo, delle tragedie che hanno portato alla morte di studenti caduti giù dai balconi degli hotel, dell’incapacità dimostrata dai giovani di oggi di vivere un’esperienza come questa come una vera possibilità istruttiva e formativa.

A vedere le cronache come non dargli torto?

Ma poi incrocio il tuo sguardo, quello dei tuoi compagni, che non sono neanche alunni miei, il loro saluto nel rincontrarmi a scuola oggi, pochi giorni dopo il nostro rientro. Ripenso al tuo abbraccio forte e lungo prima di salutarmi, in quel parcheggio, all’abbraccio simile di altri tuoi compagni, al sorriso disarmante e limpido di una tua coetanea a cui fino ad ora non avevo mai visto alzare la testa da sotto il suo cappuccio, al modo semplice e intenso di dirmi grazie da parte di tanti altri, grazie per cosa, abbiamo solo camminato e chiacchierato insieme.

Dovremmo cambiargli nome, ecco. Dovremmo smetterla di chiamarlo viaggio d’istruzione, forse, ed inventare nuove forme, nuove modalità, nuove parole per descrivere quello che vale la pena trattenere, quello che è prezioso ed insostituibile in un’esperienza come questa.

Prima di tutto il togliere gli steccati, quelli fatti dai tempi contingentati, dalle ore scandite dalla campanella, dai mille pensieri che distraggono voi studenti e dagli altri mille che affannano noi insegnanti mentre traghettiamo da una classe all’altra.

Poi la contingenza del bello. Lo sottovalutiamo, a volte, l’effetto dirompente e carsico che il contatto prolungato con il bello genera. In un’esperienza come questa, tra i muretti a secco della Valle d’Itria, l’austero limpido simbolismo del romanico pugliese, il bianco stordimento di Ostuni e dei vicoli di Polignano a mare, che si aprono, all’improvviso, nell’azzurro intenso e sgargiante dell’Adriatico, l’elementare simpatia dei trulli, nati per conservare gli attrezzi da lavoro e diventati simbolo di un’intera regione, il giallo e pallido barocco leccese, quella pietra friabile ricamata da secoli di storia, l’incredibile equilibrio del paesaggio dei sassi di Matera, cunicoli di storia e di cultura. Tutto questo, più che le mille spiegazioni delle guide turistiche, genera un cambiamento. Dobbiamo crederci, alla potenza del bello negli occhi, nelle menti e nei cuori nostri e dei nostri studenti.

E infine, ma non meno importante, la convivenza. Per poco meno di una settimana il sonno, la fame, i gusti, le fisime,i profumi e i nauseabondi tanfi del sudore, tutto è stato condiviso, tutto è stato messo in comune. C’è chi per la prima volta nella sua vita ha dormito fuori di casa, chi ha bisogno di una luce accesa per addormentarsi, chi non sopporta il sapore dell’aglio, chi ama ballare, chi ama leggere, chi odia la musica rap e chi non sopporta la musica italiana, chi fa la doccia solo al mattino e chi, la doccia, ha provato a non farla mai, per 5 lunghi giorni.

Serve a tutti, grandi e piccoli, questa dose di convivenza gomito a gomito.

Ecco, forse il problema è solo nel cambiargli il nome.

potremmo chiamarlo “viaggio d’istruzione e di condivisione”, in fondo è proprio questo quello che resta.

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“E quindi uscimmo a riveder le stelle”

Terza media, quindici ragazzi sospesi tra la rassicurante aula di una piccola scuola di paese e le scelte di una scuola superiore che verrà, un anno scolastico che inizia, amori che passano o restano, amicizie che fanno ridere ma anche piangere, curiosità e incertezza, noia e impazienza.

Da qualche mese insieme si parla di stelle. Abbiamo visitato un planetario viaggiando tra galassie ed epoche, costellazioni e stagioni; abbiamo letto Majakovskij che si domandava chi avesse, e perché, acceso le stelle, abbiamo letto interviste ad astrofisici geniali e sognatori; visto un film, October Sky, teso sul filo dell’impossibile e ragionevole costanza del coltivare i propri sogni. Abbiamo letto, discusso, ragionato, tra qualche inevitabile sbadiglio, molti occhi lucidi, silenzi e viaggi con la mente ed il cuore.

Poi, sul finire, mentre dalla porta sfilano promoters di scuole superiori di ogni tipo e genere, nel marketing immancabile delle iscrizioni, abbiamo incontrato anche Giacomo Leopardi, le sue meravigliose e strampalate domande di senso e curiosità infinita, che chiede alla luna cosa ci stia a fare, in cielo, e cosa faccia l’aria, cosa il cielo infinito, e cosa voglia infine dire la solitudine immensa e inevitabile che ogni cuore umano accompagna lungo la via.

Occhi attenti, cuori e menti sospese a queste domande assolute e capitali.

Poi si continua, la scuola ha i suoi ritmi e le sue scadenze, e tra queste il compito in classe.

Quindici temi, quindici penne che scrivono di progetti per il futuro e scelte, che provano a ripercorrere il modo con il quale ognuno ha vissuto questo primo periodo dell’anno. Li correggo di sera, sempre un po’ in ritardo sui tempi previsti, cercando tra le righe e qualche errore ortografico il volto ed il pensiero di ognuno di loro.

Così può capitare, mentre meno te lo aspetti, di incrociare una frase come questa: “siamo piccoli, siamo punti di inchiostro su una tela sconfinata, ma i nostri sogni sono grandi quanto una galassia, se si desidera veramente avverarli”.

Poso la penna rossa, rileggo, incredulo e stupito. Ripenso a chi ha scritto queste parole, al suo percorso, alle difficoltà e alle risorse che in questi anni ho visto in lui. Ai tanti compiti in classe insignificanti, al suo annoiarsi a volte di fronte ad un brano troppo lungo, o ad una spiegazione forse di troppo. Al suo sorriso aperto e sereno che sa chiudersi a volte in un riserbo triste.

Ripercorro le cose viste e sentite insieme a lui e ai suoi compagni, e sí, mi dico, commosso, davvero il mio è il più bel lavoro del mondo.

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Per chi suona la campana

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Domani si ricomincia.

Per l’ennesima volta, la sedicesima per me da insegnante, un’allegra e stridula campanella annuncerà che un nuovo anno scolastico inizia. Le aule usciranno dal nascosto silenzio estivo e si riempiranno di passi, di colori, di voci, di vita. Alcune saranno affollate oltre misura, altre saranno fredde d’inverno e calde d’estate, altre avranno magari mura scrostate o piene di promesse eterne di amore o di odio, di maledizioni e di irripetibili oscenità. Tutte però avranno il compito di custodire ed ospitare, per i prossimi nove mesi,  quel complicato, avvincente e difficile  incontro tra un drappello di più o meno piccoli uomini in costruzione e quel manipolo di insegnanti, apparati burocratici, regolamenti, metodi didattici vecchi e nuovi, che portano insieme il nome di ‘Scuola’. La sfida è aperta, ancora una volta, e l’esito finale è tutt’altro che scontato.

Mi piace questo rito, che porta con sé il sapore buono di qualcosa che rinizia. Perché un anno scolastico non è mai uguale a quelli precedenti e soprattutto perché, come diceva il grande Pavese, “è bello vivere, perché vivere è cominciare sempre,  ad ogni istante”.

La campanella di domani allora suonerà per ricordare a tutti, insegnanti e studenti, genitori e personale scolastico, che da domani si rinnova la grande, decisiva sfida, che è il nocciolo e il vero punto decisivo di ogni tentativo educativo e che interpella ognuno di noi, del problematico e avvincente incontro tra ciò che noi adulti sappiamo e riusciamo a proporre ai nostri ragazzi e la loro libertà di potere interessarsi, controbattere, rifiutare, accogliere o trasformare tutto o una parte.

Ma la campanella suona anche per ricordare a ciascuno di noi insegnanti che il compito è arduo, ma magnifico e non demandabile ad altri, e che val più delle beghe sindacali, la scarsa considerazione sociale, le legittime rivendicazioni salariali, argomenti questi che avrebbero ben altra visibilità se noi riuscissimo ad essere più spesso interpreti credibili e consapevoli del nostro grande compito educativo.

Suonerà per ognuno degli studenti che incontrerò per la prima volta in prima media, con lo zaino pieno di emozioni contrastanti, di estati da bambini che preannunciano una scuola da ragazzi, del timore che ogni cosa nuova provoca, delle aspettative e delle speranze, di genitori che li vedono entrare dal portone di una nuova scuola a cui affidano, ancora una volta, la loro preziosa crescita culturale.

Suonerà per gli alunni che ritroverò in terza, con qualche centimetro di altezza in più ed il cuore ancora più in tumulto, per quell’improvviso scatto di crescita che a volte li trasforma, in poche settimane, e li rende quasi irriconoscibili, anch’essi in attesa della decisiva sfida degli esami finali che li aspetta, alla fine di quest’anno.

Suonerà per tutti quegli alunni, son diventati tanti, che ho finito di accompagnare e adesso studiano, sognano, sbagliano, riescono, tentano in altre scuole o università o nel mondo del lavoro, e portano con sé minuscole parti di ciò che ho potuto e saputo trasmettere loro, e che per questo sento sempre, inevitabilmente, legati a me.

Suonerà per tutti.

L’ascolteremo e ci muoveremo dritti verso il portone, i corridoi, le aule, una nuova avventura che ci aspetta. Perché in fondo tu, nuovo anno scolastico che inizi, sei per noi come l’alba di cui parla Mario Luzi in una sua bellissima poesia , che  «aspettiamo / sapendo e non sapendo / quel che porterai con te / nella tua ripetizione antica / e nel tuo immancabile / antico mutamento…».

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Primo giorno di esami

Così anche per loro è arrivato il primo giorno di esami. Dodici banchi, ognuno con un vocabolario e un borsellino, le mani sudate ed impacciate a rigirare una penna che, probabilmente, smetterà di funzionare proprio a metà compito. Dodici sguardi acerbi che trasmettono le sensazioni di dodici cuori impazienti, ansiosi e un po’ intimoriti da questa prima vera prova scolastica.

Gli esami andrebbero aboliti, dicono in molti, ma io non sono d’accordo. 

Certo la modalità andrebbe rivista e snellita, dovrebbe esserci più spazio per l’espressivitá, che a questa età vede i ragazzi particolarmente propositivi e geniali, immaginando di riconoscere dignità ed importanza non solo al testo scritto. Ci sono svariate forme in cui potersi esprimere e proprio durante i tre anni di scuola media molti ragazzi ne scoprono alcune , magari svelando talenti che svilupperanno nel tempo.

Dovremmo, agli esami, farli disegnare, dipingere, cantare, suonare, recitare, correre, realizzare un messaggio multimediale, o un video, sulle tante cose viste, sentite e sperimentate in questi tre densi e decisivi anni della loro vita. Dovremmo chiedergli di raccontarci questi anni, attraverso le loro foto, i loro ricordi, gli oggetti costruiti insieme, l’equilibrio del loro corpo in un gioco di squadra o un percorso ad ostacoli, ma anche la fatica di non essere sempre all’altezza di ciò che noi adulti chiediamo loro, le piccole o grandi disfatte del percorso, il desiderio di capire chi in fondo essi siano.

Perché è un’età difficile, ma bella, quella che li vede entrare nelle nostre aule ancora bambini, assiste all’esplosione dei loro corpi e dei loro cuori, all’aggrumarsi e sciogliersi di paure, speranze, dubbi, certezze, alla scoperta del bello che c’è dentro le cose che poi però ci lasciano sempre, inevitabilmente, un po’ insoddisfatti.

Per questo l’esame di terza media rimane una tappa importante. Insostituibile. Perché in fondo testimonia e documenta questo magnifico e difficile percorso, della loro libertà e del continuo confronto con la nostra, del loro desiderio di esserci, di riconoscersi, di scoprire chi sono e cosa vogliono dalla vita, di immaginarsi il mondo che sarà, prima che lo scetticismo dominante li avvolga e li convinca. Impacciati e fragili ma anche schietti e sinceri, con il cantiere delle sovrastrutture ancora in fase di montaggio.

Li guardo, mentre consegno loro per l’ultima volta la traccia per un tema, come ho fatto ogni venerdì degli ultimi tre anni, e li abbraccio come posso, con lo sguardo. Mentre li sento già un po’ andare via.

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E il suon di lei

Il mio mestiere, si sa, prevede dei piccoli, preziosi privilegi. Uno di questi è la possibilità, almeno una volta nei tre anni di corso di una classe, di leggere e commentare insieme ai miei alunni “l’infinito” di Leopardi. Il testo è breve, quindi non spaventa, ed il titolo incuriosisce immediatamente i più. Così qualche giorno fa eccomi di fronte a una dozzina di sguardi incuriositi dal mio sedermi per terra, immaginando cosa stesse provando Giacomo, poco più che ventenne, seduto in cima all’ermo colle di fronte ad una semplice, banale siepe capace di suggerirgli ed indicargli la presenza dell’eterno.Stavamo lì, insomma, provando ad immedesimarci in quel momento ed in quel tempo, in quello struggimento così simile alle domande che inquietano e ravvivano ancora, anche oggi, il cuore loro, il mio, quello di tutti.

 E a un certo punto un verso, messo lì e letto chissà quante volte, ci sbarra la strada e ci costringe a fermarci. È sul finire della poesia, quando Leopardi ripensa alle stagioni della vita passata, ed a quella presente. E al suon di lei.

Già. Che suono ha la giovinezza, che suono e che rumore ha la vostra età, ragazzi? E Che suono hanno il dolore, la gioia, il rimpianto, la speranza, la felicità? Possiamo mai rimanere impassibili di fronte a queste domande? 

Loro mi guardano, forse pensano che io sia rimbambito, e prima di me Leopardi a farsi domande del genere. Ma nel silenzio che segue alcuni di loro provano a pensarci un attimo di più. Perchè la poesia ha a che fare proprio con questa particolare sensibilità, che è come il fiuto di un segugio, la vista di uno sparviero o l’udito ipersensibile di un pipistrello. Non è un superpotere, la poesia, no di certo. Ma è questa capacità di percepire, nella realtà, quello che apparentemente non vediamo o sentiamo, a cui quasi non facciamo caso.

 Nella sospensione di quegli attimi di silenzio avverto chiaro che ancora una volta Giacomo ha colto nel segno, e ha conquistato al senso un momento, sottraendolo al nulla della distrazione, sempre in agguato nelle lunghe giornate di scuola.

Centinaia di critici avranno sicuramente sviscerato quel verso, analizzando i collegamenti con altri testi o chissà che altro ancora ne avranno detto. Oggi a me ed a loro basta questa domanda, essenziale, che lega l’effimero di pochi minuti di lezione alle profondità più intime dei nostri sensi e, quindi, del nostro cuore.

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L’amicizia (di Davide Rondoni)

L’amicizia

Non sai nemmeno come dirla,

Non si riesce a dipingere

O a ritrarla.

Inutile che ti metti a spingere,

Non vengon le parole

E nemmeno la punteggiatura.

E’ quella forza bella, sicura

Che viene come nella nebbia il sole.

Non sopporta avverbi ed aggettivi,

L’amicizia ha solo nomi propri

E soprannomi e occhi vivi.

Davide Rondoni