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Musica in auto

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Nella mia macchina si ascolta un po’ di tutto.

Gemitaiz, Ghali e Sferaebasta hanno accompagnato gran parte dei viaggi da e per le scuole dei miei figli lo scorso inverno. Lo chiamano trap, sembrerebbe una evoluzione (o involuzione?) del rap, ma tant’è. Soldi a palate che permettono di comprare ville con piscina, e chi l’avrebbe detto che a scuola non combinavano niente e adesso, guarda, sono ricchi sfondati e viaggiano su macchine di lusso e si accompagnano con sventole da paura. È il successo, che è come la Ferrari, “bisogna mantenere il turbo”.

Sono fasi, va detto. Perché se viaggiamo tutti insieme – cosa rara, ma capita – allora è più adatto Alessio Bondì, cantautore e talento eccezionale che abbiamo conosciuto qualche anno fa in quella meravigliosa occasione di musica di qualità che è l’Indiegenofest. Andrea, il più piccolo, preferisce “Di cu sì”, tenerissima filastrocca in musica, un gioco vecchio mille anni – ma di chi è, questa boccuccia? Mi diceva sempre mia nonna prima di riempirmi di baci – con indiani che si mischiano a Spiderman, perché la globalizzazione investe prima di tutto l’immaginario infantile, e la lingua palermitana che diventa, alle nostre orecchie, una preziosa e insostituibile fonte di emozione e di struggente legame tra le cose e i nomi che tentano di dirle. Come nella vera poesia, ecco.

Tra le canzoni del disco io preferisco “rimmillu du voti”, e ogni tanto il gruppo mi accontenta, così ci ritroviamo quasi con le lacrime agli occhi, avvolti in questa giaculatoria rassicuratrice di chi chiede, implora quasi, di dirlo che non è successo niente, alla fine, e di ridirlo, per rassicurare, due volte. Io la ascolto, penso al mio amico Ciccio e al motivo per cui ama tanto questa canzone, e sono pronto a passare ad un’altra traccia.

La musica di Alessio Bondì, i suoi testi così curati in una lingua che per molti come per me ai primi ascolti può sembrare quasi incomprensibile, sono un vero Sfardo all’anima, quello strappo improvviso che dà il titolo al suo disco, autografato, immancabile nella nostra macchina.

Quando sono solo, in viaggio verso qualche corso o di ritorno da una lezione sulle potenzialità del digitale nella didattica, mi concedo un ritorno al passato, ai cantautori italiani della mia adolescenza, quando a Radio Patti International dopo il programma, trascorrevo ore nella sala di registrazione per duplicare su cassetta i dischi che non potevo comprare.

Baglioni, ovviamente, dalle origini almeno fino a “io sono vivo e sono qui”, perché poi avrà fatto anche cose egregie, ma io non sono riuscito più a stargli dietro. E Battisti, tutto, in blocco. Geniale, moderno, adatto ad ogni tempo ed ogni età. De Gregori, tanto ma non tutto, perché ha scritto tra i testi più poetici della musica leggera italiana, e perché nessuno come lui ha saputo dire che certe cose sono “sempre e per sempre”.

Alcuni mi prendono in giro, perché loro ascoltavano al tempo cose molto più evolute, la musica rock e le avanguardie musicali british o d’oltreoceano, ma io studiavo francese, non ho masticato mai inglese, ahimè, e non mi piaceva ascoltare qualcosa di cui non comprendevo le parole. E poi lasciatemi essere nazionalpopolare, io mi ci trovo bene in questo ruolo.

Poi però a volte la mia Citroen si popola anche in maniera ibrida, e quindi vengono fuori altre preferenze incrociate, piuttosto interessanti.

Se Rita e Tommaso, il rivoluzionario, sono insieme in macchina non c’è storia, mettono su i Plink Floyd e cantano a squarciagola, schitarrate comprese, e l’alternativa al massimo possono essere gli Oasis, proprio per venirci incontro, o sintonizzarci su Virgin Radio, rock allo stato puro. Sono gusti, ognuno ha i suoi, tanto di cappello.

Il rock è un mondo, un universo direi, e loro sono i suoi rappresentanti sulla nostra auto, e guai a mettere in discussione la sua superiorità assoluta, eterna direi, su tutti gli altri generi, ne nascono liti furiose in cui noi altri facciamo sempre la parte dei banali seguaci di effimere mode commerciali, di idioti ritornelli da canzoni estive; per loro esiste solo il rock, ad un certo livello, e tutto il resto è fuffa, forse escludendo solo una parte di musica classica.

Ecco, per l’appunto. Quando i miei figli erano piccoli la musica classica imperversava sulla nostra Opel Astra. Rachmaninov, su tutti, ma anche Chopin, Beethoven, Vivaldi, Satie. Adesso passa, a piccole dosi, giusto per mettere silenzio dopo qualche litigio di quelli che sconvolgono l’abitacolo e si concludono con rimproveri equamente distribuiti. Dopo i rimproveri, appunto, il silenzio, ottima scusa per godere un movimento del concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov.

E poi ci sono gli autori che mettono tutti un po’ d’accordo. Niccolò Fabi, soprattutto, ma non più di un album per volta, meglio “Novo Mesto” anche se non è recentissimo. Di Silvestri qualcosa, ma di qualche anno fa. E poi Passenger, i Pearl Jam se capita di recuperare il cd di “Backspacer”, Cristina Donà o Erica Mou le rare volte che si accontenta la mamma, o i dischi consumati di dieci anni fa, quando lo zecchino d’oro e Carlo Pastori erano indisturbati compagni di viaggio dei bimbi ancora piccoli.

Chi ancora mette veramente tutti d’accordo, in maniera assolutamente ecumenica, è Jovanotti. Eterno ragazzo, adatto a tutte le stagioni, sempre al passo con i tempi, piace veramente a tutti, sulla mia macchina. Mettiamo l’ultimo, o meglio il penultimo, e perché no, quello prima ancora. Fammi riascoltare “l’astronauta”, papà rimetti “ti porto via con me”, a qualcuno viene in mente l’estate del 2009, a qualcun altro un viaggio in auto di qualche anno dopo. Jovanotti accompagna i ricordi e le memorie di questa auto e dei suoi principali passeggeri.

E vengo al dunque. Siamo agli sgoccioli di questo agosto che ci ha riservato un tempo instabile, tanta pioggia, tragedie con tante vittime e polemiche a seguire, il governo italiano e dietro lui altri governi europei che hanno deciso che “chiudere” è la nuova parola d’ordine per accontentare l’ansia che si nutre e cresce nella pancia di popoli spaventati e stanchi.

Si chiudono le frontiere, si chiude il dialogo con quella grande e malconcia Europa che pure eravamo stati tra i primi a voler mettere in piedi, si chiudono i ponti per paura che ne possa crollare qualcun altro, le scuole di una intera provincia, quella in cui abito, perché all’improvviso si scopre che le norme antisismiche non vengono rispettate.

A tavola, da me, non si parla d’altro. Salvini, Di Maio, la nave Diciotti, il neosindaco di Messina De Luca e le sue geniali trovate.

Poi tutti in macchina, si va. Destinazione spiaggia, per uno degli ultimi bagni. Jovanotti anche oggi mette tutti d’accordo. L’estate addosso, canta, “prima che il vento si porti via tutto e che settembre ci porti una strana felicità”…

Quale strana felicità ci potrà mai riservare settembre? Lorenzo, che dici? In macchina qualcuno obietta che settembre non porta felicità, porta la scuola, i compiti, la routine invernale, le giornate sempre più corte e il tempo che non basta mai.

Ma io mi fido di Jovanotti, e in fondo credo che anche quest’anno settembre potrà portarci qualche strana forma di felicità, e che dobbiamo continuare a sperarlo, sempre, alla fine di ogni agosto della nostra vita, come antidoto invincibile contro il dilagante distopismo, come alternativa alla sterile indignazione da social.

Bella, la musica ascoltata nella nostra macchina. Jovanotti, cantacene un’altra.