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“It was good” è la sfida di ogni giorno

Non è una poesia facile da leggere quella di Pietro Cagni.

Ho ricevuto il suo libro come prezioso dono un mese fa; l’ho letto, riletto, e poi riletto ancora, tutto d’un fiato e poi poco per volta.

L’ho tenuto sul comodino, ripreso a piccole dosi, lasciandomi esposto all’amianto -l’asbestos – delle parole, dei singoli versi, di alcuni suoni.

Non è una poesia che ammicca, quella di Pietro. Non imita, non si lascia incasellare, non somiglia e non vuole somigliare a qualcosa o qualcuno.

Certo si sente, a forza di riletture, un’eco buona e profonda, quella paternità che rifugge l’imitazione e diventa impronta. Come quando qualcuno ti incontra e dice: ti muovi come tuo padre, hai le sue stesse espressioni del viso.

È una lotta e una resistenza, la poesia di Pietro. Contro l’oblio, contro l’incespicare “bastardo” della memoria (così l’avevo definito io, quando avevo pressapoco la sua età), contro la smemorata incapacità di trattenere, “Qui, tra le cose che non si ricordano” quello che conta.

Come gli ho scritto subito dopo aver letto d’un fiato il libro, la sera in cui l’ho ricevuto, continuo ancora a sentirmi a mollo in un fluido sconosciuto, in cerca di punti di riferimento, mentre vedo emergere volti, nomi, corpi, ricordi.

È Pietro che si fa padre, fratello, custode, guardiano, vedetta.

Come dovrebbe essere qualunque gesto poetico autentico che non bara, non usa facili trucchi di prestigio, non si distende comodo sulle citazioni facili facili da copiaincollare sui social, e rivela invece – come quei suoi due versi improvvvisi, i più belli che io abbia letto negli ultimi tempi – che la vita si da “per compimento e sottrazione / e taglio. E vita impossibile”.

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La sentinella dell’estate

photo by Peppe Gitto fotografo

Patrizia Cavalli ha definito in un suo verso Maggio e Settembre le “sentinelle dell’estate”, di essa rispettivamente promessa e nostalgia.

Questo maggio più di altri, forse.

Ogni sera, al tramonto, questa promessa sembra non accontentarsi e si stiracchia più in là,  inventando mille sfumature per trattenere la giornata.

A scuola invece il tempo si arriccia e si contrae. Nel calendario si ingolfano appuntamenti, scadenze, cose da completare o da ricapitolare. E tu ti trovi sudato di una strana felicità.

Mentre balbettiamo un possibile ritorno alla normalità, abbassando le mascherine e tornando a guardarci sorridere, nella mia scuola siamo tornati a riempire i giardini e i cortili, festeggiando insieme ad alunni, docenti e genitori la pasqua dello studente e questa primavera di ripresa.

Intanto i ragazzi si mettono in gioco, nei campionati studenteschi e nelle presentazioni dei libri, prendendosi cura di un orto davanti la finestra della propria classe o degli ospiti stranieri in visita alla nostra scuola, realizzando un video per un concorso o accogliendo due studenti ucraini scappati da una guerra tragica e insensata, preparando il percorso per gli esami che stanno arrivando o semplicemente studiando per le ultime interrogazioni.

Ognuno con le proprie capacità, ognuno con i propri tempi e le proprie attitudini. Ma tutti affaccendati, pronti, presenti.

Io li guardo, guardo i loro insegnanti che nella immancabile fatica della fine di un anno scolastico continuano a scommettersi con loro, guardo i loro genitori capaci di organizzare momenti di gioia condivisa costruendo insieme una fiducia che è la più sicura e stabile base di una comunità educativa che vuole crescere insieme, e non posso non sentirmi grato.

E l’urlo di saluto e di gioia, che mi hanno fatto recapitare da whatsapp mentre ero costretto a casa dall’isolamento per il covid, è un incredibile ulteriore regalo, che, come maggio, è una promessa.

Come dicono i versi di un altro poeta italiano, Valerio Magrelli, anch’essi dedicati a questo mese:

Ma già le notti tradiscono il profumo.

Ma già si intravede la vetta, la bellezza

come promessa di felicità

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Fughe che non si arrendono alla felicità

“Non è mai troppo tardi per essere sé stessi”, ha scritto Mattia Corrente nella dedica della copia de “La fuga di Anna”  autografata alla presentazione svoltasi nella sua e nostra Patti pochi giorni dopo l’uscita del libro pubblicato da Sellerio.

Ed ha ragione.

Non è mai troppo tardi, nella lettura del libro, per rincorrere le vicende dei protagonisti che lo animano, in tempi e modi diversi; né per interrogarsi, fin dalle prime righe (con un incipit da grande romanzo, detto per inciso) e poi per tutta la durata del testo.

Non è mai troppo tardi per leggere una storia (ma quanto mi piacciono i romanzi che tornano, finalmente, a raccontare storie abbandonando sterili psicologismi autospecchianti) i cui protagonisti non sono risolti in stereotipati ed accomodanti clichè, ma agitano e mescolano paure, speranze, delusioni, memorie collettive ed indicibili ferite, nelle quali ogni lettore ritrova pezzi della propria o dell’altrui irrisolutezza.

Non è mai troppo tardi per rincorrere le fughe, diverse e in varie direzioni, dei protagonisti, mettendo a tema parole decisive e per niente scontate, come libertà e destino, rimpianto e felicità, indagate con una prospettiva originale e sempre dentro un tessuto narrativo impeccabile che regge gli scossoni dei continui salti temporali e del cambio di narratore.

E infine non è mai troppo tardi per guardare con tenerezza e accorata comprensione al dramma della maternità, del ritenere il proprio figlio “un ingranaggio che si conosce a memoria”, con la pretesa che “nessuno più di una mamma può sapere cosa è giusto per suo figlio”, e all’altrettanto capitale dramma della paternità, visto come legame di sangue che diventa vincolo di una promessa – di bene, di assoluta fedeltà, di eterna vicinanza – che le irrimediabili fragilità dell’uomo rendono impossibile da sostenere e mantenere.

Tutto questo in un reticolo di luoghi e spazi resi così familiari nelle descrizioni accurate e attente di Mattia da sembrare quasi che da un momento all’altro possa capitarti di incontrarlo qualcuno dei protagonisti, tra i vicoli di Librizzi o il lungomare di Patti Marina o di Oliveri. Di poterlo abbracciare, consolare, ospitare a casa per pranzo, accompagnare nel continuo percorso di fuga o di ricerca, o forse di entrambe insieme.

Perché come ci ricorda Severino proprio all’inizio del suo percorso “Esistono persone fatte per essere felici e altre semplicemente che non si arrendono alla felicità”.

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“Avremmo avuto bisogno di meravigliose menzogne”

Ho trovato tanti punti di contatto tra l’ultimo acclamato e controverso romanzo di Michel Houellebecq – che mi è piaciuto molto pur non potendo non avvertire un cambio di passo improvviso nella sua ultima parte, forse non perfettamente collegata a tutto il resto – ed il libro di poesie dello stesso autore “Configurazioni dell’ultima riva”, di qualche anno fa.

C’è la stessa struggente ed irrisoluta lucidità, che osserva lo sgretolarsi, o come suggerisce il titolo l’“annientarsi”, di una idea di persona, di relazioni umane e di società, ed al tempo stesso c’è una strenua tenerezza che si sofferma su circostanze, attimi, riflessioni formalmente marginali, esistenze rese apparentemente inutili dalla malattia, quasi a voler scorgere un tenace rivolo di possibilità, di “speranza”, dentro la fragilità e la potenza di alcuni rapporti.

Alcuni versi della raccolta poetica del 2015 sembrano sintetizzare perfettamente lo sfondo della storia narrata nel romanzo, ambientato in un verosimile e vicinissimo 2027:

“Sparita ogni credenza / che faceva edificare / essere e santificare, / abitiamo l’assenza.”

I personaggi che compaiono nel romanzo infatti testimoniano un’assenza di punti di riferimento, una disincantata adesione alle convenzioni sociali, uno sbigottimento di fronte ad avvenimenti – alcuni di rilevanza pubblica e planetaria ed altri privati ed intimi ma non per questo meno emblematici – che sembrano mostrarci, nel disteso spazio della prosa le molteplici “configurazioni dell’ultima riva” già poeticamente concentrate nei versi di qualche anno fa.

La vita e la morte, l’abbandono ed il legame, l’amore ed il sesso, l’etica personale e la morale collettiva, il sacro ed il mistero che le religioni e le loro infinite derivazioni in sette non riescono più a rendere comprensibili e credibili, diventano temi affrontati nelle contraddizioni e nelle movenze di personaggi molto ben delineati, che manifestano un carnale e psichico attaccamento alla vita, agli odori ed ai colori della natura, a quei “momenti di possibile dolcezza” che rimangono l’apice anche del precedente libro di poesia.

Ad annientarsi – termine che ricorre spesso nel romanzo abbinato a contesti molto diversi e vari – sono le consolidate certezze personali e collettive, ma anche la percezione del proprio io, dell’idea di amore e di piacere sessuale, delle relazioni internazionali e del tessuto di male e di dolore che inevitabilmente esse intercettano.

È significativo che proprio un autore famoso per le sue posizioni nichiliste, incline allo scandalo ed alla destabilizzazione, abbia il coraggio di un’estrema ennesima provocazione, mischiando fantapolitica e sacro, denuncia sociale e intimismo assoluto, intercettando temi fondamentali come quello della “speranza”, o del “destino”, senza ricette preconfezionate o approdi di comodo, dentro la disarmante confessione di un’inquietudine personale ed epocale che consiste nel non poter sopportare “l’impermanenza di sé; l’idea che una cosa, qualunque cosa, finisca.” Insieme all’altrettanto disarmante ammissione che questa insopportabile evidenza “non era altro che una delle condizioni essenziali della vita”.

Come dice una bellissima poesia del libro prima citato, tra i più veri ed intensi che ho avuto modo di leggere negli ultimi anni:

“Oltre le notti senza cielo / oltre le mattine / in cui la speranza / esita a raggiungere gli uomini, / c’è un momento di possibile dolcezza, / in cui il mondo / può addirittura risplendere”.

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“E’ questo essere uomini, portarsi sempre tutto con sé”

Quando un poeta scrive un racconto o un romanzo, la poesia rimane inevitabilmente attaccata alle sue dita, quasi come un miele, e la prosa narrativa che vien fuori è cosparsa di quei segni, ineliminabili e densi.
Così è per questo breve ed intenso romanzo di Valentino Ronchi, di cui avevo letto ed apprezzato i due precedenti libri di poesia.
La poesia, in questo libro, non emerge tanto come ritmo o musicalità, quanto nella impertinente e profonda capacità, che le è propria, di esplorare e dire l’ineffabile che è dentro ogni cosa ed ogni esistenza, per quanto apparentemente banale e ‘normale’.
Ognuno di noi ha infatti una sua ‘Riviera’, un posto speciale e al tempo stesso assolutamente normale agli occhi dei più, un angolo di mondo circoscritto che contiene i segreti, le speranze, le delusioni, le contraddizioni e i sogni di esistenze intere. Perché “Le cose della vita si somigliano, somigliano sempre a qualcos’altro, che altri han già vissuto” e in questo libro, come già aveva fatto nelle precedenti raccolte di poesie, l’autore riesce in fondo a descrivere, con la vita di Marianna e delle persone che la attorniano, la vita di ognuno di noi.
D’altronde “chi è attento, come attenti si dovrebbe essere, gira sempre con appresso una valigia di cose fatte e viste, amate, perdute”, e proprio questo tipo di attenzione (per la quale Bigongiari definì la poesia “una scienza nutrita di stupore”) si scioglie sotto gli occhi del lettore rimanendo l’ingrediente più interessante di tutto il libro, in un percorso che da una periferia milanese sospesa in una atmosfera rarefatta e delicata raggiunge la profonda intimità dei personaggi che la abitano.
La vera poesia non ci lascia mai tranquilli, non è fatta per acquietare ma per dissotterrare, svelare, incidere. E così accade leggendo queste pagine, che ci ricordano con delicata sfrontatezza che “la vita è sempre compiuta, anche quando non lo sembra”  perchè “se c’è qualche disegno, e probabilmente c’è, è sempre un disegno compiuto. Quanto ci capiamo noi è sempre poco per dare giudizi”.

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Puzzle a Salonicco

Sono rientrato ieri da Salonicco, dopo un intenso e proficuo meeting per un progetto Erasmus che vedrà nei prossimi mesi i docenti della mia scuola confrontarsi con colleghi ungheresi, islandesi e greci sui temi della ricchezza della diversità nel contesto europeo, tra gioco, mito e innovazione digitale.

Porto negli occhi la bellezza, la complessità e i contrasti di una terra, quella macedone, da sempre intessuta di splendore e conflitti, grandezza e miseria.

Qui Filippo II sognó e iniziò a realizzare un impero cosmopolita, chiamando Aristotele come maestro e guida del piccolo figlio, Alessandro, che avrebbe poi portato a compimento il progetto paterno.

Qui sono ancora visibili le tracce della grande culla ellenistica della nostra civiltà, mischiate con lo sfarzo bizantino, la possenza ottomana, la regalità romana, il dramma di guerre antiche e le ferite di occupazioni e dittature più recenti.

La natura si manifesta con uno splendore grezzo e struggente, in lagune sovrastate da aspre montagne e vigilate dalla silenziosa sagoma del monte Olimpo.

Girando per le vie di città e villaggi si tocca con mano anche e soprattutto la crisi economica greca – specchio e paradigma di quella europea – e la grande dignità di questo popolo che lotta per risalire la china e riaffermare il proprio fondamentale ruolo in Europa.

Qui ho incontrato un ambiente scolastico in evidenti difficoltà tecniche, con poche risorse, stipendi ancor più miseri di quelli italiani, scarsa considerazione da parte del governo ma con un esemplare senso di responsabilità ed una grande volontà di costruire e di reagire, con dignità e coraggio, attenzione alle fragilità e approccio inclusivo.

Che la nostra sia un’epoca di crisi in terra macedone appare in modo ancor più evidente.

Ma con altrettanta evidenza si capisce che la risposta a questa crisi – di valori e di riferimenti culturali e personali oltre che economica e finanziaria – risiede nella capacità di mettersi insieme, di collaborare, confrontarsi, costruire un’umanità consapevole e coraggiosa, generosa ed audace.

Così hanno provato a fare, nel loro piccolo, gli insegnanti con cui ho avuto l’onore ed il piacere di lavorare in questi giorni.

Come quando decidi di misurarti con un puzzle da migliaia di piccoli pezzi, apparentemente impossibili da collegare tra loro, così anche il puzzle delle diversità – focus di questo progetto – con pazienza e impegno ci mostrerà alla fine uno splendido disegno d’insieme.

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Cinquanta

Ho sempre odiato i bilanci, che – come diceva il grande Claudio Chieffo – finiscono con l’essere “inventari fatti sempre senza amore”. Così non cadrò nella trappola del fatidico giro di boa del mezzo secolo per farli.

Cinquanta anni sono tanti, soprattutto se pieni di occasioni, persone, esperienze, opportunità come quelle che dal ‘71 ad oggi ho avuto la gioia e la grazia di attraversare e che, inevitabilmente, sono state mischiate e confuse con dolori, sconfitte, delusioni, ferite.

Mancano alcuni auguri all’appello di oggi, insostituibili e determinanti, che mi ricordano che alcuni vuoti ti segnano e ti costituiscono per sempre, divenendo parte integrante di te.

Mio padre oggi mi avrebbe abbracciato a lungo e con la sua consueta semplicità mi avrebbe sussurrato “auguri gioia mia”, epiteto che mi riservava – giustamente – solo per le occasioni importanti. E mio suocero non avrebbe detto forse neanche quello, lasciando al suo sorriso disarmante e sereno il compito di comunicarmi il bene che mi ha sempre voluto.

D’altronde la valanga di auguri, messaggi, regali piccoli e grandi, alcuni invisibili ed altri lì, sotto gli occhi di tutti, a ricordare spudoratamente il bene di cui sono immeritatamente oggetto, tutte queste manifestazioni di bene e di gioia condivisa rallegrano il cuore, lo scaldano e lo confortano, spingendolo a chiedere sempre di più.

Una cosa però questa decisiva tappa me la regala, grazie ad una serie discontinua ma costante di riflessioni, personali e condivise.

Ciò che abbiamo di più prezioso, nella precarietà che ci contraddistingue – più o meno consapevolmente – a qualunque età, è il tempo. E forse per questo il regalo che più ho apprezzato oggi è stato quello che tanti hanno speso, in modalità e forme diverse, dedicandolo a me. Sono regali semplici eppure preziosissimi, quelli intessuti dal tempo speso per costruire una sorpresa, inviare un pensiero, realizzare un video, elaborare una frase che arrivi lì dove potrà essere custodita e goduta. È il tempo che sei disposto a dedicare all’altro che fa davvero la differenza.

Questa smisurata valanga di tempo e di bene mi ricorda soprattutto che c’è un tempo prezioso e insostituibile ed è quello in cui ci accorgiamo di esserci, di essere, qui ed ora, grati ed increduli anche se talvolta malconci ed irrisolti.

Come ha detto Mario Luzi, poeta a cui da sempre sono molto legato, che proprio cinquant’anni fa in alcuni versi del suo “Su fondamenti invisibili” scriveva:

“vita fedele alla vita

tutto questo che le è cresciuto in seno

dove va, mi chiedo,

discende o sale a sbalzi verso il suo principio….

sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.”

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Poteva essere una vita felice

Affrontare la lettura di questo libro è come iniziare un percorso di trekking lungo ed impegnativo.
Non tanto per le oltre mille pagine, che segnano la direzione per chi si avventura in questa impresa, quanto per la densità di eventi, incontri, avvenimenti che segnano la vita dei quattro principali protagonisti e della loro profonda, grande e decisiva amicizia.
L’esistenza di tutti è condizionata inevitabilmente dalle esperienze che ciascuno fa, dalle persone che incontra, dal bene o dal male che ognuna di esse è in grado di generare nella propria esistenza.
La bellezza e la vertiginosa drammaticità di questo libro consistono proprio nel riuscire a farti immergere nelle esistenze dei protagonisti, nei loro incubi e nelle loro speranze, nel fulgore del talento e del successo come nelle tenebre della crudeltà e degli atroci abissi di cui è capace l’essere umano.
E tutto questo mentre ad emergere prepotentemente è il valore e l’importanza – che può arrivare drammaticamente all’impotenza – delle relazioni umane nell’impavida e temeraria ricerca di una vita che possa essere felice, perché stare con qualcuno “è come trovarsi in un luogo che ha qualcosa di irreale. Credi che sia una foresta ma tutto d’un tratto cambia e si trasforma in un prato, o in una giungla, o in un ghiacciaio. Sono tutti luoghi bellissimi ma anche insoliti. Per giunta non hai una mappa e non capisci come hai fatto a passare da un paesaggio all’altro con tanta rapidità. Non sai neanche quando ci sarà la prossima transizione e non sei equipaggiato per affrontarla. così continui nel tuo cammino, cercando di aggiustare il tiro man mano che vai avanti.”

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Noi siamo le case che abbiamo vissuto

Quello di Bajani è un libro che incuriosisce immediatamente.

Noi siamo le case che abbiamo vissuto, inevitabilmente.

Le case stabili – quelle dell’infanzia, dei nonni o degli zii, al mare o in un altrove che è sempre stato comunque casa, quelle del periodo universitario e delle amicizie eterne, quelle della vita da adulti con gli inevitabili traslochi familiari – dense di ricordi e suoni rumori odori luci impossibili da ritrovare altrove, un patrimonio invisibile e prezioso che ci portiamo addosso, come Tartaruga nel libro, ad ogni passo.

Ma anche le case delle occasioni, dei compagni che ti invitano a giocare e fare merenda per la prima volta con loro, quelle che hai guardato con trepidazione da fuori e non hai mai visitato, quelle di una vacanza che non dimenticherai mai, la tenda scout in cui si mescolavano stanchezza e gioia con i tanfi più insopportabili, la stanza di un hotel che custodisce sospiri infiniti, la casa che hai sognato e che non riuscirai mai a permetterti, la casa che sono stati e continuano ad essere alcuni abbracci speciali ed unici.

In una delle mie case stabili, sospesa dal promontorio di Tindari sull’incanto dei laghetti di Marinello, per anni una lavagnetta, all’ingresso, ha ricordato, con le parole di Emily Dickinson che “dove tu sei quella è casa”.

E molti anni prima un’altra frase, di don Luigi Giussani, accoglieva sempre tutti all’ingresso delle case abitate nel periodo universitario ciellino: “la casa è il luogo della memoria”.

Il libro di Bajani, non sempre scorrevole e convincente nella lettura dei salti temporali continui, riesce invece perfettamente, con la sua lingua poetica ed il suo sguardo mai banale sull’umano, a rendere conto di quelle poche parole di ingresso ed accoglienza.

D’altronde, che casa sarebbe la nostra se fosse vuota e non disposta a far entrare gli altri?

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Preziose doti

Ognuno di noi ha una parte di sé che vive altrove, in luoghi speciali che hanno segnato le nostre esistenze.

Uno di questi luoghi è per me, a Montecatini, il cortile su cui si affacciano la casa dei miei nonni e dei miei zii, dove io e mio cugino Lorenzo abbiamo maldestramente – e con scarsi risultati, direi – provato ad assecondare le velleità da allenatore provetto di zio Bruno, patito di pallone come di qualunque altro sport.

Tutti dovrebbero godere nella vita della fortunata possibilità di avere uno zio Bruno.

Io l’ho avuta, questa fortuna, e in questo giorno dedicato da sempre ai papà, il “mio” zio Bruno ha deciso di lasciarci, dopo un periodo in cui il suo cuore forte ha lottato e resistito con vigore.

La Fiorentina di Antognoni gli faceva brillare gli occhi, e non perdeva occasione per portare me e suo figlio Lorenzo a vedere una partita al campetto del Gusci, o una corsa all’ippodromo Sesana, o una partita di tennis alla Torretta.

Con lui ho scoperto la bellezza del giro d’Italia, i nomi dei ciclisti più famosi ed il rispetto per quelli sconosciuti che si allenavano sulle strade della Valdinievole. Con lui ho festeggiato, sventolando il tricolore affacciato al finestrino della sua auto che io trovavo fighissima, la vittoria del mondiale dell’82.

Con lui ho visto le corse dei cavalli, ho visitato mille volte la svizzera pesciatina, ed altre mille Pisa – ma solo per vedere la torre e piazza dei miracoli, comprare un pacco di brigidini e rientrare a casa.

Il suo abbraccio forte ed energico – insieme a quello dolce e felice di mia zia – era la prima cosa che mi accoglieva al mio arrivo in quel cortile e l’ultima che mi salutava, spesso con le lacrime agli occhi, ad ogni partenza, fosse per rientrare in Sicilia o per raggiungere Castelfiorentino durante il mio servizio civile in Toscana.

Per anni ho creduto di aver anche cacciato dei fagiani con lui, tranne poi venire a sapere che in realtà la foto che ancora mi ritrae imbacuccato e felice con i fagiani in mano è stata scattata dopo una lunga e pacifica dormita sul sedile posteriore della sua macchina, durata quanto la battuta di caccia.

Zio Bruno mi lascia mille ricordi. Il capanno per la caccia ricoperto di rami, le cartucce allineate sul tavolo di cucina, gli uccellini che riempiono il cortile del loro cinguettio, i pomeriggi nell’orto a giocare e chiacchierare, le “giratine” di sera in macchina, tra le vie di una Montecatini ancora capace di sfoggiare il suo sfavillante fulgore, le passeggiate in Pineta, dove una roccia in mezzo ad un rigagnolo si trasformava in vascello pirata ed un albero diventava all’occasione astronave, sommergibile e carro armato.

Aveva sempre tempo per noi, per raccontarci di una toscana contadina che scompariva a vista d’occhio o per portarci al Padule, per farci perdere tra i videogiochi del Kursaal o per un gelato alla crema, per una scappata alla grotta Maona o, negli ultimi anni, per sentirsi raccontare cosa facevano i ragazzi, quanti kiwi avesse fatto la pianta di Nunzio, quali ortaggi avesse raccolto.

Era schietto, come ogni buon toscano, e così vigoroso che con la sua sola mano faceva quello che altri non avrebbero saputo fare con venti, senza mai compatirsi né tirarsi indietro, lavorando sempre, senza lamentarsi mai, se non a tavola, ma certo per colpa degli standard troppo alti a cui mia zia lo aveva abituato.

 Stamattina tra le lacrime lei mi ha detto “ci siamo amati e tenuti compagnia per così tanti anni che non so neanche come immaginarmi adesso”. Ed io davvero non ho saputo cosa risponderle.

L’amore dato non ritorna a posto / Ma resta in giro / e rende il cielo immenso” dice Jovanotti in una sua canzone di qualche anno fa.

L’addio a zio Bruno, al suo cordiale dedicarsi a me, da piccolo come da grande, fino all’ultima chiacchera un po’ strampalata di un anno fa, l’addio al suo semplice e a tratti un po’ goffo ma sincero volere bene senza attendersi nulla in cambio rende questi pochi versi della canzone estremamente veri.

Perché zio Bruno lascia un grande vuoto, ma lascia a noi anche un pieno di amore e dedizione, un esempio di vita e di disponibilità, di schiettezza e umiltà. Una dote preziosa, in tempi come questi.