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Poteva essere una vita felice

Affrontare la lettura di questo libro è come iniziare un percorso di trekking lungo ed impegnativo.
Non tanto per le oltre mille pagine, che segnano la direzione per chi si avventura in questa impresa, quanto per la densità di eventi, incontri, avvenimenti che segnano la vita dei quattro principali protagonisti e della loro profonda, grande e decisiva amicizia.
L’esistenza di tutti è condizionata inevitabilmente dalle esperienze che ciascuno fa, dalle persone che incontra, dal bene o dal male che ognuna di esse è in grado di generare nella propria esistenza.
La bellezza e la vertiginosa drammaticità di questo libro consistono proprio nel riuscire a farti immergere nelle esistenze dei protagonisti, nei loro incubi e nelle loro speranze, nel fulgore del talento e del successo come nelle tenebre della crudeltà e degli atroci abissi di cui è capace l’essere umano.
E tutto questo mentre ad emergere prepotentemente è il valore e l’importanza – che può arrivare drammaticamente all’impotenza – delle relazioni umane nell’impavida e temeraria ricerca di una vita che possa essere felice, perché stare con qualcuno “è come trovarsi in un luogo che ha qualcosa di irreale. Credi che sia una foresta ma tutto d’un tratto cambia e si trasforma in un prato, o in una giungla, o in un ghiacciaio. Sono tutti luoghi bellissimi ma anche insoliti. Per giunta non hai una mappa e non capisci come hai fatto a passare da un paesaggio all’altro con tanta rapidità. Non sai neanche quando ci sarà la prossima transizione e non sei equipaggiato per affrontarla. così continui nel tuo cammino, cercando di aggiustare il tiro man mano che vai avanti.”

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Noi siamo le case che abbiamo vissuto

Quello di Bajani è un libro che incuriosisce immediatamente.

Noi siamo le case che abbiamo vissuto, inevitabilmente.

Le case stabili – quelle dell’infanzia, dei nonni o degli zii, al mare o in un altrove che è sempre stato comunque casa, quelle del periodo universitario e delle amicizie eterne, quelle della vita da adulti con gli inevitabili traslochi familiari – dense di ricordi e suoni rumori odori luci impossibili da ritrovare altrove, un patrimonio invisibile e prezioso che ci portiamo addosso, come Tartaruga nel libro, ad ogni passo.

Ma anche le case delle occasioni, dei compagni che ti invitano a giocare e fare merenda per la prima volta con loro, quelle che hai guardato con trepidazione da fuori e non hai mai visitato, quelle di una vacanza che non dimenticherai mai, la tenda scout in cui si mescolavano stanchezza e gioia con i tanfi più insopportabili, la stanza di un hotel che custodisce sospiri infiniti, la casa che hai sognato e che non riuscirai mai a permetterti, la casa che sono stati e continuano ad essere alcuni abbracci speciali ed unici.

In una delle mie case stabili, sospesa dal promontorio di Tindari sull’incanto dei laghetti di Marinello, per anni una lavagnetta, all’ingresso, ha ricordato, con le parole di Emily Dickinson che “dove tu sei quella è casa”.

E molti anni prima un’altra frase, di don Luigi Giussani, accoglieva sempre tutti all’ingresso delle case abitate nel periodo universitario ciellino: “la casa è il luogo della memoria”.

Il libro di Bajani, non sempre scorrevole e convincente nella lettura dei salti temporali continui, riesce invece perfettamente, con la sua lingua poetica ed il suo sguardo mai banale sull’umano, a rendere conto di quelle poche parole di ingresso ed accoglienza.

D’altronde, che casa sarebbe la nostra se fosse vuota e non disposta a far entrare gli altri?