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Gli “Slanci” di Francesco Saporito

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C’è un grande faraglione, soprannominato “la caffettiera”, da cui i miei figli, come tutti i ragazzi di questa zona da piccoli, amano tuffarsi. Ci si arrampica con un minimo di destrezza, si prende fiato, e mentre sotto il mare cristallino luccica al sole, si misura con lo sguardo l’altezza e la propria volontà di tuffarsi, in un tumulto di timore e audacia.

E’ il momento dello slancio, di quel concentrato di energia potenziale, purissima e vitale, che precede il tuffo nel vuoto, l’adrenalina, gli urli festosi, gli schizzi, le risate, la gioia.

A quel momento, che precede il tuffo dalla “caffettiera”, continuo a pensare rigirando tra le mani il piccolo e prezioso libretto che contiene le poesie del mio caro amico Francesco “Ciccio” Saporito. Poco più di un anno fa, andandolo a trovare nella sua casa affacciata sul golfo di Patti, venni a sapere da lui stesso di queste poesie che aveva iniziato a scrivere nel progredire della sua malattia. Quel pomeriggio me ne lesse alcune, altre iniziò ad inviarmele su whatsapp nelle settimane seguenti, facendomi orgogliosamente partecipe di quel gruppo di suoi amici con cui amava condividere queste sue piccole creature.

Così quando ho visto la copertina del libro, con quel titolo, “SLA…NCI”, che richiamava il nome della sua malattia ma si sporgeva coraggiosamente oltre essa, ho subito immaginato Ciccio in cima ad un suo personale “faraglione”, apparentemente immobile sulla sedia da cui mi leggeva le sue poesie, ma avidamente e baldanzosamente proiettato verso un tuffo in quel mare grande, misterioso e potente che è la vita.

Le sue poesie appaiono proprio così, nate da uno slancio semplice e vitale, da quella capacità preziosissima e rara, propria dei poeti, di lasciarsi colpire, come ha detto Davide Rondoni, dal continuo avvenimento dell’esistenza.  Nelle sue poesie, infatti, non troverete nessuno sfogo emotivo, nessuna elucubrazione pseudo-filosofica, nessuno sfoggio di parole immerlettate da quel fastidioso sapore aulico che aleggia nei “poeti per gioco”.

Qui, a brillare e luccicare, è la vita vera, quella fatta di visi, giorni, dolori, scoperte improvvise ed impreviste, memorie cariche di nostalgia ma mai di rimpianti, perché “la vita è na Dumìnica” e la certezza è un bacio in un vicolo, al buio sotto le stelle, da una donna che è “paradisu miscatu nta stu nfernu di sciarri e malanovi”.

La poesia è un sonar, strepitoso ed infallibile, che riesce ad avvertire le profondità più misteriose e inesplorate dell’esistenza, a vedere nel trascorrere dei giorni e dei volti, ciò a cui normalmente non facciamo nemmeno caso. Possono essere, come in alcune poesie di questo piccolo libretto, gli occhi “pieni di parole” di un’amica, o una lucertola curiosa per una farfalla che si gode la brevità della sua vita, o “il viso imbrattato dai gelsi” di un bimbo che continua a chiamare e chiedere la sua mamma, o “le ginocchia sbucciate” di Tommaso, suo nipote.

Nessuna invenzione, nessuna evanescente finzione letteraria. Ogni poesia, ogni verso quasi, hanno un nome, un volto, un momento preciso a cui rimangono aggrappati, come caparbi fermagli di una memoria che ama, come dice una delle poesie più belle della raccolta, l’imperfezione della vita e ne cerca il senso, sicura e certa che questo senso esista.

Certo, lo ammetto, sono di parte. Vergognosamente e spudoratamente dalla parte di questo mio amico che si è sempre goduto la vita, nelle forme e nei modi che gli sono stati concessi, con un sorriso disarmante e prezioso sempre stampato in volto. Lo stesso con cui, congedandomi da quell’indimenticabile visita di un anno fa, mi ha detto: “Io sono stato tanto felice, negli anni, lo sai. Ma adesso, seduto qui, con questa bestia di malattia da combattere, non mi sento sfortunato. Mi sento solo diversamente felice.”