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Fughe che non si arrendono alla felicità

“Non è mai troppo tardi per essere sé stessi”, ha scritto Mattia Corrente nella dedica della copia de “La fuga di Anna”  autografata alla presentazione svoltasi nella sua e nostra Patti pochi giorni dopo l’uscita del libro pubblicato da Sellerio.

Ed ha ragione.

Non è mai troppo tardi, nella lettura del libro, per rincorrere le vicende dei protagonisti che lo animano, in tempi e modi diversi; né per interrogarsi, fin dalle prime righe (con un incipit da grande romanzo, detto per inciso) e poi per tutta la durata del testo.

Non è mai troppo tardi per leggere una storia (ma quanto mi piacciono i romanzi che tornano, finalmente, a raccontare storie abbandonando sterili psicologismi autospecchianti) i cui protagonisti non sono risolti in stereotipati ed accomodanti clichè, ma agitano e mescolano paure, speranze, delusioni, memorie collettive ed indicibili ferite, nelle quali ogni lettore ritrova pezzi della propria o dell’altrui irrisolutezza.

Non è mai troppo tardi per rincorrere le fughe, diverse e in varie direzioni, dei protagonisti, mettendo a tema parole decisive e per niente scontate, come libertà e destino, rimpianto e felicità, indagate con una prospettiva originale e sempre dentro un tessuto narrativo impeccabile che regge gli scossoni dei continui salti temporali e del cambio di narratore.

E infine non è mai troppo tardi per guardare con tenerezza e accorata comprensione al dramma della maternità, del ritenere il proprio figlio “un ingranaggio che si conosce a memoria”, con la pretesa che “nessuno più di una mamma può sapere cosa è giusto per suo figlio”, e all’altrettanto capitale dramma della paternità, visto come legame di sangue che diventa vincolo di una promessa – di bene, di assoluta fedeltà, di eterna vicinanza – che le irrimediabili fragilità dell’uomo rendono impossibile da sostenere e mantenere.

Tutto questo in un reticolo di luoghi e spazi resi così familiari nelle descrizioni accurate e attente di Mattia da sembrare quasi che da un momento all’altro possa capitarti di incontrarlo qualcuno dei protagonisti, tra i vicoli di Librizzi o il lungomare di Patti Marina o di Oliveri. Di poterlo abbracciare, consolare, ospitare a casa per pranzo, accompagnare nel continuo percorso di fuga o di ricerca, o forse di entrambe insieme.

Perché come ci ricorda Severino proprio all’inizio del suo percorso “Esistono persone fatte per essere felici e altre semplicemente che non si arrendono alla felicità”.

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“Avremmo avuto bisogno di meravigliose menzogne”

Ho trovato tanti punti di contatto tra l’ultimo acclamato e controverso romanzo di Michel Houellebecq – che mi è piaciuto molto pur non potendo non avvertire un cambio di passo improvviso nella sua ultima parte, forse non perfettamente collegata a tutto il resto – ed il libro di poesie dello stesso autore “Configurazioni dell’ultima riva”, di qualche anno fa.

C’è la stessa struggente ed irrisoluta lucidità, che osserva lo sgretolarsi, o come suggerisce il titolo l’“annientarsi”, di una idea di persona, di relazioni umane e di società, ed al tempo stesso c’è una strenua tenerezza che si sofferma su circostanze, attimi, riflessioni formalmente marginali, esistenze rese apparentemente inutili dalla malattia, quasi a voler scorgere un tenace rivolo di possibilità, di “speranza”, dentro la fragilità e la potenza di alcuni rapporti.

Alcuni versi della raccolta poetica del 2015 sembrano sintetizzare perfettamente lo sfondo della storia narrata nel romanzo, ambientato in un verosimile e vicinissimo 2027:

“Sparita ogni credenza / che faceva edificare / essere e santificare, / abitiamo l’assenza.”

I personaggi che compaiono nel romanzo infatti testimoniano un’assenza di punti di riferimento, una disincantata adesione alle convenzioni sociali, uno sbigottimento di fronte ad avvenimenti – alcuni di rilevanza pubblica e planetaria ed altri privati ed intimi ma non per questo meno emblematici – che sembrano mostrarci, nel disteso spazio della prosa le molteplici “configurazioni dell’ultima riva” già poeticamente concentrate nei versi di qualche anno fa.

La vita e la morte, l’abbandono ed il legame, l’amore ed il sesso, l’etica personale e la morale collettiva, il sacro ed il mistero che le religioni e le loro infinite derivazioni in sette non riescono più a rendere comprensibili e credibili, diventano temi affrontati nelle contraddizioni e nelle movenze di personaggi molto ben delineati, che manifestano un carnale e psichico attaccamento alla vita, agli odori ed ai colori della natura, a quei “momenti di possibile dolcezza” che rimangono l’apice anche del precedente libro di poesia.

Ad annientarsi – termine che ricorre spesso nel romanzo abbinato a contesti molto diversi e vari – sono le consolidate certezze personali e collettive, ma anche la percezione del proprio io, dell’idea di amore e di piacere sessuale, delle relazioni internazionali e del tessuto di male e di dolore che inevitabilmente esse intercettano.

È significativo che proprio un autore famoso per le sue posizioni nichiliste, incline allo scandalo ed alla destabilizzazione, abbia il coraggio di un’estrema ennesima provocazione, mischiando fantapolitica e sacro, denuncia sociale e intimismo assoluto, intercettando temi fondamentali come quello della “speranza”, o del “destino”, senza ricette preconfezionate o approdi di comodo, dentro la disarmante confessione di un’inquietudine personale ed epocale che consiste nel non poter sopportare “l’impermanenza di sé; l’idea che una cosa, qualunque cosa, finisca.” Insieme all’altrettanto disarmante ammissione che questa insopportabile evidenza “non era altro che una delle condizioni essenziali della vita”.

Come dice una bellissima poesia del libro prima citato, tra i più veri ed intensi che ho avuto modo di leggere negli ultimi anni:

“Oltre le notti senza cielo / oltre le mattine / in cui la speranza / esita a raggiungere gli uomini, / c’è un momento di possibile dolcezza, / in cui il mondo / può addirittura risplendere”.

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“E’ questo essere uomini, portarsi sempre tutto con sé”

Quando un poeta scrive un racconto o un romanzo, la poesia rimane inevitabilmente attaccata alle sue dita, quasi come un miele, e la prosa narrativa che vien fuori è cosparsa di quei segni, ineliminabili e densi.
Così è per questo breve ed intenso romanzo di Valentino Ronchi, di cui avevo letto ed apprezzato i due precedenti libri di poesia.
La poesia, in questo libro, non emerge tanto come ritmo o musicalità, quanto nella impertinente e profonda capacità, che le è propria, di esplorare e dire l’ineffabile che è dentro ogni cosa ed ogni esistenza, per quanto apparentemente banale e ‘normale’.
Ognuno di noi ha infatti una sua ‘Riviera’, un posto speciale e al tempo stesso assolutamente normale agli occhi dei più, un angolo di mondo circoscritto che contiene i segreti, le speranze, le delusioni, le contraddizioni e i sogni di esistenze intere. Perché “Le cose della vita si somigliano, somigliano sempre a qualcos’altro, che altri han già vissuto” e in questo libro, come già aveva fatto nelle precedenti raccolte di poesie, l’autore riesce in fondo a descrivere, con la vita di Marianna e delle persone che la attorniano, la vita di ognuno di noi.
D’altronde “chi è attento, come attenti si dovrebbe essere, gira sempre con appresso una valigia di cose fatte e viste, amate, perdute”, e proprio questo tipo di attenzione (per la quale Bigongiari definì la poesia “una scienza nutrita di stupore”) si scioglie sotto gli occhi del lettore rimanendo l’ingrediente più interessante di tutto il libro, in un percorso che da una periferia milanese sospesa in una atmosfera rarefatta e delicata raggiunge la profonda intimità dei personaggi che la abitano.
La vera poesia non ci lascia mai tranquilli, non è fatta per acquietare ma per dissotterrare, svelare, incidere. E così accade leggendo queste pagine, che ci ricordano con delicata sfrontatezza che “la vita è sempre compiuta, anche quando non lo sembra”  perchè “se c’è qualche disegno, e probabilmente c’è, è sempre un disegno compiuto. Quanto ci capiamo noi è sempre poco per dare giudizi”.

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Noi siamo le case che abbiamo vissuto

Quello di Bajani è un libro che incuriosisce immediatamente.

Noi siamo le case che abbiamo vissuto, inevitabilmente.

Le case stabili – quelle dell’infanzia, dei nonni o degli zii, al mare o in un altrove che è sempre stato comunque casa, quelle del periodo universitario e delle amicizie eterne, quelle della vita da adulti con gli inevitabili traslochi familiari – dense di ricordi e suoni rumori odori luci impossibili da ritrovare altrove, un patrimonio invisibile e prezioso che ci portiamo addosso, come Tartaruga nel libro, ad ogni passo.

Ma anche le case delle occasioni, dei compagni che ti invitano a giocare e fare merenda per la prima volta con loro, quelle che hai guardato con trepidazione da fuori e non hai mai visitato, quelle di una vacanza che non dimenticherai mai, la tenda scout in cui si mescolavano stanchezza e gioia con i tanfi più insopportabili, la stanza di un hotel che custodisce sospiri infiniti, la casa che hai sognato e che non riuscirai mai a permetterti, la casa che sono stati e continuano ad essere alcuni abbracci speciali ed unici.

In una delle mie case stabili, sospesa dal promontorio di Tindari sull’incanto dei laghetti di Marinello, per anni una lavagnetta, all’ingresso, ha ricordato, con le parole di Emily Dickinson che “dove tu sei quella è casa”.

E molti anni prima un’altra frase, di don Luigi Giussani, accoglieva sempre tutti all’ingresso delle case abitate nel periodo universitario ciellino: “la casa è il luogo della memoria”.

Il libro di Bajani, non sempre scorrevole e convincente nella lettura dei salti temporali continui, riesce invece perfettamente, con la sua lingua poetica ed il suo sguardo mai banale sull’umano, a rendere conto di quelle poche parole di ingresso ed accoglienza.

D’altronde, che casa sarebbe la nostra se fosse vuota e non disposta a far entrare gli altri?

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A conti fatti

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Ci sono due piccoli libretti a segnare per me la fine di questo complicato, decisivo e intenso 2017 e l’inizio del nuovo anno che da poche ore ci ha accolto.

Se è vero, come ha scritto una volta Ezio Raimondi, che “un libro regalato da un amico è esso stesso un amico”, il piccolo libretto contenente tre monologhi di Adelaide Spallino, una scrittrice agrigentina finora a me sconosciuta, spiega bene come sia possibile che certe amicizie possano segnare i passaggi decisivi della nostra esistenza, anche quando sembra cambiare tutto.

La breve nota dell’autrice che precede i tre monologhi, intensi e toccanti, cuce le tre storie con un invisibile e tenace filo, ricordandoci che “la vita non sempre corrisponde ai nostri desideri, a come l’avevamo concepita, e quando lo fa ci dovremmo chiedere dove sia il trucco”.

Negli inevitabili bilanci che la fine di un anno comporta, se siamo sinceri, non possiamo non fermarci a questa considerazione. Ci disorienta, quando non arriva fino a sgomentarci, l’idea che ciò che abbiamo progettato, o a cui abbiamo dedicato energie e speranze, naufraghi nel fallimento o manifesti in maniera inequivocabile tutta la sua fragile precarietà.

Stare di fronte ai limiti, della propria vita come della realtà che ci circonda, può riservarci amare delusioni. I soldi che non bastano, i legami che non reggono, la vita che, semplicemente, cambia intorno a noi fino quasi a non riconoscerla più, sono segnali di una disfatta che potrebbe avere la sua drammatica conferma nell’ineluttabile moltiplicarsi di malattie e sofferenze, nei volti di persone care indurite dalla sofferenza e dal dolore, nello spegnersi della vita di chi avevi sempre visto accanto a te, come presenza certa.

Questo duemiladiciassette, parliamoci chiaro, poteva benissimo essere tutto questo. Le tante ore trascorse accanto alla poltrona o al letto di Francesco, che ogni giorno fa i conti, sempre apparentemente in rosso, con la stronza, la SLA, questa arrogante distruttrice di muscoli, movimenti, desideri e progetti, sono state ore di prezioso tirocinio.

Può una vaga speranza in un futuro incerto e benevolo reggere il confronto con una tale bestia? Di fronte al divorarsi delle energie e delle più semplici capacità personali, dallo stringere in un abbraccio chi si ama al soffiarsi il naso, dal grattarsi la testa distrattamente al mettersi in piedi, ogni mattina, di fronte agli impegni che ti aspettano, sembrerebbe proprio che il destino si sia preso beffa di noi.

E quanto ancor di più potrebbe valere di fronte all’improvviso venir meno di mio padre, soffiato via da un male che ha divorato ogni suo respiro, nel giro di poche settimane.

No, gli inventari non tornano, i bilanci sembrano proprio fallire.

“Può capitare allora – continua la Spallino nella sua breve nota – che debba intervenire un evento esterno, un incontro non di rado inaspettato anch’esso, che ci svegli dal torpore e ci aiuti a ripensarla, la vita, per darle un nuovo corso con coraggio ed ostinazione”.

L’anno appena trascorso non si misura solo nelle privazioni, in ciò che ci è stato tolto e nella fragilità che ha svelato.

Gli incontri, inaspettati o meno, le persone, le occasioni sono state tante, ed hanno veramente saputo risvegliare dal torpore.

Penso alla scoperta dell’incredibile ricchezza del cuore e delle parole di Francesco, che è diventato per me una preziosa fonte di speranza e certezza; alle ultime settimane accanto al respiro sempre più flebile ma certo di mio padre, che mi ha costretto a fare i conti su cosa significhi veramente avere fede, nella vita; ai volti acerbi e desiderosi di bene dei miei figli come dei miei alunni, al loro chiedere, ogni mattina e in mille modi diversi, attenzione e rispetto; alle centinaia di colleghi incontrati nei tanti corsi in cui provi a metterti in gioco perché la formazione non sia una presa in giro collettiva, come molti pensano.

Il coraggio e l’ostinazione di cui parla la Spallino possono avere il silenzioso aspetto di tutto questo. Ed hanno così riempito per me l’anno trascorso, mentre mi vedevano correre avanti e indietro, spesso distratto o affannato, lasciando indietro qualche pezzo o dimenticandomi qualche telefonata da fare, ma con la consapevolezza di un bene presente e vivo, reso credibile negli occhi di chi ti ama.

Cosa ci possiamo aspettare quindi dal nuovo anno che inizia?

Certo un po’ più di soldi, per avere meno debiti e per vivere con dignità, che è sempre una cosa importante; La salute per affrontare la fatica e l’impegno di ogni giorno; e non guasterebbe se il buon Dio, guardando alle tante sofferenze e volendo accontentare le preghiere quotidiane della mia famiglia, facesse guarire i miei amici che in questo momento lottano con malattie diverse, perché l’eventualità dei miracoli non bisogna mai escluderla con meschino disincanto.

Ma ciò che maggiormente dobbiamo sperare ed aspettarci me lo ha suggerito il secondo dei piccoli libri letti in questi ultimi giorni. Si tratta de “il libro di tutte le cose”, premio Andersen 2010 dell’olandese Guus Kuijer, che racconta in maniera semplice e delicata, ma non per questo priva di passaggi duri, le vicende del piccolo Thomas, alle prese con una fervida immaginazione e un padre severo e violento. Quando a Thomas viene chiesto cosa voglia diventare da grande, lui con disarmante semplicità più volte risponde: “Felice. Voglio diventare felice”.

Cosa augurare più di questo allo sguardo di Francesco, alla lotta di tanti amici contro malattie e sofferenze, al difficile e prezioso nostro compito di custodire e accompagnare chi abbiamo accanto, a noi stessi ed a coloro che amiamo?

Anche io, per il 2018, ho deciso.

Felice. Voglio diventare felice.

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Questo incredibile tuffo d’amore

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Ieri, mentre i soccorritori iniziavano a scavare tra la neve e le macerie dell’hotel Rigopiano io ho trascorso gran parte della giornata tra treni e stazioni, dividendomi tra il cellulare con gli aggiornamenti dal luogo delle ricerche dei superstiti e la lettura de “Il fiume”, il nuovo romanzo di Marco Lodoli che da troppe settimane giaceva in attesa sul mio comodino.

Strana coincidenza, che un mio amico poeta inserirebbe senz’altro nel suo particolare elenco delle cose che separano il caso dal destino.

La trama del romanzo è semplice: Uno sconosciuto salva un bambino caduto nel Tevere mentre il padre rimane pietrificato a guardare il figlio sprofondare tra le acque melmose del fiume; lo stesso padre, spronato dal bambino ormai in salvo, trascorrerà il resto della giornata e della notte seguente a cercare lo sconosciuto autore di questo gesto di generosità gratuita e immediata.

Così mentre nel libro seguivo chi era disposto a rischiare la vita per mettere in salvo il piccolo Damiano, il mio telefonino mi mostrava le foto di un finanziere, Lorenzo Gagliardi, il primo dei soccorritori che con gli sci hanno raggiunto l’hotel ed hanno scavato tutta la notte in attesa degli altri soccorsi.

Davanti agli occhi mi scorrevano tutte le valanghe che negli ultimi mesi hanno continuato a travolgere le vite e le coscienze, le stragi della furia terrorista e quelle meno eclatanti dei profughi inghiottiti dalle onde, la terra che trema e spazza via paesi e intere comunità e i treni o gli aerei che si schiantano in un fragore mortale. Come non riconoscere che la pietrificata paura di Alessandro, il padre di Damiano, che sull’argine del fiume osserva il figlio inabissarsi senza riuscire a muovere un dito, è la stessa ammutolita paura che lega tutti?

“Perché certe storie vanno bene ed altre rovinano, perché qualcuno si salva e qualcun altro si sfascia? Chi lo decide, chi stabilisce l’esito della vita?” si domanda Alessandro, nella lunga notte che lo porta ad attraversare Roma e, in fondo, la sua coscienza di uomo e di padre.

Ammutoliti e increduli anche noi non riusciamo, a volte, che a balbettare la nostra incapacità a trovare le ragioni, la forza, la coscienza, e guardando al cielo ripetiamo, ancora con il mio omonimo protagonista del romanzo “Dio mio, perché non aiuti tutti quanti? E io, come posso salvarli, se non sono riuscito nemmeno a gettarmi nel Tevere per mio figlio, io come posso salvarmi?”

Troppe volte, dopo le grandi tragedie collettive come dopo le piccole disfatte personali o familiari, la reazione di fronte all’inesorabile presenza del male, del dolore e della morte, dell’ingiustizia e del fallimento, è quella della ricerca di un colpevole.

I social network si riempiono di indignate reazioni, di corali appelli alla giustizia, alla ricerca di una verità che ci liberi dal peso di queste domande, che finalmente ci mostri un colpevole da additare, un pezzo di ingranaggio che non ha funzionato, un ingegnere incompetente o un amministratore corrotto, una faglia che si è aperta, un parente serpente o almeno qualcuno che, senza volerlo, abbia commesso un errore che possa spiegare il disastro.

“Nessuno deve inseguire l’ignoto” – dice ancora Alessandro – che mille volte vorrebbe frenare, scendere dalla macchina, interrompere questa folle ricerca di quell’uomo in cui sente essere in gioco il senso di tutto.

C’è chi dice che la letteratura sia finzione, puro intrattenimento per distrarsi dalla vita vera che preme e punge, una via di fuga dalla realtà pesante e imbarazzante delle nostre precarie esistenze.

E invece un libro può spiegare la vita, o almeno provare a farlo, tentare di camminare sul filo pericoloso e instabile delle eterne domande di senso, sostenere la ragionevolezza e la bellezza dell’energia che ha potuto spingere Lorenzo Gagliardi a promettere al padre che aveva la sua famiglia intrappolata nelle macerie di Rigopiano: mi tuffo, te li riporto vivi.

Perché, scrive Lodoli in questo libro che davvero non riuscirò a dimenticare, “Ogni tanto c’è qualcuno che dalla luna si butta nel fiume e salva un bambino, senza pensare a nulla. Qualcuno che non prova vergogna, che non sa neanche cosa sia la vergogna di esistere, che fa quello che deve fare perché la vita è tutta qui, tra la riva e il fiume, tra la pena e l’amore”.

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Gli “Slanci” di Francesco Saporito

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C’è un grande faraglione, soprannominato “la caffettiera”, da cui i miei figli, come tutti i ragazzi di questa zona da piccoli, amano tuffarsi. Ci si arrampica con un minimo di destrezza, si prende fiato, e mentre sotto il mare cristallino luccica al sole, si misura con lo sguardo l’altezza e la propria volontà di tuffarsi, in un tumulto di timore e audacia.

E’ il momento dello slancio, di quel concentrato di energia potenziale, purissima e vitale, che precede il tuffo nel vuoto, l’adrenalina, gli urli festosi, gli schizzi, le risate, la gioia.

A quel momento, che precede il tuffo dalla “caffettiera”, continuo a pensare rigirando tra le mani il piccolo e prezioso libretto che contiene le poesie del mio caro amico Francesco “Ciccio” Saporito. Poco più di un anno fa, andandolo a trovare nella sua casa affacciata sul golfo di Patti, venni a sapere da lui stesso di queste poesie che aveva iniziato a scrivere nel progredire della sua malattia. Quel pomeriggio me ne lesse alcune, altre iniziò ad inviarmele su whatsapp nelle settimane seguenti, facendomi orgogliosamente partecipe di quel gruppo di suoi amici con cui amava condividere queste sue piccole creature.

Così quando ho visto la copertina del libro, con quel titolo, “SLA…NCI”, che richiamava il nome della sua malattia ma si sporgeva coraggiosamente oltre essa, ho subito immaginato Ciccio in cima ad un suo personale “faraglione”, apparentemente immobile sulla sedia da cui mi leggeva le sue poesie, ma avidamente e baldanzosamente proiettato verso un tuffo in quel mare grande, misterioso e potente che è la vita.

Le sue poesie appaiono proprio così, nate da uno slancio semplice e vitale, da quella capacità preziosissima e rara, propria dei poeti, di lasciarsi colpire, come ha detto Davide Rondoni, dal continuo avvenimento dell’esistenza.  Nelle sue poesie, infatti, non troverete nessuno sfogo emotivo, nessuna elucubrazione pseudo-filosofica, nessuno sfoggio di parole immerlettate da quel fastidioso sapore aulico che aleggia nei “poeti per gioco”.

Qui, a brillare e luccicare, è la vita vera, quella fatta di visi, giorni, dolori, scoperte improvvise ed impreviste, memorie cariche di nostalgia ma mai di rimpianti, perché “la vita è na Dumìnica” e la certezza è un bacio in un vicolo, al buio sotto le stelle, da una donna che è “paradisu miscatu nta stu nfernu di sciarri e malanovi”.

La poesia è un sonar, strepitoso ed infallibile, che riesce ad avvertire le profondità più misteriose e inesplorate dell’esistenza, a vedere nel trascorrere dei giorni e dei volti, ciò a cui normalmente non facciamo nemmeno caso. Possono essere, come in alcune poesie di questo piccolo libretto, gli occhi “pieni di parole” di un’amica, o una lucertola curiosa per una farfalla che si gode la brevità della sua vita, o “il viso imbrattato dai gelsi” di un bimbo che continua a chiamare e chiedere la sua mamma, o “le ginocchia sbucciate” di Tommaso, suo nipote.

Nessuna invenzione, nessuna evanescente finzione letteraria. Ogni poesia, ogni verso quasi, hanno un nome, un volto, un momento preciso a cui rimangono aggrappati, come caparbi fermagli di una memoria che ama, come dice una delle poesie più belle della raccolta, l’imperfezione della vita e ne cerca il senso, sicura e certa che questo senso esista.

Certo, lo ammetto, sono di parte. Vergognosamente e spudoratamente dalla parte di questo mio amico che si è sempre goduto la vita, nelle forme e nei modi che gli sono stati concessi, con un sorriso disarmante e prezioso sempre stampato in volto. Lo stesso con cui, congedandomi da quell’indimenticabile visita di un anno fa, mi ha detto: “Io sono stato tanto felice, negli anni, lo sai. Ma adesso, seduto qui, con questa bestia di malattia da combattere, non mi sento sfortunato. Mi sento solo diversamente felice.”

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Le piccole, preziose quotidianità di Alba Donati

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Avevo letto, di Alba Donati, diverse poesie, ma sempre in maniera sparsa, se non ricordo male su “Clandestino” o in qualche antologia, e mi ripromettevo di cercare una sua raccolta. Qualche giorno fa, in una bella ed ordinata libreria di Lucca, in mezzo a tanti libri di poesia (cosa inconsueta, di questi tempi nelle librerie italiane), ho trovato questo libro. La coincidenza di trovarmi nel suo paese natale mi è sembrato un segno ineludibile, e poco dopo ero seduto su un treno, a leggere e rileggere queste semplici e profonde poesie.

Nel titolo è evidente il riferimento a Leopardi, che ha vissuto in una cittadina non poi così diversa dalla Lucca di Alba Donati. E a Leopardi, che si domandava stupito quale suono avesse la giovinezza, o a chi ridesse la primavera, o cosa facesse la Luna in cielo ed il gregge sul prato, quello delle domande disarmanti ed essenziali, sembra proprio ricollegarsi questo bel libro.

Non ci sono eventi epocali, la vita scorre regolare e consueta, fatta di giorni che seguono a giorni, stagioni che passano, attese di treni che arrivano in normali stazioni, uno zio anziano allettato, foto perfette e semplici, alberi di Natale, cartoni animati visti in TV, I tre porcellini  e il lupo che soffia e soffia, ma inutilmente.

I luoghi che scorrono oltre il finestrino del treno sono gli stessi che sorridono nelle pagine del libro, nella loro pacata e placida serenità. Tutto ha un posto, un  compito, un senso. Ogni volto è una tessera di un puzzle, in cui non è nascosto il dramma dell’esistenza, il dolore e la morte, l’atrocità del terrorismo e il pianto per i cadaveri lasciati a terra dalla furia omicida dell’odio.

Ha il sapore della vita vera, la poesia di Alba Donati, attraversata dal compito, essenziale e prezioso, di fare emergere ciò che urge nel suo profondo, per, come dice un suo bellissimo verso, trasportare “l’infinitamente misterioso/qui sotto casa, alle porte della città”.