Pubblicato in: scuola, varie

Di Coronavirus, di saluti e di palette colorate

Tempi duri, quelli del coronavirus. Tempi di sbigottimento, di frastornati ritiri dalle comuni attività, di paure da letteratura distopica di inizio millennio, di misure precauzionali che tentano con coraggiosa determinazione di arginare questo nuovo, insidioso nemico chiamato ‘contagio’.

Come a mare, con i miei figli, quando le onde si ingrossavano per il vento e fare il bagno era pericoloso, e allora prendevamo un paio di palette colorate e creavamo castelli di sabbia, poco sopra la battigia, con ampi fossati e muri di sabbia bagnata e pietre a proteggerli. Quando il lavoro sembrava essere a buon punto un’onda, una di quelle più grosse, spazzava via in un secondo tutte le nostre fatiche e ci lasciava lì, palette alla mano, ammutoliti e disfatti.

Ogni giorno leggo, su questa nuova epidemia, di tutto. Interventi di esperti, commenti di filosofi e pedagogisti, ministri che provano a fare sul serio e dettano, un po’ anche loro con la paletta colorata in mano, decaloghi e norme di buon senso.

Sembra proprio che siano tornati i tempi neri della peste, o forse che siano arrivati quelli terribili dell’apocalisse.

Il contagio, nell’epoca della globalizzazione totale, è diventato il peggior nemico che l’umanità possa trovarsi di fronte, ancor più subdolo e potente delle guerre, della povertà, dell’odio.

Grandi autori, come Camus e Manzoni per citarne solo due, ci hanno insegnato che in ogni tempo, anche in quelli senza la rete onlife e l’iperconnessione del mondo, la peste e l’apocalisse sono state le grandi, terrificanti metafore del male e di ciò che maggiormente può impaurire e immobilizzare l’uomo nel panico dello sconforto.

Oggi come in ogni tempo, con questo nemico ogni categoria, ogni popolo, ogni cultura fa i conti, per come può e sa. E nel generale e globale clima di paura, tutti i luoghi comuni, gli stereotipi e i pregiudizi vengono a galla con limpida e disarmante evidenza.

Gli italiani trattano da untori i cinesi, per poi vedersi restituito dal resto del mondo lo stesso trattamento. Chi vive nelle regioni del Sud Italia quasi gode che il contagio sia partito dalle ricche e spocchiose regioni padane, quasi a prendersi una rivincita dalla secolare subalternità economica e sociale.

I media, quasi a voler tranquillizzare la parte produttiva della società, ripetono che la percentuale di mortalità è bassa, e soprattutto che i soggetti più colpiti sono gli anziani e chi ha già una patologia in corso.

Il COVID-19 è pure stronzo.  Si accanisce con i deboli, con chi è già debilitato da un percorso oncologico o da malattie che hanno indebolito le proprie difese immunitarie. Chi tra di noi ha più di 65 anni, o è immunodepresso, quasi si sente in colpa, nei confronti della comunità, di costituire la parte fragile di questo organismo, di contagiarsi e contagiare solo andando al funerale di un caro amico improvvisamente scomparso.

È tempo di congelare le emozioni, le forme semplici ed essenziali di affetto e stima, come un abbraccio nel ritrovarsi o anche una stretta di mano nel salutarsi. Di lasciare a casa i bambini, la parte più preziosa e viva della nostra umanità, come segnale forte di allarme e di spinta comune alla prevenzione.

Ma l’uomo non è fatto per la paura. Sarebbe rimasto altrimenti nelle caverne, a proteggersi dagli animali selvatici e dalle intemperie, invece di uscire per costruire archi e frecce, carri e leve poderose per innalzare edifici, materiali resistenti non presenti in natura, motori e veicoli velocissimi, medicine formidabili contro le malattie, pensieri, poesie, musica e arte per custodire e preservare la preziosa unicità della propria anima.

Così i medici che in Iran, sprovvisti delle necessarie misure sanitarie per combattere il virus, ballano nei corridoi degli ospedali, con i camici e le mascherine addosso, per esorcizzare la paura e la morte, ci fanno sorridere e riflettere, spazzando via ogni pregiudizio culturale e facendo emergere una sola, grande unica umanità che lotta.

Un po’, con le dovute proporzioni, come gli insegnanti della mia scuola, e di tantissime altre, che il giorno dopo la sospensione delle lezioni si sono presentati spontaneamente nelle aule, vuote e spoglie dal frastuono quotidiano, e hanno accesso pc, inventato o adottato forme diverse, rivalutato i gruppi whatsapp delle mamme, che a volte possono diventare un primo, approssimativo ma efficace strumento di didattica a distanza.

Li guardavo, mentre a piccoli gruppi, mantenendo le distanze tra loro, accendevano le LIM nelle classi e si connettevano con i loro alunni che, a casa, nelle loro camerette, si vedevano spuntare, tra l’imbarazzo e la gioia, il viso festoso della prof nello schermo del proprio tablet.

Alla faccia degli stereotipi sulla categoria degli insegnanti, pronti a trasformare ogni occasione di sospensione della scuola in un periodo aggiuntivo di ferie, e di quelli sui ragazzi, dipinti spesso come indolenti e refrattari ad un rapporto con il mondo degli adulti.

Poi qualcuno potrà utilizzare questa occasione per rivalutare il digitale come risorsa utile al proprio compito di insegnante e non solo come enorme mostro cyberbullizzante, o anche raddrizzare il tiro e riflettere che ‘Didattica a distanza’ è cosa diversa da assegnare sfilze di compiti ed esercizi sulla chat di whatsapp della classe, e così facendo magari avrà anche l’occasione di riflettere sulla inutilità, anche nello svolgimento regolare in classe del proprio lavoro, della assegnazione pletorica di esercizi e compiti per casa senza una consapevolezza del proprio insostituibile ruolo didattico, di indicare una strada su cui poi si cammina insieme, in un’aula come su una piattaforma a distanza.

Perché i momenti di difficoltà e di apparente disfatta sono proprio quelli che, con la dovuta audacia e determinazione, possono trasformarsi in grandi opportunità.

In ogni classe in cui ho insegnato affrontando con i miei alunni il XXVI canto dell’Inferno dicevo loro che le parole messe in bocca ad Ulisse da Dante avremmo dovuto scriverle a caratteri cubitali sulle pareti di ogni classe, trasformandole nel vero motto di ogni ambiente educativo.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti

ma per seguir virtute e canoscenza.

Perché tutti abbiamo paura, inutile nasconderlo. Ma il nostro cuore non è fatto per soccombere ad essa, e cerca nello sguardo di chi gli sta di fronte, una forma di riscossa, chiamiamola speranza se vogliamo essere schietti, a cui legarsi per inventare nuovi percorsi.

Salutiamoci con la punta dei gomiti, o con i piedi, o chinando il capo imitando le antiche e solenni forme orientali, ma non perdiamo il gusto ed il piacere di ‘salutarci’, cioè di offrici ed augurarci ‘salute’, ‘salvezza’ dal contagio e dalle subdole paure che aggrediscono ma non vincono il nostro cuore.

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