Pubblicato in: in classe..., poesia e dintorni, varie

Caro Eugenio

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Caro Eugenio, avevi torto!

gli scriverei così, ad Eugenio Montale, se lui potesse ricevere la mia lettera e avesse voglia di leggerla, nell’indeterminato tempo senza fine che lo custodisce.

Qualche giorno fa infatti, nel finire di un anno scolastico davvero strano e frastornato, avevo in programma di leggere un suo testo, scegliendo tra i pochi che il libro di Antologia ci offre, giusto per far assaporare a quel manipolo di simpatici scalmanati dei miei alunni di terza, il denso e pieno sapore della sua poesia.

La mattina però ci attende una terribile notizia, un ragazzo poco più grande di loro, già alunno della nostra scuola qualche anno fa, è stato trovato morto in un fatiscente capannone industriale abbandonato, impiccato.

Gli sguardi dei ragazzi sono, se possibile, ancora più sfuggenti. Quasi tutti lo conoscevano, almeno di vista. Molti di loro ricordano qualche passeggiata sul lungomare d’estate, qualche aneddoto, la compagnia che frequentava.

Sono passate poche ore dal ritrovamento ma quasi tutti hanno qualche particolare inquietante da sottolineare, compagnie sbagliate forse, qualcuno parla di bullismo. Lo sguardo di ognuno è sbigottito e incerto, e come spesso succede l’unica via sembra solo cambiare discorso e distogliere il pensiero da una tragedia così grande.

Io rimango incredulo e senza parole adeguate.

E arriva il momento di Montale.

Spesso il male di vivere ho incontrato…”

mi fermo, ho bisogno di rileggere, due o tre volte, questo primo verso.

Quale potente, enigmatico segreto possiede la poesia, per descrivere così intensamente la vita di ognuno, attraversare lo spazio e il tempo e dirci sempre qualcosa di vero, oggi?

Il male di vivere ognuno di noi, piccolo o grande che sia, lo incontra nella foglia accartocciata e riarsa della propria fragilità inespressa, nel rivo strozzato del nostro disagio che gorgoglia e non riesce a trovare spazio, tempo, persone, visi a cui confidarsi e in cui sciogliersi.

Di fronte a me, tra gli altri, due di loro già così piccoli hanno dovuto affrontare la dura prova della morte di un genitore. E poi tutti gli altri, nella loro colorata e sgargiante adolescenza, così spavaldamente fragile e incompiuta.

Come me, che li guardo e so che non posso abbassare gli occhi e andare avanti.

Ma chi non ha provato mai, in questa classe, almeno una volta, questo male di vivere? noi ci lamentiamo per il mal di denti, il mal di pancia, il mal di testa. E possiamo a volte anche incrociare il mal di vivere.

Magari Michael lo ha incontrato, in chissà quale sembianza, e non ha saputo tirarsi fuori, non ha trovato una mano, un braccio a cui aggrapparsi per uscirne, vivo.

Ma è nella seconda strofa della poesia, caro Eugenio, che non mi trovi d’accordo.

Il prodigio della “divina Indifferenza” è una beffa, una finzione letteraria, valida per i giorni in cui il male di vivere è un debole e fievole compagno. Perché quando urla e sbatte alle porte dell’esistenza, l’indifferenza ha poco di prodigioso, ed inesorabilmente lascia spazio alla disperazione.

Però ragazzi, in fondo è vero che ci vorrebbe un prodigio, un colpo di scena improvviso e inconcepibile, una mano potente che tiri via la corda dalla trave proprio mentre si pensa che sia l’unica, estrema soluzione.

Ognuno di noi ha bisogno di un simile prodigio, mentre affronta una lite con i genitori che sembrano non capirlo, o mentre fa i conti con gli amici che tradiscono la fiducia, o non ti cercano, o non ti ascoltano; ogni essere umano implora questo prodigio, più o meno coscientemente, mentre cerca lavoro, mette su famiglia, affronta prove, piange per ciò che non c’è più.

Perché la vita, a qualunque età, non è mai una passeggiata, e chi vi dice che i vostri quindici anni sono belli perché frivoli e spensierati, mette la testa da struzzo nella terra di un ricordo annebbiato e distorto.

Si può anche morire suicidandosi, a sedici anni, e nessuno potrà spiegare il perché.

Non ci resta che chiederla, l’eventualità buona di un prodigio, di un viso amico in cui specchiarsi, di un cuore caldo che ci scaldi e ci consoli, una presenza amica – questa sì, divina– che possa essere il vero antidoto al male di vivere che oggi ci fa così rabbrividire, nel silenzio di questa aula.

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3 pensieri riguardo “Caro Eugenio

  1. Caro Alessandro,
    ci conosciamo molto poco ma ci tengo a dirti che hai scritto una cosa davvero bella e coraggiosa e che mi piacerebbe che i miei due nipotini di quasi 12 anni, Giovanni a Milano e Sebastiano a Roma, avessero un professore di lettere come te.
    Maria Teresa

    1. Grazie per le parole di stima, alla conoscenza non approfondita supplisce il grande legame che le nostre famiglie hanno coltivato nel passato e che continua anche a distanza. SE dovessi avere trasferimento a Roma o Milano vi avviso;) buona domenica.
      Alessandro

  2. Carissimo Alessandro approfitto del tuo blog per qualche considerazione su quanto scrivi:
    1. Io credo che maikol era fatto bene. Lo credo perché il disagio, o male di vivere, è proprio degli uomini veri. Chi non ce l’ha? Se lo chiedano i genitori che appena i figli accennano al loro disagio la buttano subito sul disagio dell’adolescenza, riducendo l’età più bella della vita a un fastidioso periodo che, speriamo, passi presto. Credo inoltre che fosse fatto bene, maichol, per quello che ha scritto ai suoi amici e spero non sia mai mai da loro dimenticato: ci vedremo in un mondo migliore. Già un mondo migliore: cioè un posto dove dimori solo il bene e il bello:senza genitori che dicono ‘non ci pensare’ o insegnanti che ti raccomandano ‘pensa piuttosto a studiare’ o amici che dopo la pacca sulle spalle ti invitano a farti una canna o ad ubriacarsi per dimenticare. Un mondo migliore, quello che noi preti chiamiamo paradiso e di cui nn parliamo più perché dobbiamo fare e occuparci del sociale. Maicol era fatto bene come Leopardi come Montale e tutti coloro che, come te, non nascondono il male di vivere. Maicol aveva come tutti noi una crepa nel cuore che l’indifferenza degli adulti e le risposte sbagliate degli amici hanno fatto diventare una voragine. Quella crepa è di tutti noi, ma quello che vorrei gridare a tutti, adulti e ragazzi, e che nn si tratta di una disgrazia, di un’ossessione di cui liberarsi. È piuttosto una ferita che si chiuderà solo quando chiudendo gli occhi vedremo il mondo migliore e potremo ringraziare mai maicol per averci risvegliato dallo stolto torpore in cui viviamo . Nell’attesa di quel giorno che fare. Vivere vivere intensamente affezionati alla propria umanità senza dimenticare niente di tutto ciò che è bello interessante umano. E farlo con una speranza che ‘ due abili mani che traggono fuori dalle sterpaglie un cuore che inaridiva, dimenticato’ (da ‘giacinto’ di . ) che poi è lo stesso desiderio che aveva Montale e che tu, Alessandro ricordavi: ‘un imprevisto è la sola speranza’ . E non è vero, come conclude il poeta che ‘ è stoltezza dirselo’ perché senza quella speranza il male di vivere ti uccide. E poi un’ ultima cosa, the last but not the least, quell’imprevisto è già accaduto, è morto per non farci morire di male di vivere. È risorto non per chiudere la crepa ma per indicarci che il mondo migliore c’è lo ha creato lui , là avrà già accolto maicol. E noi, se lo crediamo e amiamo, possiamo gustarlo qui, ora. Infine grazie x quello che hai scritto e fai coi tuoi ragazzi nella speranza che tu rimanga qui tra quelli che anche sono tuoi figli, i tuoi alunni. Don Lirio Di Marco

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